La retorica polarizzante per conquistare il consenso
Vogliamo capire cosa significhi populismo – e menzogne collegate – con un semplice esempio? Leggo da “la Presse”.
Landini dichiara: “Mentre calano le tasse sui profitti, sulle rendite finanziarie, sulle rendite immobiliari, noi cosa siamo? Cog***ni?. C’è una parte del paese che paga le tasse anche per quelli che ne pagano meno”.
Con l’affondo: “Se due redditi sono uguali, perché io se sono lavoratore dipendente o pensionato su 40.000 euro pago il 40 per cento e se c’è una rendita finanziaria o immobiliare paghi la metà? Sono sempre 40.000 euro. Qualcuno me lo deve spiegare”.
Non entro nel merito del linguaggio, soprattutto quello che ha preceduto questa dichiarazione. Quando si usa linguaggio da infima osteria si pensa di essere più vicino al popolo. Direi che non è così, ma mi sembra inutile soffermarsi.
Sulla sostanza, invece, non vi è dubbio che l’argomento è tra quelli che attirano attenzioni, producono consensi ma soprattutto – come dire – aizzano risentimenti.
Se fosse vero.
Ed è, invece, una grandissima bufala: profondamente falsa nei contenuti.
Intanto non è vero che un reddito di lavoro di 40.000 euro paghi il 40% di tasse: le aliquote diverse per livello di reddito portano la tassazione media a circa il 28%: ma bisogna vedere a quali detrazioni si ha diritto e quanti “bonus” esentasse formano quel reddito. Mediamente siamo sul 25% di imposta. Le aliquote di quelli “che pagano meno” cui fa cenno Landini sono del 23 – 26%.
Ha detto una bugia.
Poi il contenuto “ideologico” da falso culturale. Il TUIR e il D.Lgs. n. 461/1997 disciplinano tre regimi distinti per la tassazione dei redditi finanziari, dichiarativo, risparmio amministrato e risparmio gestito.
La scelta del regime determina aliquota applicabile, obbligo dichiarativo e possibilità di compensazione tra plusvalenze e minusvalenze.
Senza scendere il dettagli tecnici, ognuna di queste norme ha un profondo legame con la spinta agli investimenti, con l’incentivo al risparmio “produttivo”, con la creazione di ricchezza.
Perché in una democrazia essere ricco non è peccato e se i tuoi soldi non li tieni sotto il materasso, ma ne rischi una parte per contribuire allo sviluppo, qualcosa deve esserti riconosciuto. E questa normativa ha verificato negli anni che l’equilibrio più o meno funziona.
Per la tassazione sui titoli di Stato, più avvantaggiati nell’aliquota fiscale, il discorso sarebbe un pizzico più complesso. Ma darebbe torto marcio a chi lo propone. Landini l’argomento lo salta per intero. È più comodo.
Ma quello che più è inaccettabile è l’ormai consueto richiamo alla Costituzione: “Questa non è una cosa di destra o di sinistra. È una cosa della Costituzione, una cosa di giustizia sociale. Noi ci battiamo per questo” dice Landini.
Insomma, sono 30 anni che vi sarebbe una norma incostituzionale che riguarda la ricchezza – e le possibilità di vita economica – degli italiani. Tutti zitti finora. Questo è il momento per modificarla. Adesso, non prima.
Io scrivo e qualcuno mi leggerà. Tanti altri non hanno certo bisogno del mio chiarimento e avranno capito la portata di questa bufala. Ma c’è chi può abboccare. E la frittata è fatta.
Perché questi, che si indigneranno e giustamente se la cosa fosse vera, sono quella carne di cannone che ogni populista utilizza per i suoi fini. E quella indignazione fa il loro gioco.
È questa la futura leadership di Governo?





