
di Antonio Foccillo
In un periodo in cui la memoria storica è seppellita, vorrei ripercorrere, con questo articolo, le nefandezze che, negli ultimi trentanni, sono state perpetuate a danno dei cittadini del pianeta.
Partiamo dalla grande crisi economica mondiale, cercando di individuare le colpe e i soggetti che hanno caratterizzato il periodo conosciuto come globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, le cui conseguenze hanno fatto emergere il sovvertimento di gran parte delle conquiste sociali e dei diritti dei cittadini e dei lavoratori e su queste coordinate si sono inserite le manovre dei vari governi che si sono succeduti in Europa e in Italia.
La globalizzazione degli anni ‘90 è stata realizzata solo per le operazioni monetarie e finanziarie, che sono servite ad assicurare a pochi potenti sempre più profitti a danno della produzione, del lavoro e dei diritti individuali e collettivi.
Il capitale finanziario ha preteso sempre maggiori utili in un contesto economico globale di concorrenza molto forte, dove ognuno ha inteso aumentare la produttività riducendo i costi. In pratica per far coincidere gli aspetti finanziari con gli interessi del capitale, si è operata la riduzione dei salari, dei contributi sociali e del sistema sociale nel suo insieme.
Le nuove decisioni economiche hanno disdetto lo Stato Sociale e hanno imposto la priorità delle loro esigenze, fedelmente tutelate dalle classi dirigenti, al punto che la crescita del profitto delle grandi banche è divenuta il centro delle attività politiche ed economiche di tutte le società neo-liberiste.
Un sistema questo che ha soffocato qualsiasi critica per proteggere la sua realizzazione, e ha globalizzato anche la cultura del “disastro mondiale” che avrebbero causato coloro che non avrebbero accettato le ricette del neoliberismo.
L’evoluzione del sistema, dominato dall’economia del debito, ci ha portato a un’aperta riduzione delle forme democratiche per cui ogni critica è stata zittita da uno stato di eccezionalità permanente.
La stessa Unione Europea ha dimostrato in questi periodi di non essere in grado di diventare un’alternativa e anzi ha imposto manovre antisociali che sono intervenute pesantemente sulla sovranità degli Stati.
Dopo tanti anni di politiche economiche di stampo neoliberista i problemi della società europee si sono ampliati con fortissime emergenze da quella della disoccupazione giovanile all’allargamento in maniera allarmante dell’area della nuova povertà; dal covid mal gestito alla guerra che riesplosa dopo tanti anni; dalle crisi mondiali alle nuove decisioni americane sui dazi; dalla politica sbagliata del green all’imposizione del riarmo.
Questi sono i problemi che l’Unione doveva e deve affrontare, ma non si è dimostrata in grado, perché le sue leadership sono state incapaci e inconcludenti e alla fine non hanno svolto un ruolo di vera autorità nella politica, nell’economia e nella gestione delle varie tematiche che dovevano essere affrontate.
Una leadership, quella attuale, che ha dovuto contrastare anche una mozione di sfiducia, proprio perché ci sono state nella sua gestione molte criticità e anche qualche vicenda oscura. Testimonianza ulteriore anche questa di come l’UE andrebbe riformata.
In Italia lo scontro politico dovuto essenzialmente ai due raggruppamenti, i vari sistemi elettorali proposti per sostituire il proporzionale e i governi tecnici hanno prodotto l’abbandono della coesione. Poi un dibattito politico atrofizzato, dove ognuno sostiene le tesi del proprio schieramento, con il risultato che sono venute meno quelle posizioni di mediazioni fra interessi diversi e di solidarietà fra le persone.
Tutto ciò è stato reso possibile perché, con l’avvento del finanziarizzazione dell’economia e del neo liberismo è stato facile aggirare ogni ostacolo giuridico, nazionale e internazionale, anche grazie al processo tecnologico che ha reso estremamente veloci le transazioni commerciali telematiche e la trasferibilità delle decisioni e dei controlli in tempi reali e il suo feroce dominio in cui il progresso tecnologico è stato utilizzato per rendere obsoleti i vecchi “valori” umanisti.
L’organizzazione e la gestione del profitto privato sono passate dai diretti interessati a soggetti delegati – manager, specialisti e tecnici, burocrazia e organismi vari quali la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio, etc.
L’intero sviluppo del mondo moderno, fino agli esiti delle crisi finanziarie, con le sue bolle finanziarie e delle nuove guerre sono state dominate dalle grandi banche e dalle multinazionali (il cui potere è al di sopra di quello degli Stati nazionali).
