Hormuz, il precedente dimenticato: quando l’Italia mandò la Marina invece di pagare il “pizzo” nel Golfo
Negli anni 80 l’Italia si trovò davanti a un dilemma che oggi torna drammaticamente attuale: accettare il ricatto sulle rotte energetiche oppure difendere la libertà commerciale.
La risposta fu seria e chiara. Non si pagarono “pedaggi” all’Iran. Si mandò la Marina Militare nel Golfo Persico.
Nel 1987, durante la guerra Iran-Iraq, il Golfo era diventato una gigantesca scacchiera esplosiva, quasi peggio di oggi. Petroliere attaccate, mine navali, sequestri e missili trasformavano lo Stretto di Hormuz in un collo di bottiglia armato.
In quel contesto venne colpita anche la nave italiana Jolly Rubino, assaltata dai Pasdaran iraniani. Roma comprese che il problema non riguardava più solo la sicurezza marittima, ma la sovranità economica nazionale.
Nacque così l’Operazione Golfo 1. L’Italia schierò il XVIII Gruppo Navale con fregate, navi logistiche e cacciamine della classe Lerici. Una missione enorme per l’epoca: migliaia di miglia nautiche, convogli protetti, bonifica di rotte commerciali e presidio di uno degli snodi energetici più delicati del pianeta.
L’obiettivo era economico. Già allora dal Golfo Persico transitava una quota gigantesca del petrolio mondiale. Oggi attraverso Hormuz passa ancora circa il 20% del greggio globale e oltre il 25% del GNL mondiale. In pratica quasi un barile su cinque consumato nel pianeta attraversa quel corridoio largo appena poche decine di chilometri.
Ecco perché il tema del “pagare per passare” è molto più grave di quanto sembri. Due milioni di euro possono apparire una cifra limitata per una grande compagnia marittima. Ma geopoliticamente rappresentano un precedente devastante.
Perché il messaggio diventerebbe: le rotte internazionali non sono più garantite dal diritto internazionale, ma dalla capacità di gruppi armati di imporre una tassa.
Negli anni 80 l’Italia scelse una postura diversa. Pur con un PIL molto inferiore a quello attuale e con Forze Armate meno avanzate tecnologicamente, comprese che proteggere il commercio significava proteggere industria, occupazione e stabilità interna.
Oggi il rischio è ancora più alto. Un blocco prolungato di Hormuz potrebbe spingere il petrolio oltre i 120 – 150 dollari al barile secondo diversi scenari energetici internazionali.
L’Europa, già fragile sul piano industriale ed energetico, subirebbe uno shock immediato su carburanti, inflazione, logistica e produzione.
La storia della Missione Golfo 1 racconta una verità semplice: quando uno Stato rinuncia a difendere le proprie rotte strategiche e accetta il “pedaggio geopolitico”, smette lentamente di essere una potenza commerciale e diventa un cliente impaurito del caos globale.
A quel tempo, però, c’erano meno convegni, meno presunti esperti, più giornalisti sul pezzo (senza enfasi) e soprattutto politici che lavoravano all’interesse nazionale.





