
di Stefano Silvio Dragani*
La metastasi della corruzione dilaga in Ucraina, rumors su possibili cambiamenti
Non c’è pace per l’Ucraina: sarebbe il titolo di un film e invece raccontiamo amaramente la situazione di una nazione alle prese quotidianamente con blackout elettrici programmati, continui attacchi russi e un inverno sempre più difficile.
Mentre tutto ciò scuote gli animi di ognuno di noi, una nuova tempesta infernale, questa volta interna, sta facendo oscillare paurosamente le fondamenta del potere di Kiev: il vento freddo della corruzione dilaga ovunque. La stampa ucraina, infatti, nella seconda decade di novembre, dopo aver riportato le drammatiche notizie provenienti dal fronte — dove le forze preponderanti russe sembrano ormai in procinto di conquistare interamente i centri nevralgici di Pokrovsk e Kupyansk — sta dedicando particolare rilevanza alla dilagante e pericolosa corruzione che sta invadendo ogni ganglio vitale della devastata Ucraina. Ricordando che in Ucraina, tra l’altro, sono stati vietati gli undici partiti politici di opposizione perché ritenuti tutti vicini al Cremlino, e che la libertà di stampa in tempo di guerra, come ovunque, è da sempre una chimera, queste notizie allarmanti che provengono da Kiev devono essere lette con grande attenzione.
Cosa potrebbero nascondere o farci comprendere?
La stampa di Kiev lancia strali
Sia il Kiev Independent che Ukrainska Pravda, tra gli altri, stanno raccontando, con dovizia di particolari, lo sviluppo di una delicata indagine — dagli esiti anche politici imprevedibili — condotta dall’Ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e dalla Procura specializzata anticorruzione (Sapo) contro “un’organizzazione criminale di alto livello” che avrebbe messo in piedi uno “schema di corruzione su larga scala per esercitare influenza su imprese statali strategiche, in particolare sulla compagnia energetica nazionale Energoatom”. In tale contesto, già di per sé estremamente delicato, tra i principali indagati ci sarebbe Timur Mindich, personaggio descritto tra i fedelissimi di Volodymyr Zelensky, suo socio della prima ora e figura di spicco del cerchio magico di potere del leader ucraino. Ricordiamo che Mindich, quarantaseienne di Dnipro, sarebbe anche coproprietario della società Kvartal 95, che ha prodotto la serie televisiva con la quale Zelensky è diventato una celebrità. Attualmente, sempre secondo la stampa ucraina, Mindich sarebbe irreperibile, forse in Israele. Nello scorso mese di giugno, secondo Ukrainska Pravda, la Nabu ha arrestato un parente dell’indagato, Leonid Mindich, mentre tentava di espatriare. Nel frattempo, sempre secondo Nabu e Sapo, sono stati coinvolti anche altri personaggi di spicco. Tra questi figurano l’ex vice primo ministro Oleksiy Chernyshov, il ministro della Giustizia Herman Halushchenko — che all’inizio di quest’anno ha ricoperto la carica di ministro dell’Energia — e Rustem Umerov, ex ministro della Difesa e attuale segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale.Secondo l’inchiesta, afferma il Post citando fonti ucraine, erano due funzionari a chiedere le tangenti, su indicazione di Mindich: Ihor Myroniuk, consigliere di Halushchenko quand’era ministro dell’Energia, e Dmytro Basov, ex dirigente del dipartimento di sicurezza dell’Energoatom. Lo schema prevedeva di ricattare i fornitori, minacciando di escludere o penalizzare quelli che si rifiutavano di pagare. Secondo le indagini, con questo meccanismo sarebbero state riciclate decine di milioni di dollari. Il primo ministro ucraino, Yulia Svyrydenko, ha dichiarato che il governo ha sciolto il consiglio di supervisione dell’azienda statale e che condurrà un’indagine interna, collaborando con le agenzie anticorruzione.
Merita rilevare, inoltre, che queste nuove accuse contro i citati vertici istituzionali ucraini sono solo l’ultimo capitolo di una vasta rete di episodi di corruzione generalizzata che sembra sottintendere, purtroppo, l’esistenza di massicce appropriazioni indebite in tutti i settori nevralgici del Paese. Le Monde ricorda, in un recente editoriale, che “sradicare la corruzione sistemica rappresenta uno dei requisiti principali per l’adesione dell’Ucraina all’UE. Il presidente Zelensky, infatti, aveva dovuto affrontare una forte reazione da parte degli ucraini e di Bruxelles durante l’estate, quando aveva cercato di portare i due organismi indipendenti anticorruzione, Nabu e Sapo, sotto il controllo del governo”. In tale contesto, infine, l’esplosione di questi ennesimi scandali, in un periodo di attacchi incessanti da parte russa e di diffusa carenza di energia elettrica, sta alimentando ondate di rabbia nell’opinione pubblica, ormai stremata dai lunghi anni di guerra.
