Il cinema va riformato
Attori e registi di sinistra non si limitano a piagnucolare per ottenere soldi pubblici ogni volta che possono. Pretendono anche di farci la predica.
Sermoni geopolitici, grida al fascismo, solidarietà alla Flotilla: ogni palco è un pulpito, ogni statuetta un microfono per il comizio.
L’ultima occasione è stata la 71ma edizione dei David di Donatello, quattro ore più noiose di un’antica tragedia greca in lingua originale, trasmesse su Rai 1.
Tre milioni di italiani li hanno visti arrivare e hanno cambiato canale al volo. In pochi istanti è rimasto sintonizzato poco più di un milione di telespettatori tramortiti.
Non sono fuggiti dal cinema. Sono fuggiti da quel cinema che ha trasformato Cinecittà in un congresso politico permanente.
È stata una gara a chi la spara più grossa. Lino Musella, premiato per il ruolo non protagonista di un uomo in coma, ha ringraziato la Global Sumud Flotilla, senza però spiegarne i meriti per il cinema. Poi, dato che ci si trovava, ha chiuso con “Palestina libera.”
Matilda De Angelis ha denunciato ‘l’umiliazione di un’intera categoria.’ Ha ragione: la categoria è umiliata. Ma non dal governo. Dai propri risultati al botteghino, figli di un amichettismo di sinistra che decide chi lavora, chi viene recensito e chi vince.
Temi e messaggi devono restare in linea con il catechismo radical chic. Se non sei allineato, non hai speranze.
Niente recensioni addomesticate, niente ospitate e soprattutto niente premi e coppe. Queste ultime, visti i criteri di assegnazione, sono più paragonabili a portaombrelli che a trofei.
Pierpaolo Capovilla, forse ancora prigioniero del ruolo dell’alcolista in “Le città di pianura”, ha sfilato con la kefiah. Il miglior cortometraggio è stato assegnato a – indovinate un po’ – un film su Gaza.
L’anno prima era toccato a Elio Germano. Immancabile sermone e richiesta di soldi. Il copione non cambia: cambiano solo gli attori.
Piangono. Piangono sempre. La regista del documentario su Rossellini ha lamentato che i soldi del ministero “non sono mai arrivati”. L’intero comparto recita la parte della vittima con una convinzione che meriterebbe, quella sì, un David.
Tra il 2017 e il 2025 lo Stato ha regalato al cinema italiano 7 miliardi e 260 milioni di euro. Regalato, non prestato: a fondo perduto, senza obbligo di restituzione, senza rendiconto, senza che nessuno rispondesse di nulla.
Nel solo 2026, altri 606 milioni e già gridano alla catastrofe. Tre film su quattro tra quelli finanziati nel 2022 e nel 2023 non sono mai arrivati in sala. Non hanno deluso il pubblico: non esistono. Il contribuente ha pagato per il nulla.
Chi è arrivato in sala ha fatto anche peggio.
Massimo Cappelli ha incassato 29 biglietti con 669 mila euro di contributo pubblico per “Prima di andare via”.
Titolo involontariamente perfetto, visto che il pubblico se n’è andato prima di entrare in sala.
Ma il capolavoro assoluto è “Ciak, si mangia”: 4 milioni di euro di contributi pubblici, 80 mila euro di carta igienica dichiarata tra i costi di produzione e 13 mila euro di incasso al botteghino. Nemmeno il più feroce dei sarcasmi può competere con la realtà.
Questa sarebbe la categoria umiliata. Questi sarebbero gli artisti impoveriti.
Solo nel cinema italiano il fallimento diventa curriculum, l’insuccesso diventa martirio e il contribuente resta l’unico spettatore obbligato.
Sette miliardi regalati e nemmeno un film in concorso a Cannes, che si apre la settimana prossima senza il tricolore. Il Paese di Fellini e De Sica spedisce un documentario nella sezione roba d’epoca. Ma dal palco di Cinecittà il problema era il fascismo.
Il cinema va sostenuto, ha detto Mattarella dal Quirinale. No, Signor Presidente: va riformato. Basta regali.
Prestiti d’onore, come per qualunque impresa che chieda soldi allo Stato. Chi produce un film restituisce il prestito con gli incassi.
Chi brucia tutto per 29 biglietti o per 80 mila euro di carta igienica risponde della perdita, come risponderebbe qualunque imprenditore in qualunque altro settore.
In Francia funziona così. In Italia chi lo propone è un fascista.
I David, intanto, vadano su Rai Cinema, il canale dedicato proprio ai film. La prima serata di Rai 1 non è un palcoscenico per noiosi comizi di parte finanziati dal canone.
Il cinema italiano non ha un problema di fascismo. Ha un problema di sette miliardi regalati a chi non ha restituito un euro, non ha riempito una sala e non ha portato un film dove conta.
Prima di gridare “Palestina libera” dal palco di Cinecittà, il cinema italiano risponda a una domanda meno scenografica, ma assai più urgente: dove sono finiti i soldi?






