di Sergio Restelli
Il canto poetico del nostro corpo.
Immagina per un istante di posare l’orecchio sul tuo petto e di udire il ritmo instancabile del cuore: un tamburo antico che scandisce il flusso del tempo dentro di noi. Quel battito lento o veloce, calmo o impetuoso è la prima delle “parole” che il corpo ci sussurra. È una poesia primordiale, scritta in silenzio, che racconta di vita, di respiro, di desiderio.
Ogni inspirazione è un verso aperto, carico di possibilità; ogni espirazione, un verso che si chiude, liberando ciò che non serve più. Se ascoltassimo il respiro, scopriremmo un metro sottile e perfetto, simile a un sonetto invisibile: a volte il respiro si fa affannato quando la gioia ci attraversa o quando l’ansia ci assale; rallenta nel riposo, accelera nello sforzo, modulandosi come un arioso musicale: il silenzio tra un’inspirazione e l’altra è come una cesura, un punto di sospensione che dà senso al verso successivo.
Approfondire il respiro significa imparare a riconoscere le sfumature del nostro paesaggio interiore: l’irruenza dell’entusiasmo, la pesantezza del dolore, la calma della contemplazione. Il sangue che scorre nelle arterie è un fiume rubino che disegna, nel buio delle vene, arabeschi di sopravvivenza.
Ogni goccia trasporta nutrimento e memoria: ormoni che ci rendono coraggiosi o timorosi, globuli bianchi che difendono “l’io” da invasioni estranee.
Se ci soffermassimo a osservare quel liquido vitale con occhi interiori, vedremmo: un caleidoscopio chimico in cui proteine, sali e cellule dialogano in un linguaggio molecolare;e’ Un romanzo storico, perché nel nostro sangue è inscritta l’eredità degli antenati, le loro sfide, le loro migrazioni;
E’ Un poema epico,poiché ogni ferita rimarginata è una strofa di vittoria sulla fragilità. Lasciamo che questa visione ci ispiri gratitudine: il corpo, architetto perfetto, ricostruisce tessuti, ripara fratture, orchestra il miracolo continuo della guarigione. E’ una sinfonia dei sensi, gli occhi, le orecchie, la pelle, il naso e la lingua sono strumenti finemente accordati:
la vista ci pittura di luce e ombra, ci regala paesaggi interiori ed esteriori;
l’udito è musica di suoni e silenzi,dal battito cardiaco al vento tra le foglie;
il tatto e’una poesia, dove il mondo si rivela a carezze e pressioni;
l’Olfatto e il gusto sono canti volatili, ed effimeri, che evocano ricordi ancestrali di cibo, fiori, pioggia.
Se prestassimo attenzione a questi strumenti, scopriremmo che ogni percezione è un verso che si intreccia agli altri, componendo una sinfonia multisensoriale: l’aroma del caffè la mattina, il tepore del sole sulla pelle, il sussurro delle onde sul bagnasciuga.
Il corpo è un testo sacro. Possiamo leggere il corpo come un libro sacro, le cui pagine sono costellate di segni:
le rughe, come pieghe di saggezza tracciate dal tempo;
le cicatrici, come capitoli in cui è avvenuta una trasformazione;
la postura, come sintassi del nostro atteggiamento di vita;
il volto, come frontespizio che riflette umori e pensieri.
Ogni “parola” corporea merita di essere interpretata con cura:
un dolore cronico può parlare di tensioni emotive non espresse;
un’irrequietezza nello stomaco può sussurrare desideri inascoltati.
Sarebbe necessario entrare in contatto con questa poesia intima, adottando pratiche antiche e moderne.
Con un’accurata Meditazione consapevole possiamo dirigere l’attenzione al respiro e al corpo, osservando senza giudizio; esplorare mentalmente ogni regione corporea, cogliendo sensazioni sottili; danzare o muoversi liberamente, lasciando che il corpo esprima il suo linguaggio. Con la Scrittura somatica, annotare sensazioni fisiche come fossero versi poetici, intrecciando interiorità e parola scritta.
Il nostro corpo è un poema in divenire, un’opera aperta che si scrive momento dopo momento. Ascoltarlo in profondità significa ritrovare un contatto intimo con la nostra origine vitale, riscoprire un linguaggio che precede e nutre ogni pensiero. Se imparassimo a leggerne e onorarne versi e strofe, potremmo vivere con maggiore pienezza, riconoscendo in ogni palpito un’eco del mistero più grande: quello della vita stessa.




