
di Piergiorgio De Grazia
Alla fine è successo. Pare che la bomba ad orologeria di Gaza, dopo incessanti sollecitazioni sia esplosa. Se sia un’esplosione fatua o un incendio divampante ancora non lo sappiamo. Degli indizi che propendono per la seconda ipotesi ci sarebbero pure, ma ora come ora è meglio non azzardare il passo più lungo della gamba.
Ci sono però due cose che possiamo dire con estrema certezza: la prima è Davide ha tirato un pugno in faccia a Golia, la seconda è che l’Occidente sta consolando Golia e anzi lo sostiene nel non lasciare nessuna traccia di Davide. Ammetto di non aver mai idealizzato Israele, le sue battaglie e le sue ragioni. Semplicemente non ho mai avuto un parere preciso circa quel piccolo stato di cui tanto si parla, finché non ci si trasferì un mio familiare ed ebbi l’occasione di andarci di persona.
In quei giorni, similmente ad una epifania joyciana, il castello di menzogne della narrazione occidentale delle dinamiche di laggiù si frantumò. Ad oggi credo sia stato un bene. Mi appassionai alla politica internazionale, promettendo a me stesso di non cadere nella retorica o, peggio ancora, nella tifoseria più becera, ma di mantenere una mente attiva e allenata all’analisi critica della realtà. Il macro tema del conflitto israelo-palestinese è argomento di innumerevoli ricerche accademiche, dunque, per il rispetto della complessità, eviterò di proporne una sintesi scadente nella riflessione che segue.
Lo scopo di questa non sarà nemmeno stanare il cattivo della storia e santificare il buono, sebbene basta guardare al caso ucraino per rendersi conto di quanto vada di moda. Le righe che seguono vogliono fungere, invece, come spunto per una decostruzione ideologica attorno al mito israeliano. Per addentrarci in questa prova, iniziamo introducendo i fatti che hanno risvegliato l’attenzione globale.
Sabato 7 ottobre 2023, all’alba, una pioggia di oltre cinquemila missili parte dalla striscia di Gaza verso la parte meridionale di Israele. A venire colpite sono oltre venti località, tra cui Gerusalemme e la capitale Tel Aviv. Frattanto miliziani palestinesi entrano nello stato ebraico dal cielo, via mare e via terra, assaltando stazioni di polizia, uccidendo e prendendo in ostaggio numerosi civili. L’organizzazione paramilitare Hamas ha dato inizio all’operazione “Tempesta al-Aqsa”, in riferimento ai fatti dell’omonima moschea.
Il governo israeliano, colto completamente alla sprovvista, risponde immediatamente: Netanyahu dapprima introduce l’operazione “Spada di ferro”, poi nella stessa giornata annuncia che sarà guerra. L’esercito israeliano quindi bombarda Gaza e leva ai suoi abitanti, circa tre milioni, cibo, acqua e corrente elettrica. La notizia esplode: tutti i media del Mondo cominciano freneticamente le dirette. Si susseguono a ritmo martellante aggiornamenti su aggiornamenti, articoli su articoli.
Improvvisamente la guerra in Ucraina nella rappresentazione giornalistica scompare con la stessa velocità con la quale è apparsa. I social media traboccano di punti di vista, news e pareri più disparati, gli influencer prendono posizione tanto quanto le persone comuni. Le immagini dei massacri che circolano in rete scrollano di dosso gli ultimi rimasugli di indifferenza rimasti. Insomma, il Mondo tutto d’un tratto ha scoperto che in quella porzione del vicino oriente c’è la guerra, la gente uccide e viene ammazzata a sua volta.
