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Tutta colpa di Cartesio

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Cartesio

Il “cogito” e la “catastrofe” della modernità

Ci hanno raccontato per tre secoli che la modernità nasce con una frase folgorante: Cogito, ergo sum. Penso, dunque sono.

Un colpo di sciabola che avrebbe reciso il Medioevo e inaugurato l’età della ragione.
È una delle formule più fortunate della storia della filosofia. E, forse, una delle più disgraziate.

Perché Cartesio mette il carro davanti ai buoi. Fa dipendere l’essere dal pensare, mentre è vero esattamente il contrario. Non penso, dunque sono. Sono, dunque posso pensare.

La filosofia, da quel giorno, smise di domandarsi che cosa fosse l’essere e cominciò a domandarsi come funzionasse il soggetto. Sembra una sfumatura. È il terremoto da cui nasce la modernità.

Sembra un sofisma. È una rivoluzione.

La prova è banale, quasi imbarazzante nella sua evidenza. Se domani un aneurisma mi cancellasse la memoria, la parola, il ragionamento, io cesserei forse di essere? Diventerei il nulla?

Evidentemente no. Continuerei ad essere un uomo. Continuerei ad avere la stessa dignità. Per il credente, continuerei ad essere un figlio di Dio; per il non credente, una persona cui spetta il rispetto dovuto ad ogni essere umano.

Il pensiero potrebbe spegnersi. L’essere no.

La morte stessa lo dimostra, sia pure in modo definitivo. Finché sono, posso pensare. Quando non sono più in questa vita, non penso più con questo cervello. È l’essere la condizione del pensare, non il contrario. La causa viene prima dell’effetto. Non occorre Aristotele per capirlo: basta un reparto di neurologia.

Il cogito è un magnifico esercizio dialettico. Ma un pessimo fondamento ontologico.
Anche perché il pensiero, da solo, sbaglia. E sbaglia spesso.

Io posso pensare che Piazza San Pietro sia perfettamente piana. In realtà, chi ci passa ogni giorno sa che sale, quasi impercettibilmente, verso la basilica e il colle Vaticano. Il mio pensiero non modifica di un millimetro la pendenza della piazza.

Posso pensare che il Sole giri attorno alla Terra. Posso pensare che due più due faccia cinque. Posso pensare che un ebreo, uno zingaro o un armeno siano esseri umani di seconda categoria. Milioni di uomini l’hanno pensato. Lo pensavano sinceramente. Ne erano intimamente convinti. E da quella convinzione hanno costruito Auschwitz, i gulag, i genocidi, i campi di sterminio.

Posso pensare – e milioni di intellettuali occidentali lo hanno pensato con una tenacia degna di miglior causa – che l’Unione Sovietica fosse il paradiso del proletariato, la patria dell’uomo liberato, il cantiere della giustizia universale. Era, invece, il più grande sistema concentrazionario costruito dall’uomo contro l’uomo in tempo di pace: un immenso arcipelago di paura, di deportazioni, di fame organizzata e di menzogna istituzionalizzata.

La propaganda prometteva il sole. La realtà distribuiva filo spinato.
Il pensiero non aveva descritto la realtà. L’aveva sostituita.
E quando il pensiero si sostituisce alla realtà, la realtà presenta sempre il conto. Lo paga quasi sempre qualcun altro.

Il pensiero è un eccellente servitore. Diventa un tiranno quando si proclama sovrano della realtà.

Da quel momento non cerca più il vero. Lo fabbrica.

Pascal aveva intuito che in quel razionalismo vi fosse qualcosa di profondamente insufficiente. «Non posso perdonare Cartesio», scrive nei Pensieri: dopo essersi servito di Dio per mettere in moto il mondo, non gli resta che lasciarlo funzionare da sé.

È una critica teologica. Ma ce n’è un’altra, ancora più radicale, che la modernità avrebbe dovuto ascoltare. Il pensiero non può essere il fondamento dell’essere. Può soltanto riconoscerlo. Prima di ogni ragionamento, qualcosa è.

È qui che la modernità prende una strada dalla quale non è più riuscita a tornare indietro. Se il fondamento ultimo è il mio pensiero, allora ciascuno diventa il piccolo dio del proprio universo. La realtà non è più qualcosa che incontro: è qualcosa che costruisco. O, peggio ancora, che rivendico.

Ed eccoci al nostro tempo.

Ognuno possiede la sua verità, il suo bene, la sua morale, la sua antropologia, il suo lessico. Non si discute più della realtà: si confrontano percezioni. È come pretendere che dieci uomini, guardando lo stesso campanile, abbiano dieci altezze diverse e abbiano tutti ragione. Alla fine non resta che alzare la voce. Quando manca un metro comune, sopravvive soltanto il volume delle corde vocali.

L’incomunicabilità contemporanea non nasce dallo stress, dagli smartphone o dai social. Quelli sono i sintomi. La malattia è più antica. È filosofica.

Abbiamo smesso di credere che esista un essere che preceda il nostro giudizio. Abbiamo sostituito l’ontologia con la psicologia. La realtà con la percezione. L’essere con l’opinione.

Per questo vale la pena tornare a quella filosofia che, con una certa supponenza, viene liquidata come “classica”. Non perché sia antica, ma perché parte dall’unico punto fermo possibile: l’essere.

Lo aveva compreso, in modo luminoso, Antonio Rosmini. La prima idea della mente non è il prodotto del ragionamento. È l’idea dell’essere, quella luce originaria che rende possibile ogni conoscenza. Non è una conclusione. È la condizione di tutte le conclusioni. Non è un oggetto fra gli altri. È l’orizzonte entro cui ogni oggetto diventa intelligibile.

Prima di pensare qualcosa, bisogna che qualcosa sia.
Senza questa evidenza elementare, il pensiero gira su sé stesso come un cane che rincorre la propria coda. Produce sistemi sempre più raffinati e sempre più lontani dal reale. Finché arriva a persuadersi che l’uomo è ciò che si sente di essere, che il linguaggio crea il mondo, che la volontà precede la natura.

È il trionfo dell’intelligenza che diventa illusionista. Fa sparire la realtà sotto il cappello e pretende che il pubblico applauda.

Forse non tutta la colpa è di Cartesio. Sarebbe ingeneroso attribuire a un solo uomo tre secoli di errori. Ma è difficile negare che quel «Penso, dunque sono» abbia aperto una porta dalla quale è entrato un esercito.

Da quella porta sono passati l’idealismo, il relativismo, il soggettivismo e, infine, l’idea che non sia la realtà a giudicare noi, ma noi a giudicare la realtà. Oggi ne raccogliamo i frutti: ciascuno pretende di avere la propria verità, il proprio bene, perfino la propria natura. E se le verità sono tante quante le coscienze, la parola cessa di essere dialogo e diventa rumore.

L’Occidente non si salverà imparando a pensare meglio.
Si salverà quando tornerà ad avere l’umiltà di riconoscere che la realtà esiste anche quando non le diamo il permesso di esistere così com’è.
La verità non aspetta il nostro consenso.
L’essere neppure.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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