L’economia globale, con le sue tecnologie che hanno comportato grandissimi costi sociali, ha allargato ancora di più le emarginazioni e nuove divisioni, mentre lo sfruttamento del lavoro precario e flessibile hanno continuato a produrre globalmente diseguaglianze sociali sempre più divaricate e impoverimenti generalizzati sempre più estesi.
Uno strapotere parassitario e un’accumulazione selvaggia quanto indifferenziata a scapito di quell’umanità che è stata fatta vivere sotto la soglia della povertà e del rispetto dei diritti fondamentali a opera dei pochi ricchi, cui lobby e multinazionali, tra pressioni, corruzioni e colpi di mano, si sono rapportate solo per decidere chi deve essere sfruttato, vivere, morire e come.
Come uscire da questa morta gora è il quesito che molti si pongono ma nesso ancora è riuscito a individuare un percorso esaustivo e determinate per imporre una svolta. Inoltre, ogni autorità che avrebbe dovuto intervenire è stata dequalifica e depotenziata.
Il problema è come ci si può opporre a questi nuovi dogmi e chi è in grado di farlo? Non si vedono autorità morali, etiche e politiche in grado di proporre alternative all’attuale sistema.
Come fare? Per cambiare le cose lo si può fare solo se nasce nelle persone la consapevolezza che questo modello va attaccato e sconfitto, pena un precipizio sempre più allarmante verso il Caos.
In modo da ricreare un nuovo Umanesimo, ampliando i luoghi di confronto, in modo da mettere insieme i cittadini per rideterminare una nuova condizione per la ricerca dei fondamenti sociali, valoriali, morali ed etici che permettono di distinguere i comportamenti umani a partire dalla solidarietà e ripristinando l’antico trinomio su cui si è fondata l’Europa e tanta parte delle società occidentali, cioè libertà, uguaglianza e fratellanza.
Non vorrei essere tacciato di rappresentare solo un sognatore, ma vorrei essere considerato semplicemente una persona che ha aperto gli occhi e vede la necessita di avviare una prospettiva diversa, per determinare condizioni per un nuovo modello di società, in grado di far sì che la persona ritorni a essere al centro di ogni azione economica, sociale e politica.
Questo mio pensiero certamente contrasta con la propaganda che ha sempre sostenuto il nuovo corso mondiale che diffonde e giustifica la tesi secondo la quale le regole sono un ostacolo per la crescita e i diritti, sono un modo per rimanere fuori del contesto competitivo mondiale.
Oggi, se si aprono gli occhi, ci si rende conto di quello che in ballo nei destini dell’umanità. Per questo bisogna uscire da una logica difensiva, riproporre come centrale il problema dei diritti dell’Uomo e ripartire all’attacco anche con obiettivi intermedi, ma ben definiti e caratterizzati.
Ricreare una cultura di idee che sia sostenuta dalla partecipazione dei cittadini e dei lavoratori attraverso strutture politiche e sociali caratterizzate dal proprio retroterra valoriale. La ricerca di nuova equità e la sconfitta di una linea della finanza in economia devono essere le bussole di una nuova battaglia politica, economica e sociale.
Imporre una nuova visione della società e cioè quella dei popoli e non degli speculatori, quella della democrazia e non quella della finanza, quella del rispetto degli altri e non l’egoismo de prepotenti, quella della condivisione e non dell’individualismo, quella dell’uomo e non quella della finanza.
Evitare che la continua disgregazione degli organismi partecipativi distrugga ogni valore sociale e democratico, a cominciare da quello della solidarietà, della coesione e integrazione sociale che danno fondamento a uno Stato.
Mi rendo conto delle difficoltà che si frappongono alla realizzazione di una coscienza politica nuova. Esse hanno una lunga radice storica, che comunque bisognerà tentare di sradicare per non divenire solo spettatori delle contingenze storiche attuali.
Venendo al domani, è fuori di dubbio che il tema della modalità del processo di partecipazione, diventi elemento fondamentale e cruciale del sistema di relazioni economiche, politiche e sociali. Se la sfida sarà colta da tutti avremo una nuova stagione del coinvolgimento dei cittadini per evitare che siano chiamati solo a gestire e finanziare le crisi.
Solo cambiando questo modello si può dare davvero l’addio al passato e trovare nuovi assetti costruttivi da porre a confronto. Oggi questo è ancora possibile se pensiamo che una ritrovata coscienza della cittadinanza dovrebbe porsi l’obiettivo di esaltare contemporaneamente quei valori di libertà e quei principi di solidarietà che sono stati i nostri caratteri che ci hanno contraddistinto nel passato.





