L’Italia giustamente deve difendere i propri interessi sapendo di essere marginale
Trump, Putin e Xi Jinping sono impegnati in una partita che, come ben sottolinea Elena Tempestini, punta a una nuova Yalta, ossia alla definizione di un nuovo equilibrio basato su aree di influenza.

Quanto sta avvenendo in alcune aree del mondo riguarda esattamente questo, ossia il misurare le forze e le possibilità, per arrivare in seguito a definire i giardini di casa.
L’Italia, con buona pace di Andrea Zhok, rappresenta un punto geopolitico interessante, significativo se giocato all’interno dell’area occidentale a trazione USA, nella considerazione, per qualcuno spiacevole, che l’Unione Europea non esiste e che il Vecchio Continente vede i singoli Stati fare gli affari loro, nonostante la retorica dell’europeismo.
L’Unione Europea è capace solo di esternare con la voce stridula dell’isteria baltica.
Kaja Kallas, Alto Rappresentante dell’UE per la Politica estera poteva dirlo in molti modi che non vuole trattare con la Russia, ma ha scelto il peggiore: “Se diamo alla Russia il diritto di nominare un negoziatore per nostro conto, non sarebbe molto saggio. Penso che Schroeder sia stato un lobbista di alto livello per le aziende statali russe, quindi è chiaro perché Putin voglia che sia lui la persona in questione, in modo che in realtà sieda da entrambe le parti del tavolo”.
Non contenta, la baltica ha aggiunto: “Il cessate il fuoco voluto da Putin era solo un cinico tentativo di proteggere la sua immagine, mentre in realtà stavano attaccando i civili in Ucraina”.
“I nostri avversari, gli aggressori, non dormono – ha avvertito ancora Kallas -. Vogliono chiaramente aumentare la loro influenza in Europa. Purtroppo lo vediamo già nelle organizzazioni sportive, dove, sapete, i russi sono lasciati competere come se nulla fosse successo. Abbiamo visto anche la Biennale di Venezia, dove, sapete, erano lì. Come se nulla fosse successo. Quindi, chiaramente lavorano in continuazione e dobbiamo essere vigili.
Fare qualsiasi azione geopolitica con gente del genere è pura illusione. Ne consegue che l’Unione Europea è marginale in tutta la vasta trattativa in atto tra Washington, Mosca e Pechino.
Ed è marginale anche nelle decisioni sull’Ucraina che nella logica USA è ormai conflitto secondario, che deve finire il più alla svelta possibile e che, se dovesse proseguire, sarà a totale carico dei contribuenti europei.
Un dato è certo: la Russia non restituirà mai il Donbass e la Crimea, in quanto sono essenziali per il controllo del Mar D’Azov, delle vie d’acqua che collegano i cinque mari e, conseguentemente per il suo controllo di alcune fondamentali catene di approvvigionamento.


Gli inglesi, che puntavano ad avere un ruolo, sono disastrati e dopo le elezioni amministrative Keir Starmer è un morto che cammina.
L’Europa, nel suo complesso, inglesi compresi, non ha avuto e non ha alcun peso nel conflitto con l’Iran che è uno dei punti fondamentali del nuovo disegno mondiale.
C’è un’altra partita che vede gli europei cornuti e mazziati: la Groenlandia.
All’inizio di maggio 2026, la società statunitense Critical Metals, con sede a New York e quotata al Nasdaq, ha acquisito il controllo quasi totale del deposito di terre rare di Tanbreez, situato nel sud della Groenlandia.
Il Giacimento è considerato uno dei più grandi e importanti depositi di terre rare pesanti (come terbio e disprosio) al di fuori della Cina, con una licenza di sfruttamento attiva fino al 2050.
Critical Metals ha acquisito il 50,5% delle quote precedentemente detenute dalla società australiana Rimbal Pty. Ltd., portando il controllo al 92,5% e puntando al 100% dell’asset.
Questa operazione mira a ridurre la dipendenza occidentale dal monopolio cinese nella produzione e lavorazione delle terre rare, fondamentali per l’industria tecnologica e militare.
