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Sull’essenza dell’uomo

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Sull'essenza dell'uomo

Un invito alla lettura del testo “Thiel e la luna” di Shabbat Menkaura

Scrive Martin Heidegger, già nel 1950 (!): “MA (n.d.r.: la maiuscola è mia) se l’essere, nella sua stessa essenza, man-tenesse l’essenza dell’uomo?” (Holzwege, trad. Pietro Chiodi, 1968).

Da allora sono passati tre quarti di secolo, così che sia ancora più urgente chiedersi se (ε in greco antico), nel presente e quindi nel futuro, l’essere man-tenga l’essenza dell’uomo, così come nel passato.

Andiamo subito al punto. In La “E” di Delfi (384 D – 394 C), Plutarco discute se attribuire all’uomo una duplice natura (umana e divina) o una natura composita (demoniaca). Il saggio segue l’altro, più noto, Iside e Osiride (351 C – 384 C).

Nel frammento del saggio finale (394 C), Plutarco è chiarissimo: “Anche la confusione tra dei e demoni provocò confusione tra gli uomini” (trad. Emanuele Lelli, 2017).

Nel frammento del saggio precedente (360 E), Plutarco dice che: “Ritengo sia più esatta, allora, l’opinione di quanti identificano le vicende narrate su Tifone, Osiride e Iside non già con le peripezie di dei o di uomini, bensì di grandi demoni” (trad. Marina Cavalli, 1985). Interessante è il commento in nota, nella stessa edizione, della traduttrice: “… ma soprattutto importante per la demonologia di Plutarco è l’opuscolo De defectu oraculorum, c. 10-21 (…). Resta peraltro dubbio se la religione egiziana consentisse un’interpretazione demonologica, ossia contemplasse l’esistenza di esseri intermedi tra la divinità e l’uomo”.

E dunque, anche in relazione al pensiero di Plutarco, siamo nel campo delle ipotesi (εἰ) o opinioni (δόξαι), di più e diverse opinioni o ipotesi (se) che riguardano la natura o essenza, per così dire, dell’uomo: “Nella dialettica, chiaramente, questa nostra congiunzione ipotetica (εἰ) ha un ruolo essenziale, perché dà luogo a un fondamentale rapporto logico. Come può non avere questo valore, infatti, visto che, mentre la natura ha assegnato agli animali solo la conoscenza dell’esistenza delle cose, all’uomo ha concesso la facoltà di comprendere nesso logico e giudizio (n.d.r.: nel testo, nom. sing.: ϑεωρία e κρίσις)”.

Si tratta quindi qui della natura dell’uomo, alla quale Plutarco contrappone la natura del dio al quale noi umani “riveliamo, in risposta al suo saluto ‘Conosci te stesso’: ‘Tu sei – Ei’” (392 A).

È un “incontro” tra due diverse nature. Della natura divina è proprio “l’essere reale. L’eterno. Ciò che non ha origine. Ciò che non ha fine. Ciò in cui neppure un istante può produrre alcuna trasformazione” (392 E). Allora ri-echeggiano qui termini come realtà, eternità e immortalità del tempo, trasformazione.

In contrasto con la natura umana, e nell’incontro con la natura divina, il sacerdote di Delfi, Nicandro, aggiunge il significato della lettera (cfr. Paolo) E: “La E indica certamente la figura e la forma dell’incontro col dio, perché ha il primo posto nelle domande di quelli che chiedono un consulto, ogni volta che essi domandano ‘se’ (ei) vinceranno, ‘se’ (ei) si sposeranno, ‘se’ (ei) è il momento buono per navigare, ‘se’ (ei) conviene far l’agricoltore, ‘se’ (ei) è opportuno partire”.

E allora? Cosa accade?

Accade che: “Il dio, che è la saggezza in persona, si prende gioco dei dialettici, i quali credono che la particella ‘se’, unita alla protasi, non esprima un fatto reale, poiché considera come reale tutte le domande introdotte da questa particella e le degna di un responso” (386 C).

E, dunque, conclude Parmenide: l’essere è e non è possibile che non sia, il non essere non è e non è possibile che sia. In questa sintesi, di umano e divino, ri-appare continuamente la realtà, l’eternità e l’immortalità della vita, MA in perenne trasformazione: “se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo” (351 E).

MA sembra giungere il tempo in cui l’essere non man-tenga e non possa più man-tenere l’essenza attuale dell’uomo, di questo uomo presente. Perché? Com’è possibile che ciò accada e possa accadere?

Plutarco parla di una contraddizione di natura solo apparente, ma, in realtà, egli stesso non può fare a meno di coglierne la sostanza: “… Così pure Euripide si espresse giustamente: ‘Libagioni e canti di morti ormai consunti/ Apollo dalla chioma d’oro non li accoglie più (Suppl. 975-6). E, prima ancora di lui, Stesicoro: ‘Danze, giochi e canti: ecco ciò che Apollo ama soprattutto! Pianti, invece, e singhiozzi trasse in sorte Ade’ (fr. 55 P.)” (394 B).

Egli ritiene, tuttavia, nel presente del suo tempo che: “Comunque, è solo in apparenza che il ‘Tu sei’ e il ‘Conosci te stesso’ sono in contraddizione; in qualche modo, infatti, le due massime concordano ancora. La prima, col senso di timore e di venerazione che include, si indirizza al dio come a colui che esiste eternamente. La seconda è un monito, per il mortale, della sua natura e della sua fragilità” (394 C).

Questi erano i tempi di Plutarco, già prossimi a un nuovo avvento e quindi a una nuova trasformazione, come anticipati e discussi in particolare nel suo De defectu oraculorum, MA diversi sono i tempi attuali, tempi in cui l’IA e l’ingegneria genetica promettono nuove libagioni di danze, giochi e canti succedanei a canti di morti ormai consunti.

P.S.: Credo sia soprattutto questo il significato del messaggio che, anche dalle colonne di questo Giornale, il nostro Shabbat Menkaura abbia voluto trasmettere a tutti i lettori del suo Thiel e la luna.

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