Ora potrebbe fare la fine di Orbán
”Quasi tutti gli uomini possono sopportare le avversità, ma se vuoi mettere alla prova il carattere di un uomo, dagli il potere”.
Abraham Lincoln
A sei mesi dalle elezioni che segneranno il destino della “sola democrazia del Medio Oriente”, Israele si risveglia da un lungo sonno ipnotico. Per oltre un decennio, la figura di Benjamin Netanyahu è stata circondata da un’aura di soprannaturale resilienza.
Lo chiamavano “The Magician”, il mago, per la sua capacità quasi divinatoria di uscire indenne da scandali giudiziari, crisi di governo e guerre fratricide. Ma oggi, dieci maggio duemilaventisei, l’incantesimo appare non solo incrinato, forse spezzato.
Il paradosso che ha dominato la politica israeliana per anni era una strana forma di sindrome di Stoccolma collettiva: persino i suoi oppositori più feroci, pur disprezzandolo, credevano misticamente nella sua invincibilità.
C’era l’idea che “Bibi” possedesse una chiave segreta per la sopravvivenza, un patto non scritto con la storia. Quel patto si è sgretolato sotto il peso di una scommessa persa: quella sulla sicurezza nazionale ottenuta attraverso l’illusione di un’occupazione perpetua e indolore.
Il pilastro fondamentale su cui Netanyahu ha costruito il suo impero è stata la promessa di stabilità senza concessioni. Mentre il mondo cambiava, lui si ergeva a baluardo contro il caos, sostenendo che lo status quo fosse l’unica opzione percorribile.
Tuttavia, la gestione dei conflitti recenti e le faglie aperte dalla riforma giudiziaria hanno rivelato un re nudo. La società israeliana non è solo lacerata; è consapevole che il costo del mantenimento del controllo sulla Cisgiordania è diventato insostenibile, sia moralmente che militarmente.
Il paragone con Viktor Orbán non è più una provocazione da politologi, ma una possibilità concreta di declino. Come il leader ungherese, Netanyahu ha cercato di piegare le istituzioni democratiche a una visione illiberale del potere per proteggere se stesso.
Ma Israele sta realizzando che la deriva “orbaniana” conduce solo all’isolamento internazionale e alla paralisi interna.
Perché Netanyahu rischia di essere travolto proprio ora? Perché sta emergendo una nuova consapevolezza che sfida il suo dogma decennale.
Le elezioni di novembre non saranno un semplice voto politico, ma un referendum sull’anima di Israele. La domanda non è più se si è “pro o contro Bibi”, ma se Israele ha il coraggio di chiudere l’era del conflitto infinito per abbracciare una soluzione a due stati.
Il “mago” sembra aver finito i trucchi. Le sue apparizioni televisive, un tempo magistrali esempi di comunicazione politica, appaiono oggi come repliche stanche. La sua opposizione ostinata a qualsiasi forma di sovranità palestinese, un tempo suo punto di forza, è oggi il suo principale limite diplomatico, mettendolo in rotta di collisione frontale non solo con l’Europa, ma con gli alleati storici a Washington.
Non si può comprendere il tramonto di Netanyahu senza tornare a quella riforma della giustizia che ha lacerato il Paese. È stato quello il momento in cui l’incantesimo ha iniziato a svanire.
Per la prima volta, riservisti dell’esercito e piloti d’élite hanno collegato la deriva autoritaria interna con la gestione dei territori occupati. Hanno capito che non si può avere una magistratura indipendente se il governo ha bisogno di mano libera per espandere gli insediamenti.
Netanyahu ha sottovalutato la profondità dell’identità democratica israeliana. Pensava di poter gestire il dissenso come aveva fatto per decenni. Invece, ha scatenato una forza centrifuga che ora chiede a gran voce un ritorno ai confini riconosciuti e una chiusura netta con la politica di annessione strisciante.
A sei mesi dal voto, l’incertezza regna sovrana, ma con una differenza sostanziale rispetto al passato: la paura del “dopo” è svanita. Gli israeliani non temono più che senza di lui ci sia il caos. Al contrario, vedono nel superamento della sua figura l’opportunità per un grande Reset nazionale.
Se Netanyahu seguirà la parabola di Orbán, lo farà come un leader che ha preferito il potere personale alla sopravvivenza dei valori del suo popolo. Ma la storia di Israele è fatta di improvvisi sussulti e rinascite.
La fine dell’era Netanyahu potrebbe essere l’alba di un nuovo Israele: uno stato che, potrebbe rinunciare alla Cisgiordania e riconoscere il diritto palestinese all’autodeterminazione, ritrovando finalmente la propria pace e la propria identità di nazione tra le nazioni. L’incantesimo è rotto; la realtà, per quanto difficile, è l’unica strada rimasta.