Il controllo del giacimento arriva dopo le passate mire espansionistiche degli USA sull’isola e si configura come un’operazione finanziaria di Wall Street per assicurarsi risorse critiche nel contesto della transizione energetica.
I materiali estratti dovrebbero essere lavorati in Louisiana, negli Stati Uniti.
Anche in questo caso, come per altri, la questione della Groenlandia non è un capriccio di Trump, in quanto gli Stati Uniti hanno tentato più volte di comperarla, come hanno fatto con l’Alaska dalla Russia.
I tentativi degli Stati Uniti di acquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, affondano le radici nel XIX secolo e sono motivati da interessi strategici, militari e minerari (terre rare). Le offerte più note risalgono al 1867, 1946 (100 milioni di dollari) e 2019/2026, con proposte recenti che includono cifre elevate per le risorse.
Nel 1867, il segretario di Stato William H. Seward, dopo aver acquistato l’Alaska nel 1867, mostrò interesse per l’isola. Nel 1910 e in seguito nel 1946, sotto la presidenza Truman, gli USA offrirono 100 milioni di dollari. Infine, è arrivato Trump.
L’interesse è legato alla posizione geopolitica nell’Artico, alla presenza di terre rare fondamentali per tecnologie avanzate e alle rotte marittime aperte dallo scioglimento dei ghiacci.
Il valore strategico della Groenlandia, scrive Dario Fabbri sul numero 2 di Domino 2026, è che costituisce la “piattaforma ideale per attaccare l’America da settentrione, ulteriormente impreziosita dallo scioglimento dei ghiacci, svolta che può incrinare la talassocrazia”.
“Chi domina la Groenlandia – aggiunge Fabbri – può colpire Washington e sconvolgere le rotte marittime. Verità frequentata dagli americani fin dall’Ottocento”.
Prima che i cinesi o i russi scendano a Nuk, dice Fabbri, la questione della Groenlandia riguarda la sicurezza degli USA e anche su questa partita, che pare vedere consenziente Putin, l’Europa non tocca palla e canta con Kallas.
Potremmo continuare, ma l’ottima Elena Tempestini ci gratifica ogni giorno con analisi geopolitiche precise.
E allora che senso ha chiedere all’Italia ciò che non può fare perché non è in grado di farlo?
Scrive Zock: “Sappiamo tutti che l’odierna classe politica, di destra come di sinistra, non ha né l’autonomia né la cultura per immaginare un paese che non sia un’appendice sacrificabile dell’impero americano”.
Mi spiace rompere i sogni patriottici di Andrea Zhok, ma un’Italia che “sa far da sé” è inimmaginabile economicamente, militarmente, tecnologicamente, ben al di là delle classi politiche.
L’incontro tra Giorgia Meloni e Marco Rubio, Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, ha fatto segnare un punto fermo, ossia che essere alleati significa lavorare insieme, ma difendendo, ognuno, i propri interessi.
Giorgia Meloni ha commentato che Italia e Stati Uniti comprendono “quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi allo stesso modo comprendono quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali: quindi l’Italia difende i propri interessi nazionali esattamente come fanno gli Stati Uniti ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo”.
Un modo per dire che, quando gli interessi divergono, non ci si allinea silenziosamente, sia pure nella coscienza che sui fondamentali della politica estera e della geopolitica non può esservi divergenza, soprattutto nel momento nel quale Washington, Mosca e Pechino stanno creando i presupposti di un accordo quadro che non lascia molti spazi a chi, per dimensione, potenza economica, militare, tecnologica, energetica e di accesso alle materie prime non ha alcuna possibilità di “far da sé”.
L’Italia che sa far da sé e tira avanti con il suo Duce e con il suo Re è l’Italietta di Sciaboletta finita male e proprio perché finita male ci ha regalato alcune eredità dalle quali non possiamo prescindere.
Il caso Sigonella, che ha creato le esternazioni a dire il vero tracotanti e disinformate di Donal Trump, è emblematico e utile a rinfrescarci la memoria.
