Home Opinioni Trump: «Io sono più grande di Napoleone e di Alessandro Magno»

Trump: «Io sono più grande di Napoleone e di Alessandro Magno»

0
Trump, Napoleone e Alessandro Magno»

La frase, frutto di un documento mostrato ai giornalisti del New York Times, nello Studio Ovale

Trump: «Io sono più grande di Napoleone e di Alessandro Magno». La frase, frutto di un documento mostrato ai giornalisti del New York Times, nello Studio Ovale, è rimbalzata su ogni testata del pianeta.

Non l’ha pronunciata un paziente in una clinica psichiatrica. L’ha pronunciata il presidente degli Stati Uniti d’America.

Donald Trump aveva mostrato ai giornalisti del New York Times, nello Studio Ovale, un documento di due pagine in cui viene classificato come più potente di Attila, Gengis Khan, Napoleone, Stalin, Mao e Hitler.

Lo ha letto ad alta voce, nome per nome, spiegando perché ciascuno fosse inferiore a lui. «I miei poteri sono illimitati», ha sintetizzato. «Loro non avevano gli aerei». Come se la grandezza storica si misurasse in miglia di volo e non in capacità di trasformare il mondo.

Il documento lo ha attribuito a un certo Dave King, presentato come «presidential historian». Haberman e Swan – i due reporter che lo hanno intervistato per il libro Regime Change, in uscita lunedì – hanno fatto una verifica elementare.

Dave King non è uno storico. È il caddy personale del golfista Gary Player. Un portamazze da golf che ha consegnato la sua perizia geopolitica a Trump durante una partita a Mar-a-Lago.

Trump ha postato il documento su Truth Social. «Sounds good to me!»

La CNN ha mandato in onda la rivelazione. Il panel non è riuscito a trattenersi. Risate. In diretta. Su un presidente in carica che si autoproclama superiore a Napoleone sulla base del parere di un tizio che per mestiere porge i bastoni sul green.

Sarebbe materiale da cabaret se non fosse materiale da manuale clinico.

Esiste una definizione precisa per chi costruisce un’immagine monumentale di sé e reagisce con ferocia punitiva quando il mondo non la conferma. Si chiama narcisismo maligno.

Decine di psichiatri americani hanno usato pubblicamente narcisismo maligno per Trump, da John Gartner a Lance Dodes, sfidando apertamente la Goldwater Rule.

Il termine lo coniò Erich Fromm, lo sviluppò lo psichiatra Otto Kernberg. È il punto in cui la vanità patologica si fonde con il sadismo: non basta essere ammirati, bisogna sottomettere.

E chi non si sottomette va demolito pubblicamente, perché la demolizione è il messaggio.

Ed eccoci a Giorgia Meloni.

Giorno prima, stesso uomo. Quello che si paragona ad Alessandro Magno chiama L’Aria che tira sul fortino della sinistra La7 e dice: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei. Mi ha fatto pena». Poi rincara alla NBC: «Era una mia grande fan. Ma non la voglio come fan».

Il meccanismo è da manuale.

Fase uno: Meloni è «young, beautiful, fantastic», il premio per la devozione.

Fase due: Meloni prende posizioni autonome su Ucraina, dazi, Hormuz.

Fase tre: il rifornimento narcisistico si interrompe.

E la punizione scatta automatica: non un disaccordo politico, non una critica nel merito. Un’umiliazione personale, pubblica, calcolata per degradare. «Mi ha fatto pena.»

Non è linguaggio diplomatico. Non è linguaggio politico. È linguaggio da bullo di quartiere che vuole ristabilire la gerarchia del cortile.

Ma il cortile, in questo caso, è il vertice delle nazioni occidentali.

E qui emerge il paradosso che dovrebbe togliere il sonno a ogni analista serio. L’uomo che umilia un premier alleato è lo stesso che tratta con i guanti bianchi i nemici dell’Occidente. Kim Jong-un è «un grande leader». Putin «un genio».

Con l’Iran ha bombardato e poi, di fatto, ha implorato l’accordo, per usare un termine che gli piace molto per gli altri. Con Meloni, che ha difeso gli interessi atlantici per due anni, il registro è quello della punizione sadica.

Il criterio non è strategico. Non è geopolitico. Non è razionale. È esclusivamente narcisistico: mi celebri o ti anniento.

E c’è ancora chi, in Italia, porta il cappellino rosso e chiama quest’uomo “il leader del mondo libero”. Libero da cosa, esattamente? Dalla realtà?

Il caddy che scrive «sei il più grande della storia» diventa uno storico presidenziale. Il premier che smette di adorarti diventa qualcuno che «fa pena».

Napoleone perse a Waterloo contro una coalizione militare. Alessandro Magno morì a trentatré anni dopo aver conquistato il mondo conosciuto. Cesare fu pugnalato da chi non accettava la concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo.

Tutti e tre, con i loro crimini e le loro grandezze, trasformarono la civiltà in cui vissero. Nessuno dei tre aveva bisogno che un portamazze glielo certificasse.

Il vero documento da analizzare non è quello di Dave King. È la mente di chi lo ha letto ad alta voce nello Studio Ovale credendoci.

Un uomo con i codici nucleari che si ritiene superiore a qualunque essere umano mai vissuto, e che quando una donna a capo di un governo alleato smette di applaudirlo, la descrive come una questuante che implora una foto.

Non è politica. Non è diplomazia. È una patologia con un nome e un cognome, e ha accesso all’arsenale più grande del mondo.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui