
di Antonio Foccillo
L’intero sviluppo del mondo moderno fino agli esiti delle guerre drammatiche che si stanno succedendo in varie parti del mondo e delle crisi finanziarie ha dimostrato il vero volto della nuova forma di pericolo che si sta affermando nell’intero globo terrestre.
Dopo il novecento in cui i lavoratori e gli intellettuali si sono battuti con l’unico obiettivo di costruire società solidali, con strumenti e valori a difesa della centralità delle persone, nonostante che sia stato un secolo in cui non ci si è risparmiato ne guerre, ne ideologie devastanti come il nazismo e il fascismo, siamo arrivati poi alla deriva con i dettami del Washington Consensus, con i dogmi di Davos, con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia.
In più una nuova ideologia si è impossessata della politica, quella del green. Si sono create nuove povertà e nuove emarginazioni sempre più ampie con la ricchezza in mano a pochissimi. Tutto il resto ha sofferto crisi economiche, disoccupazione e precarizzazione, perché si è abbandonato il sistema del welfare e della solidarietà.
Oggi siamo arrivati alle guerre e alle distruzioni con l’affacciarsi di nuovi pericoli e con la possibilità di affermare nuove divisioni del mondo, con egemonie di Paesi diversi da quelli di Yalta,
Lascio agli analisti della geopolitica e ai tanti bravissimi commentatori, che tutti i giorni scrivono articoli su questo nostro giornale, il descrivere in modo meraviglioso quello che succede nei diversi scenari guerra.
A me è particolarmente a cuore rilanciare un pensiero in cui si possa di nuovo immaginare o sognare una società che sia solidale e coesa, dove si torni a tutelare le persone sia forti che deboli.
Per questo penso che nelle società si debba ripristinare un nuovo modo di fare politica, anche in tempi in cui non esiste un’opposizione al pensiero unico dominante, per sancire principi e regole dalle quali non si deroga, se non riconosciuti come valori fondanti di una comunità.
Perché sono convinto che, proprio in un momento come questo, dove tutti gli organismi internazionali, europei e nazionali che avevano il compito di scongiurare i pericoli hanno concluso la loro funzione, perché non sono in grado di intervenire nelle crisi odierne, si richieda uno sforzo di elaborazione che sia in grado di ripristinare nuovi valori e nuove forme di partecipazione, per farle diventare opzioni, modelli alternativi sui quali la politica deve impegnarsi.
Quanti cittadini nel mondo, ormai non vedono grandi differenze fra chi rappresenta la destra e chi la sinistra, soprattutto in materia economica e di restringimento dei diritti.
Questa è la realtà di un mondo che da questo punto di vista sembra andare verso un destino ineluttabile, quello della catastrofe, contro il quale nessuno si sente di opporsi. Credo, invece, che bisogna fare di tutto per recuperare un modello diverso dai canoni in cui si è avviata l’umanità.
Bisogna ritrovare il confronto dialettico e diplomatico che, nella completa libertà di espressione, pur in presenza di un completo disaccordo, non fa venir meno il rispetto dell’interlocutore e la ricerca della mediazione, piuttosto che l’affermazione della propria volontà egemonica.
Questo, in effetti, è il problema del nostro tempo: prevale oggi più l’esternazione della forza, della potenza, dell’arroganza e dell’urlo rispetto al dialogo. Lo si vede nelle guerre che toccano molti territori del mondo, dall’incontro in Cina fra i padroni di casa, India, Russia e i paesi del BRICS, dal nuovo ruolo degli Stati Uniti con i suoi dazi. L’unico elemento di confronto sembra essere l’imposizione e in alcuni casi le armi e purtroppo anche quelle nucleari.
Così facendo i nuovi grandi del mondo, che stanno pensando di riscrivere un nuovo patto, preferiscono prefigurare scenari di scontro, di contrapposizione e di divisione invece che di confronto e mediazione. Purtroppo la loro politica ha smarrito le esigenze di dialogo e di affermazione dei diritti.
Bisogna, viceversa, far emergere la capacità di rappresentare una politica diversa, inserendole in una strategia innovativa funzionale al miglioramento della qualità della vita di tutti i cittadini, iniziando dai più deboli.
Per questo bisogna ritornare alla Politica con la P maiuscola, ridefinire nuovi istituti di mediazione dei conflitti e cercare di intavolare nuove forme di confronto.
Lo so sembra il discorso di uno fuori dal mondo, che non capisce o non vuole capire, invece, è quello di chi non vuole arrendersi al declino dell’umanità, senza darsi almeno una possibilità di poter cambiare le cose. A volte una spruzzata di utopia può far rinascere la speranza di un domani migliore. Bisogna tentare!
Gli uomini hanno accettato, e continuano ad accettare, di vivere politicamente insieme per vivere meglio. Alla Politica, dunque, è affidato l’incarico di individuare le forme migliori e gli attori più capaci a realizzare le condizioni concrete per una vita felice, ragione necessaria del vivere insieme. Alla Politica i cittadini hanno diritto di chiedere volontà, dialogo, capacità per decisioni che perseguano e realizzino il “bene comune”, registrato quanto meno su quella speciale “amicizia utilitaristica”, indicata da Aristotele, seppure come ultima, tra le tre autentiche forme di filia, capaci di mettere comunque in forma una società, che si giustifica sull “interesse di tutti”.