Agli occhi dell’opinione pubblica occidentale la guerra, che da quasi due anni è faccenda di Russia e Ucraina, viene di colpo traslata in un’altra zona geografica. Peccato che in quei luoghi, in contrapposizione feroce con la sacralità che la storia religiosa ha conferito loro, la pace manchi dal 1948. Le notizie che stanno giungendo sconvolgono. Ma lo sconcerto aumenta nella misura in cui si ignorava la situazione preesistente ed è proprio su questa ignoranza, nel senso etimologico del termine, che la propaganda nostrana gioca e vince.
Abbiamo sentito tutti parlare del conflitto israelo- palestinese. Chiunque in un modo o nell’altro si è approcciato almeno passivamente a questa storia che pare vecchia come l’uomo. È assai probabile che ci sia arrivata la versione proposta dalla narrativa del nostro blocco di informazione: ossia quella per la quale Israele è sotto assedio dei terroristi arabi e magari alle volte usa le maniere forti, ma si parla sempre di un contesto di legittima difesa.
Non è proprio così. Questa visiona grottesca trasuda tre elementi essenziali: il razzismo latente presente in occidente verso gli arabi, considerati in modo caricaturale un popolo intrinsecamente barbaro e dedito al terrorismo, il vittimismo che contraddistingue gli israeliani, che ha come perno la ridicola equivalenza “antisionismo=antisemitismo” e infine la tendenza a semplificare accennata nell’introduzione. In un contesto di voluta disinformazione e ribaltamento dei ruoli è opportuno ristabilire un’ottica diversa.
Israele, come diceva lo stesso padre nobile del sionismo Theodor Herzl è, fin dalle sue origini, un progetto coloniale. Lo stato ebraico è la conseguenza indiretta del buco nero della Shoah. I Palestinesi stanno pagando il conto della pulizia della coscienza di noi europei: fanno le spese di un esperimento di beneficenza internazionale che fin dalle origini ha ignorato ciecamente le conseguenze scontate. Quella che agli occhi del mondo è stata la nascita dell’unica democrazia mediorientale, per un intero popolo, quello palestinese, viene ricordata come la Nakba, il disastro.
Fin dalle origini infatti l’entità sionista ha avviato nei fatti anche un progetto di pulizia etnica. Non sorprende come nel corso di settantacinque anni di vita lo stato ebraico abbia collezionato il poco raccomandabile primato di violazioni di risoluzioni ONU e di norme del diritto internazionale. Esempi lampanti sono l’occupazione di territori conquistati militarmente, la segregazione razziale delle minoranze arabe, blitz illegali al di là del muro, bombardamenti sulla popolazione e le rispettive infrastrutture, arresti arbitrari, torture ed uccisioni sommarie da parte dei militari nei confronti dei civili.
Ricordo nitidamente un episodio di quando ero lì. Dormivo in un albergo di Betlemme, la mattina, mentre facevo colazione, c’era un gran vociare. Quando chiesi una traduzione dall’arabo all’inglese, dei locali mi dissero che a qualche chilometro di distanza, in uno delle decine di campi profughi presenti, erano morti due ragazzi palestinesi durante un blitz. Mi spiegarono che il primo era stato ucciso perché aveva opposto resistenza quando i soldati avevano sfondato la porta di casa sua e minacciato i familiari all’alba. L’altro, sedici anni, era un vicino, che vista la scena era corso in soccorso di quello che presumibilmente era un amico di infanzia. Ucciso sul posto anche lui.
La cosa che mi fece rabbrividire, più che il fatto che i ragazzi avessero la mia età, fu che scoprì solo ore dopo che a decine di chilometri, quella notte l’esercito di Tel Aviv bombardò Gaza. Quello pare che fosse un fatto entrato nella normalità. Andando in giro quei giorni mi inquietò molto il clima. La tensione era costante e si respirava paura mista a rabbia. La provavo io, non loro. Loro erano abituati. Soldati in tenuta anti sommossa con mitra più grandi di loro in ogni dove. Controlli ripetuti e frustranti. Arroganza e prepotenza da parte dei militari nei confronti di tutti, anziani, donne e bambini inclusi.
