Il boss Usa: “Giorgia Meloni vuole tornare amica perché è in calo di popolarità. “I miei poteri sono illimitati” – Dal paragone con Washington e Lincoln all’autocelebrazione accanto ad Alessandro Magno. Follia?
Ormai è una crisi diplomatica aperta, i ministri del Governo hanno annunciato che non parteciperanno ad alcuna celebrazione del 4 luglio
Giorgia Meloni “sta andando male in Italia in termini di popolarità” e ora, “dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare ad essere nostra amica per migliorare i suoi consensi. No, grazie!!!”.
Lo ha scritto sul suo social Truth (qui sotto il post originale) il presidente americano, Donald Trump, lanciando nuove accuse alla presidente del Consiglio italiano. E ribadisce ciò che aveva detto ieri in un’intervista: “Mi ha chiesto più volte di fare una foto con me”.
Lo smacco, per il tycoon è chiaro e lo rivendica: non aver consentito agli Stati Uniti di usare le piste di atterraggio e decollo italiane durante la guerra con l’Iran. “Non ci ha nemmeno concesso di utilizzare le piste di atterraggio o di decollo italiane, causando un notevole disagio logistico, nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla difesa dell’Italia e degli altri ‘cosiddetti’ alleati della Nato. Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, lei vuole tornare a essere amica”.

Nella versione iniziale del post Trump aveva scritto ‘Gigiorgia’. Poi dopo poco ha corretto il testo. Non è la prima volta che il tycoon storpia il nome di un leader italiano, era già successo il 27 agosto 2019, quando chiamò ‘Giuseppi’ l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in tweet in cui lo elogiava. Anche in quella occasione ripubblicò poi il testo corretto.
Meloni ha risposto a mezzo social: “Pensa alla tua di popolarità”

“La mia risposta all’ultimo post di Donald Trump che mi riguarda. Ma non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito”. E poi l’immagine del testo in inglese che qui traduciamo.
“Presidente Trump, questi attacchi costanti e immotivati sono insensati. Quanto alla mia popolarità, essere sua amica non l’ha certo aiutata, né dipende dal mio rapporto con lei. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente ciò che ho sempre fatto. È ciò che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato e che non possono essere violati finché sarò Primo Ministro. L’Italia rimane una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non la riguarda. Le suggerisco di concentrarsi sulla sua”.
Che il boss Usa sia andato fuori di senno e ormai si creda un semidio, se non direttamente Dio è attestato dalle sue esternazioni su sé stesso.
Donald Trump non si accontenta più di essere ricordato come uno dei presidenti più influenti della storia americana.
Nella sua personale rilettura della storia universale, il tycoon si colloca ormai accanto ai grandi conquistatori e agli uomini forti che hanno segnato i secoli, arrivando a sostenere di possedere un potere superiore a quello esercitato da figure come Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte, Alessandro Magno, Attila, Gengis Khan, Hitler, Stalin e Mao.
Una convinzione che il presidente degli Stati Uniti ostenta apertamente e che trova espressione in dichiarazioni sempre più enfatiche.
“I miei poteri sono illimitati. Sono la persona più temuta di sempre”, ha affermato senza esitazioni dopo la guerra con l’Iran, respingendo le critiche di chi lo accusava di aver ceduto terreno a Teheran.
A rafforzare questa narrazione contribuisce un episodio raccontato nel libro Regime Change. Durante un’intervista concessa ai giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan, Trump avrebbe mostrato un documento ricevuto da quello che ha definito “uno storico”.
Nel testo si sosteneva che il presidente americano fosse più potente di alcuni dei leader più temuti della storia. La motivazione riportata nel documento era perentoria: “Per quanto temibili ai loro tempi, non avevano una portata globale.
Il loro potere era locale. Quello di Trump invece no”. Un giudizio che il tycoon sembra aver accolto con entusiasmo, trasformandolo nell’ennesimo tassello della costruzione della propria immagine di leader senza eguali.

L’autostima fuori scala di Trump non rappresenta una novità. Ben prima dell’ingresso alla Casa Bianca, l’imprenditore era noto a New York per il suo protagonismo e per una costante ricerca della ribalta mediatica.
Se in passato amava accostare il proprio nome a quello di George Washington e Abraham Lincoln, oggi il confronto si è allargato fino a comprendere imperatori, conquistatori e dittatori. Un salto che riflette la crescente enfasi con cui il presidente interpreta il proprio ruolo politico.
L’immagine di uomo al comando viene ribadita in ogni occasione. Presentandosi ai leader del G7 riuniti a Évian, Trump avrebbe esordito con un secco: “I’m the boss”. Lo stesso atteggiamento emerge nei confronti del Partito Repubblicano.
“Io sono il presidente, voi no”, ripeterebbe ai dirigenti e ai parlamentari che osano contestarne le scelte, spesso accompagnando le critiche con duri attacchi politici che puntano a marginalizzare gli oppositori interni.
Anche sul fronte internazionale il presidente rivendica un’influenza assoluta. Del premier israeliano Benyamin Netanyahu assicura che fa “quello che voglio, quello che dico io”, nonostante gli sviluppi politici e diplomatici abbiano spesso raccontato una realtà più complessa.
Nonostante la retorica dell’uomo solo al comando, Trump si è comunque scontrato con alcuni contrappesi istituzionali. Diversi repubblicani al Congresso hanno tentato di frenare decisioni considerate troppo rischiose, ottenendo però risultati limitati.
Finora, il colpo più significativo è arrivato dalla Corte Suprema, che ha inflitto uno stop alla sua politica di dazi, ricordando come il sistema americano continui a prevedere meccanismi di controllo anche nei confronti del presidente.
Trump continua a costruire attorno a sé una narrazione fondata sulla forza, sull’autorità e sulla centralità della propria figura. Per il suo compleanno si è regalato persino un evento di lotta organizzato alla Casa Bianca, ulteriore simbolo di quella rappresentazione muscolare del potere che caratterizza sempre più il suo secondo mandato.





