
Scemata la campagna relativa a Trump amico di Epstein, sui social degli Stati Uniti, poi ripresi dai social di tutto il mondo, è partita una campagna virale tesa a considerarlo morto, addirittura sostituito da un sosia o a darlo ammalatissimo. Come al solito, a forza di insistere, le bugie si incartano da sole, e così accade che la stessa fotografia di Trump viene analizzata per dire che non è lui, ma un sosia e per dire che è lui, ma ha i segni di una malattia. C’è sempre la soluzione di un sosia ammalato, perché no? Tutto fa brodo.
Come è noto, ci sono account falsi, che possono essere moltiplicati a piacere, i quali danno il via al fenomeno della menzogna che poi viene replicata in modo virale e incontrollato.
Prima di entrare nel merito del fenomeno è opportuno porsi alcune domande.
La prima riguarda la disperazione di un mondo abituato alle porte girevoli tra democratici e repubblicani, tra di loro poco distanti e assai simili, che ora deve fare i conti con una polarizzazione reale della politica Usa e che proietta i propri desideri di eliminazione di Trump nei social, in una sorta di esorcismo collettivo operato in un meta mondo al quale le élite progressiste si sono abituate, vivendo in una bolla ideologica che con la realtà ha poco a che fare.
La seconda riguarda il tentativo di delegittimazione di Trump, così come è stato fatto con Putin, al quale erano stati affibbiati numerosi cancri, con la conseguenza che il leader del Cremlino sarebbe morto di lì a poco. Analisti studiavano le mani, la faccia a loro dire gonfia, la camminata, l’espressione facciale. A quanto sembra Putin è vivo e vegeto.
La terza, che è la più interessante, è che la campagna sia una sorta di minaccia, un avvertimento e un invito, una sorta di “wanted dead or alive”.
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Non sarebbe la prima volta che qualcuno tenta di risolvere il problema della presenza di Trump con l’assassinio organizzato: mandanti, esecutori, falsi esecutori (il giovanotto sul tetto) a far da copertura a quelli veri.

Non è un caso che J.D. Vance, in un’intervista del 27 agosto 2025 a USA Today, abbia dichiarato di essere pronto a subentrare in caso di una “terribile tragedia”. Queste parole, estrapolate dal contesto, sono state interpretate da alcuni come un segnale di problemi di salute o di un possibile decesso di Trump, contribuendo a far esplodere il trend “Trump Is Dead” su X. Va, al contrario, valutata la possibilità che la dichiarazione del vicepresidente sia un avvertimento a chi ancora una volta si immagina dietro al grilletto del killer: anche se Trump fosse ammazzato ci sarebbe lui a continuare la desertificazione della vecchia logica nata e cresciuta negli States e concepita nella City di Londra, cuore della finanza globalista e neocoloniale.
Veniamo alla questione degli strumenti, ossia al fenomeno degli account falsi, profili creati con identità fittizie, spesso gestiti da persone reali o bot automatizzati, per promuovere narrazioni specifiche.
Un bot automatizzato è un programma software progettato per eseguire attività ripetitive o specifiche in modo automatico, senza intervento umano. Questi bot operano su piattaforme digitali, come siti web, social media o applicazioni, e possono rispondere a messaggi, raccogliere dati, eseguire azioni ripetitive (es. pubblicare post sui social media o gestire transazioni), moderare contenuti (censurare).
I bot possono essere semplici, con regole predefinite, o avanzati, utilizzando l’intelligenza artificiale per apprendere e adattarsi.
Falsi profili e bot possono servire a disinformazione politica, propaganda, “false flag”, manipolazione sociale, diffusione di contenuti falsi.
Torniamo alla cronaca.
Le voci sulla morte di Donald Trump e sulla sua salute sono emerse principalmente a causa di una combinazione di speculazioni online, fraintendimenti e disinformazione virale.
