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TRE PICCIONI CON UNA “FABIAN”

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di Silvano Danesi

Il laburista fabiano Tony Blair ha preso tre piccioni con una “fabian”.

La “fabian” è la denuncia dell’irrealizzabilità del Green Deal.

I tre piccioni sono re Carlo III, le posizioni ecologiste del defunto Jorge Mario Bergoglio e la baronessa Ursula von der Leyen, la cui alleanza politica, colpita da un siluro sotto la chiglia, è prossima ad inabissarsi.

Giovedì ero a pranzo con un caro amico e con la sua signora al ristorante ebraico Gam Gam  Kosher all’ingresso del ghetto ebraico di Venezia e ci chiedevamo, dopo le affermazioni di Blair e la firma dell’accordo tra USA e Kiev, chi avrebbe dato il benservito a Ursula von der Leyen.

La risposta è arrivata dal congresso del Ppe che si è concluso in Spagna.

Prima di occuparci del Ppe mi sovviene di ricordare che Gam Gam è il titolo di una canzone in lingua ebraica scritta da Elie Botbol, che riprende il quarto versetto del Salmo 23 di Davide, dall’Antico Testamento. La canzone è diventata anche un simbolo, uno degli “inni” più toccanti del genocidio che riguardò più di un milione e mezzo di bambini nei lager nazisti. Il testo della canzone dice: “Gam-Gam-Gam Ki Elekh/Be-Beghe Tzalmavet/Lo-Lo-Lo Ira Ra/Ki Atta Immadì (2 volte)

Šivtekhà umišantekhà/Hema-Hema yenahmuni (2 volte)

Traduzione

Anche se andassi/nella valle oscura/non temerei alcun male,/ perché Tu sei sempre con me;/perché Tu sei il mio bastone,/il mio supporto,/con Te io mi sento tranquillo.

https://www.youtube.com/watch?v=EcJs8242JpE

La canzone, musicata dal grande Ennio Morricone, ricorda i bambini ebrei trucidati dai nazisti nelle valli oscure dei campi di sterminio chiamate campi di lavoro.

Giovedi era il Primo Maggio, festa del lavoro. Sulla porta dei campi di sterminio c’era scritto: “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi: un satanico stravolgimento del significato del valore del lavoro e un tragico inganno per milioni di innocenti.

A volte, oltre a ricordare le conquiste dei lavoratori, è necessario anche volgere l’attenzione ai momenti drammatici della storia dove il significato del lavoro è stato satanicamente stravolto.

Dopo la parentesi, torniamo ai piccioni e alla “fabian”.

L’interrogativo riguardante i destini della baronessa Ursula von der Leyen ha una risposta: la Commissione Ursula è ormai un cadavere ambulante.

La risposta è venuta dalla Spagna, dal congresso del Ppe, con un’istanza istanza politica di cui Forza Italia si è fatta portatrice, attraverso la risoluzione che Tajani ha depositato e che è stata approvata.

Tajani, parlando all’assise, ha preso spunto dal Primo Maggio, «un giorno importante per i lavoratori europei. Ma se vogliamo proteggere i posti di lavoro», ha dichiarato il ministro degli Esteri, «se vogliamo più posti di lavoro per le nuove generazioni, dobbiamo cambiare, abbiamo bisogno di una politica industriale forte. Dobbiamo sostenere l’economia reale. Abbiamo bisogno di una nuova stagione dopo il disastro Green Deal».

«Il piano», ha detto ancora il segretario azzurro, «non è un’azione contro il cambiamento climatico. È un’azione contro l’agricoltura e l’industria. Per questo, dobbiamo cambiare. E il Ppe sarà in prima linea».

«Vogliamo lottare contro il cambiamento climatico – ha detto Tajani – , ma senza una nuova religione, la religione del signor Timmermans e di Greta Thunberg».

Il socialista Frans Timmermans è stato il “padre” del Green Deal, da vicepresidente della Commissione nella scorsa legislatura e così i socialisti, chiamati in causa, si sono subito fatti sentire con Mohammed Chahim, vicepresidente del gruppo dei socialisti e democratici (S&D) e membro della commissione Ambiente, il quale ha scaricato la presidente della Commissione europea, che del Partito popolare è esponente.