Il 31 marzo scorso il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base aeronavale di Sigonella (situata nei pressi di Catania) come scalo per aerei militari diretti verso il Medio Oriente.
Il 27 marzo 2026 – secondo la ricostruzione del Corriere della Sera – alcuni bombardieri statunitensi erano già decollati e in rotta verso l’obiettivo quando il piano di missione viene trasmesso all’Aeronautica Militare italiana, a operazione ormai avviata. Dopo essere stato informato dal Capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, il ministro decide di bloccare il transito dei veicoli militari.
La motivazione ufficiale, confermata da Palazzo Chigi, è duplice: le autorizzazioni non erano state richieste con i tempi previsti e, soprattutto, quei voli non rientravano nella categoria degli usi ordinari – logistici o di rifornimento – contemplati dai trattati bilaterali, ma avevano natura operativa di combattimento, richiedendo quindi una valutazione politica separata.
I Trattati sono chiari per tutti, altrimenti le firme valgono nulla e se valgono nulla le firme salta la fiducia e la credibilità.
L’Italia non partecipa al conflitto con l’Iran e, come ha ribadito Crosetto,il governo avrebbe rispettato la linea già condivisa con il Parlamento: esaminare caso per caso le richieste americane, distinguendo tra usi consentiti – previsti dagli accordi – e usi operativi che richiedono un’autorizzazione specifica.
Sicuramente non ci fa male saperlo, ma la realtà è quella che è.
Un esempio riguarda il 3 febbraio 1998 un aereo militare americano decollato dalla base di Aviano (Friuli-Venezia Giulia) ha tranciato i cavi della funivia del Cermis in Val di Fiemme, facendo precipitare la cabina e uccidendo tutte le venti persone a bordo.
Nel momento in cui urtò la funivia, l’aereo volava a velocità e quota vietate per quella tipologia di operazioni. La giustizia italiana venne esclusa dal caso. In base alla Convenzione di Londra del 1951, la giurisdizione spetta infatti ai tribunali militari americani. L’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, nel 1999, decise di rendere pubblico il Memorandum d’intesa Italia – USA del 1995, fino ad allora segreto.
Le strutture militari della NATO in Italia convivono con quelle istituite in base ad accordi bilaterali con gli Stati Uniti: distinguere con precisione le rispettive attività prevalenti risulta quindi complesso.
In Italia oggi esisterebbero ora sette basi militari (è stata smantellata quella dell’isola della Maddalena): la base aeronavale di Sigonella, in Sicilia, scalo strategico nel Mediterraneo centrale; la base aerea di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, sede del 31° Fighter Wing dell’US Air Force con i suoi cacciabombardieri F-16 Falcon; la base di Ghedi, in Lombardia, che ospita testate nucleari nell’ambito della condivisione nucleare NATO; Camp Darby, tra Livorno e Pisa, il più grande deposito di armi e munizioni americano in Europa, collegato al porto tramite un canale dedicato; Camp Ederle a Vicenza, sede della 173ª Brigata aviotrasportata dell’esercito statunitense; i porti di Napoli e Gaeta, base della Sesta Flotta americana; e il sistema MUOS di Niscemi, in Sicilia, un’antenna per le comunicazioni satellitari militari che monitora anche la situazione in Medio Oriente.
Ci sono poi un centinaio di strutture minori.
In Italia ci sarebbero, secondo i dati disponibili, circa 13.000 militari americani nelle basi terrestri, ai quali si aggiungono altri 21.000 appartenenti alla Sesta Flotta americana, composta da circa 40 navi e 175 velivoli da combattimento e da trasporto.
Le basi sono concesse agli Stati Uniti in uso, non in proprietà: il territorio su cui sorgono rimane italiano a tutti gli effetti giuridici.
Il fondamento costituzionale della presenza militare americana in Italia è nell’articolo 11 della Costituzione, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Sulla compatibilità tra l’adesione alla NATO e la Carta si è pronunciata la Corte di Cassazione con la sentenza n. 1920/1984, che ha riconosciuto l’Alleanza atlantica come organizzazione difensiva, quindi compatibile con il divieto di guerra aggressiva sancito dal dettato costituzionale.
