Home Cultura La mia tomba come sarà? Piena o vuota?

La mia tomba come sarà? Piena o vuota?

0
Da Tutankhamon a me – Meditazioni filosofiche su tre tombe

Proviamo ad ammettere che tertium datur

“E la mia tomba come sarà? Piena o vuota?”.

È questo l’interrogativo che Mauro Turrini pone nel suo libro dal titolo: “Da Tutankhamon a me – Meditazioni filosofiche su tre tombe” (MT edizioni).

Le tre tombe sono quella di Tutankhamon (piena), quella di Gesù (vuota) e la terza è quella che sarà quella dell’autore quando suonerà la sua campana.

“La risposta – sostiene Mauro Turrini – passa attraverso la possibilità di considerare un’alternativa a questa dualità, ammettendo che tertium datur”.

Siamo di fronte a un koan, ossia a una frase paradossale usata nella meditazione Zen per superare i limiti del pensiero logico razionale? In un certo senso sì. Turrini non cerca una risposta razionale, ma mira a provocare un salto intuitivo, bloccando la mente ordinaria.

Tuttavia ammettere che tertium datur più che alla meditazione Zen ci conduce alla fisica quantistica e al famoso gatto di Schrödinger, uno dei più famosi esperimenti mentali della fisica quantistica, proposto dal fisico austriaco Erwin Schrödinger nel 1935.

Erwin Schrödinger immagina questa situazione paradossale: un gatto viene chiuso dentro una scatola sigillata. Nella scatola c’è anche un dispositivo con una piccola quantità di sostanza radioattiva (che ha il 50% di probabilità di decadere in un’ora).

Un contatore Geiger rileva il decadimento. Una fiala di veleno si rompe se viene rilevato un decadimento. Se la sostanza decade, il veleno si libera e il gatto muore. Se la sostanza non decade il gatto rimane vivo.

Secondo l’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, prima di aprire la scatola e osservare, il sistema è in una sovrapposizione quantistica: l’atomo è contemporaneamente decaduto e non decaduto, quindi il gatto è contemporaneamente vivo e morto.

Solo quando apriamo la scatola (cioè quando effettuiamo una misura) la funzione d’onda “collassa” e il gatto risulta o vivo o morto.

Schrödinger voleva evidenziare quanto fosse assurda l’interpretazione di Copenaghen quando la si applica al mondo macroscopico. Non credeva davvero che un gatto potesse essere in sovrapposizione, ma voleva mostrare che qualcosa nella teoria non tornava (o almeno non era intuitivo) passando dal microscopico al macroscopico.

Oggi questo esperimento mentale viene usato per spiegare concetti chiave della meccanica quantistica.

Quando Turrini ci indica la possibilità che tertium datur, ci sta dicendo che se aprissimo mentalmente la tomba, come nel caso del gatto, troveremmo sia una tomba piena, sia una tomba vuota.

La tomba sarebbe piena di un cadavere materiale e vuota di un corpo vivo della stessa sostanza della Mente Universale. Tutto dipende da come pensiamo a noi stessi. Turrini ci invita a “pensare alla perfezione della Natura umana nella coscienza di essere della stessa sostanza della Mente Universale, di una divinità impersonale denominata pensiero”.

La tomba la dobbiamo guardare con uno sguardo noetico, ossia con uno “sguardo intellettuale” o “visione noetica”: una modalità di percezione o intuizione diretta che va oltre i sensi fisici, legata all’intelletto (nous noûs in greco) e alla conoscenza intuitiva o contemplativa.

Noetico deriva dal greco noêtikos (da noêsis, pensiero, intellezione, e noûs, mente intelletto). Si riferisce a una conoscenza immediata, non discorsiva, che “vede” le essenze, le idee o le realtà spirituali, intelligibili.

Nello sguardo noetico rinveniamo il rapporto con quella che Turrini chiama la Mente Universale.

Infatti, il nous (in greco antico νοῦς, traslitterato noûs, pronuncia nùs) è un termine filosofico greco che significa intelletto, mente, ragione o spirito e rappresenta la facoltà mentale superiore, l’intuizione intellettuale distinta da dianoeo (pensiero logico-matematico o discorsivo, ma nella filosofia presocratica (in particolare con Anassagora), il principio ordinatore divino del cosmo.

La tomba è piena di un cadavere, ma è vuota dell’essere che lo ha abbandonato e questo vuoto lo vede lo sguardo noetico?

Per comprendere al fondo il pensiero che ci consegna Turrini dobbiamo pensare, come suggerisce Heidegger, con il pensiero iniziale dei Greci.

