Delle BR sapevamo tutto
Per un accoltellamento a Milano, il mattinale della Questura riporta tutto: nome completo, età, nazionalità, luogo, arma, dinamica.
L’articolo su un quotidiano del giorno dopo: “Un uomo di 28 anni”. La nazionalità è sparita insieme al nome.
Una rapina a Roma, il rapporto delle Volanti è completo: l’articolo restituisce “un cittadino straniero”. La nazionalità c’era, ma annegata nel generico. Il dato arriva in redazione intatto. Esce mutilato. Non è la polizia che nasconde: è il giornalista che taglia.
In Italia chi subisce un reato ha diritto di sapere tutto tranne l’unica cosa che gli servirebbe per giudicare le politiche di chi governa.
Non è un caso. È un protocollo. Si chiama “Carta di Roma”. Prescrive ai giornalisti di evitare riferimenti a nazionalità, etnia, religione degli autori di reato quando “non strettamente rilevanti”.
Di non usare termini che possano “suscitare allarmi ingiustificati”; di non alimentare “associazioni indebite” tra immigrazione, criminalità, illegalità.
Chi stabilisce cosa sia “strettamente rilevante”, cosa sia “ingiustificato”, cosa sia “indebito”? Il protocollo stesso. Un circolo perfetto.
Nasce da un errore vero: la strage di Erba, 2006, quando i media crocifissero il marito tunisino di una vittima prima che emergessero i colpevoli italianissimi. Errore grave. Ma la risposta fu sproporzionata al danno.
Nel 2007 l’UNHCR – agenzia ONU per i Rifugiati – scrisse ai direttori delle testate chiedendo nuove regole. Dettaglio: Marzouk non era un rifugiato. Non era un richiedente asilo. Non rientrava in alcuna competenza dell’UNHCR.
Intervennero lo stesso. L’Ordine dei Giornalisti con la FNSI accolsero la richiesta più di corsa che di fretta. Protocollo approvato nel 2008, Associazione fondata nel 2011. Soci: ARCI, Lunaria, COSPE, Amnesty, Centro Astalli, ASGI, A Buon Diritto di Manconi. UNHCR invitato permanente.
L’intero ecosistema dell’immigrazionismo organizzato in un unico indirizzario.
Nel 2016, incorporata nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista. Chi la viola, rischia il procedimento disciplinare.
Non serve punire: basta minacciare. Le redazioni tagliano da sole, prima che qualcuno lo chieda. Il meccanismo più efficiente mai inventato ha un nome preciso: autocensura preventiva.
I numeri intanto esistono. Il Viminale li pubblica, il Sole 24 Ore ci costruisce classifiche. Stranieri: oltre un terzo dei denunciati, a fronte del 9,4% della popolazione.
Furti con destrezza, furti con strappo, rapine in strada: incidenza straniera oltre il 60%. Popolazione carceraria: 31,6% non italiana. Dati del Ministero, non di Casapound.
Ma il giornale che potrebbe collegare quei numeri alla rapina sotto casa li amputa dalla cronaca de Il Mattino. Il dato aggregato in un rapporto che nessuno apre; il silenzio nella pagina che tutti leggono.
16 marzo 1978, le Brigate Rosse sequestrano Aldo Moro, massacrano cinque agenti in via Fani. In cinquantacinque giorni produssero nove comunicati: propaganda armata, deliri da tribunale rivoluzionario, minacce alla Repubblica.
Pubblicarli significava offrire ai terroristi esattamente ciò che volevano: la cassa di risonanza, la visibilità, il riconoscimento come interlocutori. Il dibattito fu feroce.
Prevalse il diritto all’informazione. Pubblicarono tutto. Integralmente.
L’Italia del 1978 – sangue fresco sull’asfalto, il presidente della DC in una cella larga novanta centimetri – decise che i propri cittadini erano adulti. Capaci di leggere la propaganda del nemico senza diventare complici.
L’Italia del 2026 ha deciso che quei cittadini non sono maturi per conoscere la nazionalità di un borseggiatore. Potrebbero generalizzare. Farsi brutte idee. Votare male.
Chi ha costruito questo bavaglio non protegge lo straniero onesto, che del connazionale delinquente è la prima vittima. Protegge una narrazione. Quella che serve a tenere i confini aperti senza renderne conto ai cittadini che ne pagano le conseguenze.
Non per ideologia soltanto: intorno a ogni sbarco gira un’industria miliardaria di accoglienza, gestione, mediazione. Tra i soci fondatori della Carta di Roma figurano organizzazioni che gestiscono centri di accoglienza con fondi del Ministero dell’Interno.
La stessa Associazione è partner di progetti finanziati dal Ministero del Lavoro. Chi ha scritto il bavaglio è lo stesso che incassa il silenzio.
L’articolo 21 della Costituzione non prevede eccezioni per le ONG. Non contempla deroghe su richiesta dell’UNHCR.
Non autorizza un Ordine professionale a decidere cosa il cittadino non possa sapere in nome di una sensibilità che nessuno ha definito, nessuno ha votato, nessuno può contestare.
L’Associazione Carta di Roma ha una sede, una lista di soci, una partita IVA. Ha deciso cosa sessanta milioni di italiani possano leggere sulla cronaca del proprio Paese. Nessuno l’ha mai votata.