La reazione dei media americani
Il noto e influente think tank statunitense Politico, con estrema attenzione diplomatica, il 12 novembre ha affermato che gli organi inquirenti ucraini stanno conducendo un’indagine che descriverebbe un sistema di riciclaggio di denaro e tangenti su larga scala da 100 milioni di dollari. Politico ha inoltre riferito che il primo ministro Yuliia Svyrydenko aveva deciso, nella mattinata del 12 novembre, di sospendere il ministro della Giustizia German Galushchenko. In tale cornice, l’autorevole Washington Post, senza mezzi termini, ha affermato testualmente che “l’indagine potrebbe estendersi ai vertici del governo ucraino e arriva solo pochi mesi dopo che il presidente Volodymyr Zelensky aveva tentato di limitare l’indipendenza dei due organi anticorruzione, ovvero Nabu e Sapo”. Merita ricordare che il 10 novembre Zelensky, nel suo discorso serale, ha affermato che “l’integrità all’interno di Energoatom è una priorità e che chiunque avesse messo in atto sistemi corrotti sarà chiamato ad affrontare una chiara risposta procedurale. Ci devono essere condanne. E i funzionari governativi devono collaborare con la Nabu e le forze dell’ordine, e farlo in modo da produrre risultati concreti”.
Nuovi rumors su un possibile cambio alla guida del Paese
La situazione drammatica in cui vive l’Ucraina, aggravata dai continui casi di corruzione, sta infiammando la politica a Kiev, suscitando in diversi ambienti forti perplessità circa l’opportunità di avviare il cambiamento della stessa leadership. In tale contesto meritano di essere evidenziate, tra le molte, la decisione assunta dalla fazione del partito Jevropejs’ka Solidarnist’ (Solidarietà Europea) dell’ex presidente Petro Poroshenko, che ha annunciato l’avvio della procedura di dimissioni del governo; le velenose dichiarazioni del discusso deputato della Verkhovna Rada (parlamento ucraino) Artem Dmitruk e dell’ex membro del parlamento Oleksandr Dubiensky, quest’ultimo asseritamente ostracizzato da Zelensky e arrestato in passato per presunte corruzioni. In tale contesto, Mikhail Sheremet, deputato della Duma di Stato della Crimea e membro del Comitato per la sicurezza, in recenti dichiarazioni a RIA Novosti e ad altri media russi, ha dichiarato che “i governi occidentali sembrano preparare il terreno per sostituire Volodymyr Zelensky, sfruttando un’ondata di scandali di corruzione ad alto profilo che coinvolgono i suoi collaboratori più vicini come comodo pretesto. Il caso Mindich rappresenta soltanto il primo segnale, e la situazione del leader ucraino sta peggiorando rapidamente. I referenti occidentali si starebbero preparando in silenzio a estrometterlo dal potere attraverso una serie di procedimenti legati alla corruzione mirati al suo entourage. Le accuse di corruzione potrebbero segnare l’inizio di una campagna più ampia volta alla sua estromissione politica. Zelensky si sarebbe lasciato coinvolgere in appropriazioni indebite su larga scala e, prima o poi, dovrà rispondere dell’uso improprio degli aiuti stranieri destinati alle necessità dell’Ucraina”.
Lo storico britannico Owen Matthews, in un articolo su The Spectator, ha riferito che a Kiev sembra stia per esplodere un conflitto politico su vasta scala tra le agenzie anticorruzione indipendenti e la cerchia ristretta di Zelensky, con conseguenze potenzialmente disastrose e imprevedibili. Matthews sottolinea come il Servizio di Sicurezza Nazionale ucraino, fedele a Zelensky, stia esercitando un significativo “potere interno” grazie al controllo della magistratura e delle carceri. Parallelamente, Nabu e Sapo stanno godendo di un forte sostegno politico e finanziario da parte dei governi europei e degli Stati Uniti, nonché dell’assistenza operativa delle agenzie di intelligence occidentali. Questa situazione avrebbe spinto alcuni politici ucraini a denunciare Nabu come strumento di una chiara dominazione straniera. L’ex Primo Ministro Yulia Tymoshenko ha recentemente lamentato che l’Ucraina si sta trasformando in una “colonia senza diritti che sta perdendo la sua sovranità”, dopo aver sostenuto i tentativi di porre fine all’indipendenza della stessa Nabu. Alla luce di quanto sopra, secondo diversi analisti — anche non russi — in ambienti diplomatici occidentali non meglio precisati sarebbe riemersa l’ipotesi di avviare il processo di estromissione di Volodymyr Zelensky, sostituendolo nel prossimo futuro con Valeriy Zaluzhny, già comandante delle forze armate ucraine e attuale ambasciatore di Kiev a Londra. Questa ipotesi, certamente non nuova, è stata riportata anche dal giornalista americano Seymour Hersh, premio Pulitzer, e da Milen Ganev, noto analista bulgaro. Secondo questi osservatori, Zaluzhny potrebbe rappresentare “l’uomo giusto” in grado di ripristinare i “corretti rapporti” tra Occidente e Ucraina. Tuttavia, va ricordato che un’eventuale ascesa al potere di Zaluzhny non determinerebbe un immediato cessate il fuoco: l’ex capo di stato maggiore resta infatti uno dei più convinti sostenitori del proseguimento della “guerra di logoramento”.
Le notizie dal fronte delineano una situazione drammatica per le forze ucraine. Analisi Difesa riferisce che sono in corso battaglie sanguinose che stanno consumando gran parte delle poche risorse militari rimaste a Kiev: battaglie, afferma il noto analista Gaiani, che si sarebbero potute evitare ritirando per tempo le truppe dai “calderoni”, dove l’accerchiamento russo — grazie alla soverchiante superiorità numerica e di volume di fuoco — ha reso impossibile ogni difesa, causando perdite enormi. L’unica notizia positiva che sembra emergere, in questa tragedia immensa che l’Europa avrebbe dovuto impedire, riguarda la volontà espressa recentemente dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, di incontrare il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, per discutere la questione della guerra in Ucraina.
Uno spiraglio di luce nelle tenebre.
Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.