L’invito apollineo Gnoti seauton acquista qui tutta la sua valenza e qui entra in campo il lógos, che Turrini utilizza nella sua accezione di ragione, ma il lógos, che deriva da legein è un pensare raccogliente, capace di intendere lo Xynon (ξυνόν), termine filosofico greco arcaico che significa “comune”, “condiviso” o “universale”. Intendere lo Xynon è intendere che siamo della stessa sostanza della Mente Universale.

Il termine è famoso soprattutto per il suo utilizzo da parte del filosofo Eraclito (frammento B114 DK), che afferma “Xynos gar o koinos”, ovvero che ciò che è comune (xynon/koinos) è la legge fondamentale, il lógos.

Xynon rimanda a una dimensione partecipativa superiore, spesso contrapposta alla visione privata o limitata degli uomini (che Eraclito definisce axynetoi, ovvero incapaci di comprendere il “comune”).

Lo Xynon è universale connessione governata da una legge, il lógos, che “è il discorso sulla phýsis, che questa stessa pronuncia su di sé”. (Cacciari).

E che cosa è la phýsis? “La parola φύσις – scrive Heidegger – significa: il sorgere da sé stesso in uno spazio aperto e libero, lo stare in ciò che è sorto manifestandosi e nel manifestarsi offrirsi allo spazio libero, seguendo però in questo una regola”. [i]

Quando incontriamo la parola phýsis cominciamo ad avvicinarci alla comprensione del tertium datur di Turrini.

Analizzando Eraclito (Frammento 22B16 DK – “e come nascondersi a ciò che non tramonta?” – Tonelli o “Di fronte a ciò che mai tramonta, nessuno può rimanere nascosto” – Heidegger), ci si confronta con il tema dell’essere, poiché ciò che mai tramonta è l’essere, in quanto, come ci dice Heidegger, eternamente sorge.

La conseguenza è che nessun essere umano può rimanere nascosto e se non può rimanere nascosto significa che ri-sorge.

“Se mi rapporto a ciò che mai tramonta – scrive Heidegger – nessun uomo può mai rimanere nascosto, si potrà pensare allora che debba dipendere proprio da ciò che mai tramonta il fatto che ogni uomo – vale a dire l’uomo in quanto uomo, l’uomo secondo il suo essere, l’uomo a partire dal centro essenziale del suo esser-uomo – stia all’interno del non nascondimento […] in modo tale che egli è colui che non può nascondersi […] in rapporto a ciò che mai tramonta e per opera di quest’ultimo”. [ii]

Potremmo a questo punto dire che la tomba koanica di Turrini, ossia di un essere (sostantivo) umano (predicato) è piena di un cadavere (humano, humus in disfacimento) ed è vuota dell’essere? Non è così, in quanto il gatto materiale è morto, ma l’essere dell’ente gatto è vivo, anche se per vederlo è necessario uno sguardo noetico.

Facciamo, pertanto, i conti con il greco to on, l’ente, participio del verbo einai. Heidegger ci dice che “ad essere ricercato nel pensiero che pensa l’ente è l’essere dell’ente e ciò che è proprio di esso, dell’essere”.

Ciò che caratterizza l’ente in quanto tale è il suo esser-ente, l’«enticità», l’ousia e l’ousia, l’essere, è ciò da cui proviene ogni ente in quanto tale ed è il suo genos, la sua origine.

Scrive Heidegger: “Al posto del termine ousia (enticità) compare talvolta anche il termine einai, «essere», in quanto è l’infinito di quel verbo il cui participio praesens si dice on (ente, ndr)” [iii]

La parola essere, ci avverte Heidegger, è la parola di tutte le parole. Anche in questa frase abbiamo inserito la parola è, quasi senza farci caso.

Possiamo dire che l’ente cadavere in disfacimento è tomba piena, ma che l’essere ha abbandonato l’ente, in quanto l’ente è in disfacimento, non ha più una forma e quindi la tomba è vuota dell’essente?

Facciamo a questo punto i conti con la parola physis e con la parola zoé.

Phýsis è l’eterno sorgere (phýsein), che non è identificabile con la parola Natura.

Il non tramontare mai di Eraclito è l’eterno sorgere (tò aei phýon) e scrive Heidegger al posto di tò phýon potrebbe anche stare phýsis, nel senso “del mostrarsi che nasce e viene fuori”.

La phýsis è il puro sorgere e, scrive Heidegger, “solo nella luce della phýsis diventano visibili per i Greci quelli che noi chiamiamo processi naturali nelle modalità specifiche del loro «sorgere»” [iv] e, aggiunge Heidegger, “l’originaria esperienza del sorgere e del venir fuori dal nascosto e dal coperto, è rapporto con la «luce»”. [v]

Tò aeiphýon è il semprevivente, ma Eraclito usa il termine aeizoon e al posto di phýon troviamo zoon, participio del verbo zen, traducibile con vivere.