A partire dal 27 agosto 2025, Trump non è apparso in eventi pubblici per alcuni giorni, un fatto insolito per un presidente noto per la sua costante presenza mediatica. Questo silenzio, unito alla mancanza di post sui social media, ha alimentato speculazioni sulla sua salute o persino sulla sua morte.
Negli ultimi mesi, foto che mostravano lividi sulle mani e gonfiore alle caviglie di Trump, hanno generato ipotesi su possibili problemi di salute. A luglio 2025, la Casa Bianca ha confermato che Trump soffre di insufficienza venosa cronica, una condizione benigna comune negli over 70, che può causare gonfiore agli arti inferiori. Tuttavia, alcuni media e utenti online hanno ipotizzato condizioni più gravi, come trombosi, insufficienza cardiaca o persino demenza, nonostante gli esami medici abbiano escluso patologie serie.
La voce sulla morte di Trump si è diffusa rapidamente il 30 agosto 2025.
Un elemento che ha contribuito alle voci è stata l’interpretazione errata della bandiera a mezz’asta alla Casa Bianca, abbassata non per Trump, ma in segno di rispetto per le vittime di una sparatoria a Minneapolis.
La Casa Bianca, che ha diffuso una nota firmata dal medico personale del Presidente, Sean Barbabella, in base alla quale si apprende che Donald Trump si è sottoposto a una serie di controlli medici dopo aver riscontrato un leggero gonfiore alle gambe.
Secondo la Casa Bianca, gli esami effettuati – tra cui ecografie vascolari e test cardiaci – hanno escluso patologie gravi come trombosi, scompenso cardiaco o problemi renali. Le analisi del sangue sono risultate nella norma e, secondo il bollettino, Trump non avverte dolore né altri sintomi rilevanti.
La diagnosi finale è di insufficienza venosa cronica, una condizione comune tra gli anziani (over 70), in cui le vene delle gambe faticano a far risalire il sangue verso il cuore.
Il trattamento è l’eliminazione dei fattori di rischio (sedentarietà, obesità, permanenza prolungata in piedi o seduti) con attività fisica e controllo del peso.
Per concludere, parafrasando una frase attribuita al Divo Giulio (Andreotti), a pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.
E allora seguiamo Giulio Andreotti e pensiamo male.
Donald Trump il 27 agosto, in un post su Truth Social, ha chiesto l’incriminazione di George Soros e di suo figlio Alexander ai sensi del RICO Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act), una legge federale statunitense degli anni Settanta (varata nel 1970) pensata per combattere la criminalità organizzata.
Trump ha accusato Soros di sostenere proteste violente negli Stati Uniti, definendolo un “pazzo” che, insieme al figlio e al suo “gruppo di psicopatici”, avrebbe causato gravi danni al Paese.
Trump ha invocato il RICO Act per perseguire Soros, sostenendo che il suo supporto a proteste e altre attività giustificherebbe l’applicazione di questa legge, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per capo d’accusa in caso di condanna.
La Open Society Foundations di Soros ha respinto le accuse, definendole “false e oltraggiose”.
Qui si colloca la dichiarazione di JD Vance, in risposta a una “strana” domanda fatta durante un’intervista a Usa Today (guarda caso il 27 agosto), sull’eventualità o prospettiva di dover sostituire Donald Trump.
J.D.Vance ha dichiarato che sarebbe pronto ad assumere il ruolo di presidente se necessario: «Si verificano tragedie terribili, ma io sono molto fiducioso che il presidente degli Stati Uniti sia in ottima forma, che completi il mandato e faccia grandi cose per il popolo americano». Ma se, ha precisato Vance «Dio non voglia, dovesse verificarsi una tragedia terribile, io non riesco a immaginare un addestramento sul campo migliore di quello che ho ricevuto negli ultimi 200 giorni».
Il messaggio di Vance è chiaro: qualsiasi cosa accada a Trump, la sua politica andrà avanti. E se consideriamo come si è mosso sino ad ora Vance, c’è da credere che sarebbe ancora più incisiva.
Pensiamo male e facciamo peccato. Il Divo Giulio di solito ci azzeccava.





