
di Marco Sarli
Il Governo di Mario Draghi ha visto due “studenti studiosi” nelle persone di Giancarlo Giorgetti che in quell’Esecutivo ricopriva il ruolo di ministro per lo Sviluppo economico, mentre dall’esterno e protagonista di un’opposizione molto “responsabile” la leader del partitino di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che, come unica forza di opposizione beneficerà nella tornata elettorale ultra anticipata del 22 settembre 2022 di una schiacciante maggioranza, condivisa dagli alleati della Lega, di Forza Italia e del partitino di Lupi, apparentato a sua volta con il forte movimento di Comunione e Liberazione.
Il pur breve Governo Draghi (è stato in carica solo diciotto mesi, pur godendo della più ampia maggioranza registrata sia nella Prima che nella Seconda Repubblica) si distinse, tra l’altro, nel fatto che, nel solo 2021, emanò non una bensì due Leggi di Bilancio, Leggi che rispecchiavano profondamente il suo pensiero neokeynesiano (ossia il pensiero di John Maynard Keynes adattato ai dettami della scuola di pensiero del Massachussets Institute of Technology fortemente influenzato dal secondo mentore di Draghi, il compianto Professor e premio Nobel per l’Economia Franco Modigliani), Leggi di Bilancio che si sostanziavano da un lato in interventi a sostegno dei redditi medio-bassi mediante la decontribuzione significativa degli stipendi e dei salari fino ad una determinata soglia di reddito, nel non toccare il “reddito di cittadinanza” e in altre misure di sostegno della domanda cosiddetta aggregata. Ulteriori misure furono varate a sostegno delle imprese mediante provvedimenti che estero la loro efficacia sia nella seconda Legge di Bilancio del 2021, sia in quella del 2022 e che rimasero pressoché intatte in quella del 2023, Legge che vedeva il duo Meloni-Giorgetti appena entrati nella stanza dei bottoni ed era, quindi, del tutto improbabile che mettessero significativamente le mani sull’insieme di provvedimenti predisposti dal ministro per l’Economia, Daniele Franco sotto la supervisione del suo maestro Mario Draghi.
Fin qui siamo nella cornice di quello che può essere definito “galateo istituzionale”, ma è sulle successive tre Leggi di Bilancio, inclusa, quindi, quella attualmente all’esame del Parlamento, che il discorso si fa quasi imbarazzante, in quanto, al netto del modesto intervento in favore dei redditi medio-alti, la struttura delle Leggi per il 2024, il 2025 e, appunto, per il 2026 sembrano fotocopie di quelle proposte da quello che nella mia biografia dell’economista romano in corso di pubblicazione definisco “Il gran nocchiero” e sulle quali lo stesso aveva ottenuto il consenso pressoché plebiscitario della Camera e del Senato.
Non stupisce, quindi, che il quotidiano di “casa” di Draghi, il Financial Times si spertichi in lodi per il ministro Giorgetti e per la sua dante causa Meloni o che The Banker, periodico appartenente allo stesso gruppo editoriale del citato FT abbia elevato Giorgetti a ministro dell’Economia dell’anno, ed è quasi ovvio sottolineare come il quotidiano della City continui a ospitare di tanto in tanto articoli di Draghi.
Ma è sulla politica estera che la un tempo “barricadera” Giorgia ha dato e continua a dare il meglio di sé e, mentre non stupisce il forte e convinto sostegno all’Ucraina, sostegno che aveva dato anche dai banche dell’opposizione, la posizione che ha assunto in sede dell’Unione europea rappresenta davvero un salto nel cerchio di fuoco, in quanto la un tempo leader dei Conservatori europei si è, tra luglio e dicembre dello scorso anno, divenuta la vera stampella di sostegno della Baronessa Ursula von der Leyen, sostegno espresso in un voto che ha visto il liquefarsi della storica maggioranza Popolari, Socialisti democratici, Liberali e Verdi, maggioranza che senza il soccorso dei voti dei Fratelli d’Italia sarebbe ignominiosamente andata sotto ed ha comunque prevalso per soli otto voti.
Sulle difficoltà in Patria della Presidente della Commissione dell’Unione europea, peraltro, è meglio stendere un velo pietoso, in quanto la stessa è oramai avvolta in un abbraccio mortale tra il neo cancelliere Merz che certo non dimentica le sette volte in cui è stato umiliata da quella Angela Merkel che è stata, e forse continua ad essere, la madrina politica della von der Leyen, e quel capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo che nel 2019 si è visto soffiare la carica di Presidente della Commissione e che ben sa a chi deve un simile affronto, un quadro questo che certo non depone bene sul prossimo voto su quel Bilancio pluriennale sul quale si è già scatenato un fuoco ad alzo zero della sua fu maggioranza.
D’altra parte, non è un mistero per nessuno che il nome dell’elevato Draghi, forte dei consensi sul suo Piano per la competitività dell’Unione europea, stia, soprattutto dopo la certamente non brillante performance della von der Leyen nel “confronto” con Donald Trump, una confrontation che ha visto l’Ue chiaramente umiliata e tutto questo mentre l’economista romano raccoglie consensi e standing ovation un po’ in tutte le capitali europee che contano e che sa di avere dalla sua Emmanuelle Macron, lo stesso Merz e molto probabilmente la stessa Giorgia Meloni.
In questo quadro è interessante, al di là della scarsa forza del suo partito, la corsa ad intestarsi l’eventuale cambio di cavallo in cosa da parte di Matteo Renzi, sì quello stesso Renzi che nel 2021 si contese con Carlo Calenda la primogenitura sulla scelta “a sorpresa” del presidente Mattarella quando lo stesso tirò fuori dal cilindro in nome dell’ex tutto Mario Draghi.