Stavo realizzando pian piano che quello era un accenno della segregazione razziale in cui vive un popolo de iure a casa sua. Tutto ciò è una timida imitazione di Gaza, luogo da cui Hamas ha fatto partire l’attacco missilistico di sabato scorso. La striscia di Gaza è un fazzoletto di Terra nel sud di Israele, con sbocco sul mare. Con una estensione che è circa un quarto di quella del Comune di Roma, dove vive una popolazione di circa tre milioni di individui, non è difficile capire perché sia uno dei luoghi a più alta densità di popolazione al Mondo. Se volessimo chiamare le cose col proprio nome, se le volessimo definire, Gaza non è un semplice posto affollato, bensì la più grande prigione a cielo aperto.
Israele non ha più militari interni alla Striscia dal 2005, ma applica lo stesso un controllo totale su ciò che entra e che esce, praticando un embargo stile Cuba. Lo Stato ebraico si diletta sovente anche a privare la popolazione di luce, gas, forniture di cibo, medicine ed acqua potabile, quando non la rende direttamente imbevibile buttando cemento nei canali: motivi per cui la situazione, se si aggiungono i bombardamenti, i blitz illegali ed il fatto che nessun abitante può uscirne liberamente, rendono quel luogo, senza eccessiva retorica, un inferno.
La realtà come al solito si scontra con la propaganda. Israele non è una democrazia. Nel luglio del 2018 una legge della Knesset definì Israele “stato degli ebrei” mettendo de facto nero su bianco le motivazioni etniche dietro la segregazione razziale, quindi stabilendo cittadini di serie A, ebrei, e cittadini di serie B, non ebrei. Nel corso di questo 2023 il parlamento israeliano ha emanato un’altra legge che sancisce definitivamente la fine della separazione dei poteri.
L’ultra destra al governo, tra i cui ministri figurano estremisti forse non distanti dai responsabili dell’omicidio dell’ex premier Rabin nel ‘95, ha infatti approvato una legge secondo la quale, con maggioranza semplice del Parlamento, le sentenze della magistratura, perfino della corte suprema, possono venire annullate o bloccate.
Quanto scritto giustifica anche solo in parte l’operato di Hamas sui civili? Questa domanda viene posta ogni volta che si ristabilisce una verità atta a una decostruzione del vittimismo sionista. È una domanda mal posta, pretenziosa e limitante. Qualcuno forse ricorderà un celebre intervento di Craxi in Senato circa l’appoggio o meno all’allora OLP capitanato dal premio nobel per la pace Arafat. Nel discorso, fischiato per ragioni storico-culturali dagli esponenti del MSI, Craxi, riprendendo Mazzini, sosteneva la lotta armata palestinese.
Qui non si parla di giustificare i morti, qui si parla semmai di darne valore comune, da una parte e dall’altra. Qua si tratta allora di decidere da che parte della storia si intende stare. Di capire che l’ingiustizia atroce e inascoltata di un popolo che è prigioniero a casa sua da settantacinque anni, non può rimanere bloccata tra le pagine della storia. Il doppiopesismo occidentale mostra in questo caso tutto il proprio odioso controsenso.
Se il popolo palestinese risponde un giorno con una goccia dello stesso terrore che vive da decenni, si alzano immediati le grida di condanna. Senza essere ipocriti si può dire, anzi, che i morti civili israeliani di questi giorni sono vittime indirette della sua stessa politica di sangue e brutalità. Con ogni probabilità la risposta di Davide a Golia causerà un indicibile bagno di sangue. L’ennesimo. Provo l’amarezza di chi sa che a rimetterci saranno sempre gli innocenti e la rabbia che nasce dalla consapevolezza che i palestinesi sono destinati a continuare ad essere carne da macello. Ciò che resta è il silenzio e forse è proprio questo che dovremmo impedire come esseri umani se non vogliamo piegarci all’ingiustizia.