“Il Green Deal – ha detto Mohammed Chahim  – era il nostro piano per la crescita, fu Ursula von der Leyen a presentarlo insieme a Timmermans e adesso si nasconde” dietro la figura dell’ex commissario socialista.

Ursula e la sua Commissione sono degli ectoplasmi, dei cadaveri ambulanti e i socialisti, che si intestano il Green Deal e se lo appuntano sul bavero come simbolo della loro politica, sono i veri perdenti di una stagione che volge al termine.

A dare il benservito al Green Deal e, con il Green Deal, ai socialisti e ai verdi, è Tony Blair, socialista laburista e fabiano, il quale a inizio settimana, sul suo sito, ha scritto: “Sappiamo che l’attuale stato del dibattito sul cambiamento climatico è permeato di irrazionalità” e i cittadini si stanno allontanando “dagli aspetti politici della questione perché ritengono che le soluzioni proposte non siano fondate su buone politiche”. “

Pertanto – spiega Blair – nei paesi sviluppati, gli elettori si sentono chiamati a fare sacrifici finanziari e cambiamenti nel proprio stile di vita, pur sapendo che il loro impatto sulle emissioni globali è minimo. Qualunque sia la responsabilità storica del mondo sviluppato per il cambiamento climatico, chi ha anche una conoscenza superficiale dei fatti sa che in futuro le principali fonti di inquinamento proverranno principalmente dai paesi in via di sviluppo”.

Blair scrive che “a causa dei livelli di crescita e sviluppo, le attuali soluzioni politiche sono inadeguate e, cosa ancora peggiore, distorcono il dibattito spingendolo a cercare una piattaforma climatica irrealistica e quindi impraticabile”.

Secondo Blair i politici dovrebbero spiegare ai cittadini che “l’approccio attuale”, ossia quello del Green Deal, “non funziona”, in quanto “nonostante gli ultimi 15 anni abbiano visto un’esplosione delle energie rinnovabili e nonostante i veicoli elettrici siano diventati il settore in più rapida crescita del mercato automobilistico, con la Cina in testa in entrambi i settori, la produzione di combustibili fossili e la relativa domanda sono aumentate, non diminuite, e sono destinate a crescere ulteriormente fino al 2030. Escludendo petrolio e gas, nel 2024 la Cina ha avviato la costruzione di 95 gigawatt di nuova energia a carbone, una quantità quasi pari all’attuale produzione totale di energia da carbone di tutta Europa messa insieme. Nel frattempo, l’India ha recentemente annunciato di aver raggiunto il traguardo di 1 miliardo di tonnellate di produzione di carbone in un solo anno”.

I viaggi aerei nei prossimi anni raddoppieranno e “entro il 2050 – scrive ancora Blair – si prevede che l’urbanizzazione determinerà un aumento del 40 per cento nella domanda di acciaio e del 50 per cento nella domanda di cemento, fattori di produzione essenziali per lo sviluppo, ma materiali con un impatto significativo sulle emissioni”. Senza contare che l’Africa, che per ora produce solo il 4% delle emissioni globali, sta crescendo da un punto di vista demografico e questo avrà un impatto non indifferente in termini di energia, infrastrutture e risorse. Infine: entro il 2030 quasi due terzi delle emissioni globali proverranno da Cina, India e Sud-est asiatico.

Secondo Blair, questi “sono i fatti scomodi, che significano che qualsiasi strategia basata sull’eliminazione graduale dei combustibili fossili nel breve termine o sulla limitazione dei consumi è una strategia destinata a fallire”.

Blair ritiene che “dovremmo continuare a utilizzare le energie rinnovabili, che sono necessarie e convenienti”, ma riconosce che “se non trasformiamo alcune delle tecnologie emergenti in opzioni finanziariamente sostenibili, il mondo sceglierà l’opzione più economica. Questo vale per tutto, dalla fusione nucleare al carburante sostenibile per l’aviazione, all’acciaio ecologico e al cemento a basse emissioni”.

Blair boccia le “campagne iperboliche che hanno portato il mondo al grave errore politico di abbandonare il nucleare e suggerisce di  incrementare la ricerca e non le iniziative “verdi”, oltre che investire sulla cattura del carbonio, al momento insostenibile commercialmente benché tecnologicamente fattibile, ipotesi ostacolata dal fatto che la politica ha scelto di correre dietro “la soluzione purista di fermare la produzione di combustibili fossili”.