Le basi americane rientrano in questo schema: esse costituiscono, secondo la dottrina prevalente, una “bilateralizzazione” dell’articolo 3 del Trattato Nato, che impegna gli alleati a prestarsi mutua assistenza per sviluppare la capacità di difesa individuale e collettiva.
La Costituzione prevede due procedure per la stipulazione degli accordi internazionali: la procedura solenne, prevista dagli articoli 80 e 87 della Costituzione, richiede l’autorizzazione parlamentare alla ratifica mediante legge ad hoc, ed è obbligatoria per i trattati di natura politica o con oneri per le finanze; la procedura semplificata – che non è disciplinata esplicitamente dalla Costituzione ma che si è affermata per prassi – comporta invece che l’accordo entri immediatamente in vigore non appena sottoscritto dai rappresentanti dell’esecutivo.
Gli accordi in forma semplificata dovrebbero avere un contenuto eminentemente tecnico.
Nonostante la legge n. 839/1984 (articolo 1) imponga la pubblicazione di tutti gli accordi – compresi quelli in forma semplificata – sulla Gazzetta Ufficiale, per quanto riguarda le basi militari questa procedura è stata spesso disattesa e alcuni accordi non sono stati resi pubblici o lo sono stati tardivamente.
Sul piano degli accordi internazionali, oltre al Trattato Nord Atlantico firmato a Washington nel 1949 e ratificato con la legge 465/1949, il riferimento fondamentale è il trattato NATO – SOFA (Status of Forces Agreement), ovvero la Convenzione di Londra del 19 giugno 1951, ratificata dall’Italia con la legge n. 1335/1955.
Disciplina lo status giuridico delle forze armate degli Stati dell’Alleanza che si trovano nel territorio di un altro Stato membro, incluse le questioni di giurisdizione penale.
Esistono poi degli accordi bilaterali Usa Italia
Sul piano bilaterale, il primo accordo è l’Air Technical Agreement del 30 giugno 1954, che definisce i limiti delle attività operative, addestrative, logistiche e di supporto che i velivoli americani possono svolgere sul territorio italiano.
Il secondo – e più importante – è il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 20 ottobre 1954, noto come “Accordo Ombrello”, stipulato in forma semplificata dall’allora ministro degli Esteri Giuseppe Pella e dall’ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce.
Il BIA regola le modalità per l’utilizzo delle basi concesse in uso alle forze USA e stabilisce, tra l’altro, il tetto massimo delle forze americane che possono stazionare in Italia.
Il terzo accordo di riferimento è il Memorandum d’intesa Italia – USA del 2 febbraio 1995, il cosiddetto Shell Agreement, relativo alle installazioni e infrastrutture concesse in uso alle forze statunitensi in Italia.
L’accordo è attuativo del BIA del 1954 e prevede la stipulazione di Technical Agreements specifici per ciascuna base, inclusa Sigonella (per cui fu siglato un accordo nel 2006). Lo Shell Agreement fu reso pubblico, come s’è detto, da D’Alema, in seguito alla tragedia del Cermis.
Tuttavia, il problema della segretezza degli accordi bilaterali sull’utilizzo delle basi americane rimane centrale e irrisolto. Il BIA del 1954 continua infatti ad avere un elevata classificazione di segretezza e non può essere declassificato unilateralmente dall’Italia, poiché il regime di riservatezza è stato stabilito di comune accordo dai due governi.
Una conseguenza pratica di questo sistema è che il comando sostanziale delle operazioni svolte all’interno delle basi ricade nelle mani del comandante americano: i comandanti italiani presenti nelle basi si limitano a decidere sul numero e gli orari dei voli e sull’assistenza al traffico aereo. Il controllo su personale, equipaggiamento e tipo di attività spetta al comando statunitense.
Possiamo denunciare i trattati? Sicuramente sì. Salvo sopportarne le conseguenze.
Un’Italia autarchica è una barzelletta. L’Europa non esiste. Che rimane? Rimane l’America. Questa la realtà nuda e cruda. Il resto è cipria.





