Il primo detrattore dell’Italia è l’italiano
Ho lavorato per multinazionali di mezzo mondo e anche per imprese italiane.
Per 5 anni sono stato manager di due tra le più importanti aziende francesi leader mondiali dei rispettivi settori e, stando a contatto con gli operai e gli impiegati delle varie fabbriche sparse sul territorio d’oltralpe, ho potuto apprezzare il famoso nazionalismo francese, con dipendenti orgogliosi della propria azienda e del proprio lavoro, disposti perfino a negare l’evidenza per difenderne la reputazione in ogni contesto.
La stessa cosa avveniva in Germania e negli USA, dove, a dire il vero, la difesa a oltranza era obbligata, in quanto il mancato raggiungimento degli obiettivi generali poteva e può costare il posto di lavoro con licenziamenti e soppressioni improvvise di interi rami di azienda.
Ovunque c’era la consapevolezza che la reputazione dell’azienda e dei suoi prodotti era un bene fondamentale da salvaguardare a ogni costo, perché si rifletteva direttamente sulla reputazione dei lavoratori, sulla redditività dell’impresa, e sulla capacità della stessa di pagare gli stipendi e restare a lungo sul mercato.
Per fare un esempio banale, quando mi trovai a cercare lavoro e nei colloqui citavo l’esperienza di marketing manager in Telemecanique, la reazione era: “caspita, il famoso ufficio marketing della Telemecanique”, e la strada per l’assunzione era spianata o, almeno, lo è stata per diversi anni.
Nelle aziende italiane, invece, i dipendenti sono in massima parte soliti sparlare riguardo la propria azienda, sul loro lavoro e sui prodotti o servizi che ne sono il frutto, l’ho toccato con mano, cercando, da dirigente, di combattere questo malcostume, ma sempre inutilmente.
Questo atteggiamento è una componente rilevante della debolezza strutturale delle aziende italiane.
Intendiamoci, dalle responsabilità non sono indenni i management delle aziende, che, in Italia, sono sempre più distanti dalle maestranze, ma, alla fine, è un contesto che dequalifica anche chi in quelle aziende ci lavora, a partire dai livelli più bassi.
Per farla breve, un italiano che si ritrova a dover, o voler, cambiare azienda fatica 3 volte di più di un francese o un tedesco a convincere delle sue qualità il nuovo datore di lavoro, proprio perché gli aspetti reputazionali del suo curriculum giocano un ruolo spesso determinante.
In pratica, denigrare l’azienda per cui si lavora è come darsi una martellata con fini anticoncezionali, questo a meno che non ci siano motivi davvero seri, quali, ad esempio, il mancato pagamento dello stipendio, o irregolarità contrattuali rilevanti, che è giusto vengano fatte emergere.
Purtroppo, questo gioco al massacro, per ignoranza o invidia, non si limita al solo posto di lavoro, ma si estende a tutti gli ambiti del Paese.
Ogni prodotto nazionale per un italiano è scadente, e se deve acquistarlo si rivolge quasi sempre all’estero, anche se spesso il prodotto estero è ancora più scadente o, magari, è un prodotto italiano travestito.
Fanno eccezione solo alcune eccellenze agroalimentari, ma anche lì i detrattori non mancano.
Siamo un popolo di denigratori rancorosi, incapace di un vero spirito nazionale che poi sarebbe l’unico fattore in grado di guidarci fuori dal disastro economico e sociale in cui ci stiamo dibattendo.
Perfino nello sport riusciamo a tifare per gli altri.
A Italia 90 metà del Paese tifò per l’Argentina contro gli azzurri, perché lì giocava Maradona.
Abbiamo il giocatore di tennis più forte al mondo, che è anche un ragazzo bravo ed educato, eppure, se si vanno a vedere i commenti degli italiani sulla finale di Wimbledon, la metà è tutta a favore del suo contendente tedesco, e un quarto esprime addirittura odio per l’italiano.
Hanno trattato Jakobs come una nullità perché dopo i trionfi olimpici, 4 anni dopo è arrivato solo quarto nell’Olimpiade successiva, quasi come se quel 9″85 fosse un tempo da bambini dell’asilo.
Non parliamo, poi, della politica: ringraziamo che in Italia detenere armi non è libero come negli USA altrimenti tra destra e sinistra sarebbe una strage.
Viviamo di stupide contrapposizioni ideologiche che si manifestano perfino contestando l’evidenza.
Riusciamo a litigare anche su un tema palese come il sesso degli individui, con una parte di noi che si è inventata l’identità sessuale percepita e vuole imporla a tutti gli altri, pretendendo di insegnarla ai bambini nelle scuole.
Metà di noi plaude all’Europa che ci salva, mentre gran parte dell’altra metà plaude all’Europa che ci distrugge, perchè tra le “qualità” degli italiani c’è sempre una buona dose di autodisfattismo.
Dire una cosa banale come “l’immigrazione clandestina è reato e gli irregolari vanno respinti o riportati nei paesi di provenienza” è un’affermazione razzista, passibile dei peggiori insulti oltre che dell’etichetta di fascista, buona per tutte le stagioni.
Abbiamo lasciato la manifestazione della protesta sociale nelle mani di un manipolo di pazzoidi organizzati, che si arroga il diritto di rappresentare le masse in un costante declino culturale che pare ormai irreversibile, mentre la maggioranza silenziosa assiste immobile in modo menefreghista allo scempio del nostro paese che sta andando in pezzi.
Dominati da invidia, rancore, e spirito di rivalsa abbiamo sacrificato l’identità nazionale ad un effimero spirito di protagonismo individuale, senza accorgerci che è un traguardo virtuale in un mondo materiale che sta scavando velocemente la terra sotto i nostri piedi.
Sopravvivremo anche a questo, ma il prezzo che pagheremo sarà altissimo.