Secondo Blair, inoltre, “i leader politici, in generale, sanno che il dibattito è diventato irrazionale. Ma hanno paura di ammetterlo, per paura di essere accusati di essere‘negazionisti del clima”.

Ed ecco che Blair, mettendo una pietra tombale sul Green Deal ha affossato la baronessa von der Leyen e ha buttato un sasso nella piccionaia socialista, creando scompiglio.

Un affondato di rilievo è, come detto, Sua Maestà Re Carlo III, venuto a Roma e a Ravenna a spiegarci che esistiamo come italiani grazie agli inglesi e a fare propaganda per il Green Deal, subito smentito da Starmer che ha dovuto salvare la British Steel, senza la quale non si produce l’indispensabile acciaio da alto forno.

Blair, che rimane il vero riferimento fabiano dei laburisti inglesi, ha ribattuto il chiodo, facendo delle posizioni verdi del suo sovrano niente altro che degli auspici e dei desideri.

Stiamo ancora cercando di capire, a dire il vero, cosa sia venuto davvero a fare Carlo III a Ravenna, lui che, oltre ad essere re, è capo della Chiesa anglicana e della Massoneria inglese. Dopo Roma, capitale dell’Impero e ora d’Italia, Ravenna è città che è stata capitale dell’Esarcato d’Italia, un territorio bizantino d’oltremare, dal 540 al 751, periodo in cui l’Impero bizantino esercitava il suo controllo sulla regione. 

Anche l’Italia, in fondo, secondo il punto di vista britannico, è un territorio inglese d’oltremare.

L’Esarcato del terzo millennio è un territorio governato dal Partito Comunista e dai suoi eredi fin dal dopoguerra.

Oggi Ravenna, Capitale dell’Esarcato del terzo millennio, conta anche sulla presenza di Antonio Patuelli, presidente dell’ABI (Associazione bancaria italiana), imprenditore, giornalista,  Cavaliere del Lavoro e nominato, proprio nel 2025, a capo della Commissione nazionale italiana per l’Unesco,  su proposta del ministro degli Affari Esteri e amico di vecchia data Antonio Tajani.

Ravenna, va ricordato, ha otto dei siti Unesco italiani e conserva il più ricco patrimonio di mosaici databili tra il V e il VI secolo d.C.

Rimane il fatto, tuttavia, che il viaggio in Italia di Carlo III, per quanto riguarda il green, si è rivelato, dopo pochi giorni, un viaggio a vuoto.

Terzo piccione della “fabian” è l’impianto ideologico di Jorge Mario Bergoglio sul clima, il green, l’ecologia, riversato nelle sue encicliche e nelle sue numerose esternazioni. Impianto ideologico che viene archiviato assieme al suo autore.

Non può sfuggire a nessuno la tempistica.

La prossima settimana si apre il Conclave che dovrà eleggere il successore di Pietro.

L’agenda Bergoglio è fortemente discussa, sia per quanto riguarda gli aspetti dottrinali, sia per quanto attiene alle posizioni politiche e geopolitiche del Vaticano.

Le esternazioni di Blair e del Ppe sulla politica green e climatica mettono i cardinali di fronte alla necessità di chiudere la “fase neocon” obamiana della Chiesa di Roma. Un tema che riguarda direttamente anche la figura del prossimo pontefice.

Sono, questi, giorni di svolta. Anche l’accordo tra Usa e Kiev mette fuori gioco Bruxelles, riducendo l’Unione Europea ad una larva ormai visibile solo per il frenetico agitarsi di Ursula von der Layen, intenta a dare modo alla Germania di trasformare le fabbriche di auto in fabbriche di carri armati e di gestire le commesse del riarmo. Dati i precedenti c’è da aspettare il peggio.

Tre piccioni con una “fabian” significa anche che il mondo laburista fabiano più intelligente ha capito che questa non è più la fase dei neocon e che è necessario cambiare registro. Lo capirà il Conclave?

A fare la guardia al bidone rimane, nel frattempo, la piccionaia socialista.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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