Heidegger ci riporta alla radice za che, come prefisso e pensato grecamente, è il puro sorgere.

Zoon e zon non hanno niente a che fare con la “zoologia”, ma con il sorgere e a questo punto troviamo quanto ci serve per comprendere la tomba di Turrini.

“Il collegamento essenziale tra phýsis, zoé e «luce» – scrive Heidegger- è attestato dal fatto che in greco il termine per dire «luce» ha la stessa radice di phýsis e suona pháos, phòs. Anche noi parliamo ancora di «luce della vita», ma non pensiamo affatto nella loro essenza né la «vita», né la «luce» in modo greco a partire dalla phýsis (e cioè a partire dalla aletheia)”. E l’aletheia è il non nascondimento.

Qui giunti possiamo azzardare che la tomba di Turrini sia contestualmente piena del cadavere materiale (ente in disfacimento) e vuota del corpo di luce, ente re-sorto, nuovamente sorto che ha abbandonato il cadavere.

La parola resurrezione deriva dal latino tardo resurrectio, derivato a sua volta dal verbo resurgere, composto da re- (di nuovo, indietro) e surgere (sorgere, alzarsi). Significa letteralmente “rialzarsi”, “sorgere di nuovo” o “ritornare alla vita” dopo la morte.

Il re-sorto è l’ente che di nuovo si leva su, lascia la sua scoria ormai soggetta a decadimento (tomba piena) abbandona il tumulo (tomba vuota).

Abbiamo già incontrato la parola zen (zao) e la radice za. Za è per la linguistica un rafforzativo dal significato di assai, ma se seguiamo ancora Heidegger, incontriamo la parola zamenés, che significa assai forte, assai impetuoso, in quanto il termine ménos indica la forza, l’impeto.

“Il termine ménos – scrive Heidegger – indica ciò che ci si attende dal ménein, l’alzarsi, il venir fuori, lo scoppiare e l’irrompere, vale a dire un modo del sorgere e del manifestarsi”. [vi]

Se il prefisso za significa nel pensiero greco il puro sorgere la parola zamenés ha il significato un puro sorgere di un alzarsi, di un venir fuori (fuori dal corpo materiale, fuori dalla tomba).

Aristotele ci dice che il sinolo (σύνολον = composto) di materia + forma è la sostanza sensibile concreta. La forma (εἶδος / μορφή) è la candidata più forte come sostanza in senso proprio e causa dell’essere, in quanto la forma è ciò che rende una cosa quello che è (essenza / τὸ τί ἦν εἶναι), attualizza la materia, dà determinazione e unità al composto.

La sostanza sensibile è quindi un sinolo di materia e forma, ma la forma è la vera sostanza primaria perché: è atto (ἐνέργεια energia) rispetto alla potenza della materia; è causa dell’essere della cosa (causa formale); è separabile nel pensiero; è ciò che risponde meglio ai criteri di sostanza: separabilità, determinatezza (tode ti), priorità ontologica.

L’ente che ri-sorge, sorge di nuovo, si alza, viene fuori, è un ente di luce. Siamo in presenza di una transustanziazione. L’essente umano (humus, materia) si transustanzia in un essente di luce.

Affinché si possa parlare di sostanza di luce, ossia di un composto di forma e di fotoni, è necessario che la forma sia coerente, ossia si mantenga nel tempo.

È possibile avere un corpo di fotoni dotato di forma coerente? La tradizione sostiene che è possibile.

Il “cristallo di luce” (o più precisamente supersolido di luce o supersolido fotonico) recentemente ottenuto da ricercatori italiani è altamente coerente.

Turrini scrive che “l’umanità aurea comprenderà che non serve alcuna speranza nell’aldilà: basterà essere pervenuti alla consapevolezza di Chi siamo noi, veramente, nel semplice ascolto e nella contemplazione della nostra Natura spirituale e della nostra unità con la Mente Universale, che è la Sostanza di tutte le cose”.

In effetti non c’è un aldilà e non c’è un aldiquà, ma una diversa phýsis, un diverso sorgere di sé stesso dell’essere che è essente umano e essente di luce.

L’essere umano sorge quando nasce in quanto umano e ri-sorge, quando decade l’umano, come essente di luce. Ambedue le condizioni sono vita.

[i] Heiddeger, Eraclito, Mursia

[ii] Heiddeger, Eraclito, Mursia

[iii] Heiddeger, Eraclito, Mursia

[iv] Heiddeger, Eraclito, Mursia

[v] Heiddeger, Eraclito, Mursia

[vi] Heiddeger, Eraclito, Mursia

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui