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DINAMICHE GLOBALI E NUOVI EQUILIBRI

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Dinamiche globali e nuovi equilibri: l’orologio del mondo segna un’ora critica.

Il mondo attuale è entrato in una fase di silenziosa, ma al tempo stesso profonda e simultanea trasformazione, in cui tecnologia, geopolitica e mutamenti sociali stanno ridisegnando gli equilibri globali. Non si tratta più di oscillazioni cicliche o di crisi congiunturali: è un cambiamento strutturale, complesso, che non segue i parametri tradizionali del potere ma una nuova grammatica fatta di algoritmi, fragilità generazionali, valute digitali emergenti e rivalità tra blocchi in competizione, che globalmente richiedono una ri-formattazione del potere geopolitico che tenga conto dei profondi segnali di usura delle strutture sociali tradizionali.

Segnali di usura che, detto per inciso, costituiscono altrettanti ambiti che possono essere sfruttati per portare avanti quegli attacchi surrettizi e difficilmente arginabili tipici della cosiddetta guerra ibrida, in senso lato, e cognitiva, in senso stretto, laddove maggiore è la massa di persone raggiungibili grazie agli usuali canali di comunicazione, e minore è il livello culturale medio presente: caratteristiche che ci permettono di qualificare come area maggiormente esposta quella dei Paesi Occidentali. Attacchi che sono portati avanti non solo dai tradizionali nemici storici (Russia e Cina in primis), ma anche dai nuovi nemici come quella Turchia che non poco pare intenzionata ad avvantaggiarsi della nuova jihad politica in fieri guidata dall’attuale leadership siriana.

Per capire dove stiamo andando conviene guardare insieme a dati internazionali e a indicatori nazionali: dalle analisi dell’OCSE sull’impatto dell’AI sul lavoro alle statistiche ISTAT sulla famiglia, in senso lato ed italiana in particolare in quanto essa rappresenta una sorta di laboratorio sociologico nonché politico, passando per i rapporti ILO e le contromosse finanziarie, quali ad esempio quelle di Mosca nel quadro BRICS.

Comprendere queste tendenze significa afferrare le linee di tensione che definiranno i prossimi anni: il rapporto tra automazione e lavoro, la coesione interna delle società occidentali, le battaglie sottili tra Cina, Russia, India e Stati Uniti, come pure il  ruolo dei BRICS nel tentativo di riscrivere l’ordine monetario.

Occidente: il tramonto dell’equilibrio sociale

Il primo terreno di crisi è interno. In gran parte dell’Occidente — e non solo — si osserva una progressiva erosione della coesione generazionale, certificata da anni dagli studi di psicologia sociale e sociologia della famiglia. L’ISTAT, ad esempio, registra per l’Italia un tasso di fecondità di 1,20 figli per donna (2023) e un aumento della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale al 23,1% nel 2024. Indicatori che non sono solo numeri: raccontano un logoramento del tessuto sociale e del capitale umano. Tanto a maggior ragione se solo teniamo conto del fatto che questi dati descrivono una pressione demografica e sociale che riduce la capacità di trasmissione intergenerazionale di risorse e valori.

L’ambiente familiare, storicamente vettore di trasmissione di valori e competenze, oggi appare indebolito. Le ricerche dell’OCSE sulla famiglia e i rapporti Pew suggeriscono un fenomeno sempre più diffuso: la “permanente adolescenza” — cioè individui adulti che mantengono comportamenti emotivi e decisionali tipici dell’età giovanile. Per somma la conseguente crescente instabilità economica, combinata agli stress ambientali e digitali, altera la funzione educativa e relazionale della famiglia, come confermato dagli studi sulla discontinuità generazionale nei contesti ad alto stress socioeconomico.

Il risultato è un contesto popolato da generazioni che faticano a trovare un ruolo stabile, disorientate da un presente che richiede competenze nuove e da un futuro che sottrae certezze più velocemente di quanto le offra, cosicché la frattura generazionale avviene proprio mentre le società avrebbero bisogno di compattezza e adattabilità come mai prima.

Va debitamente notato che è questo uno degli aspetti che, a quanto pare, è stato colto pienamente, e pienamente meditato per promuovere tutte quelle iniziative socio-culturali e politiche basate in talune aree del continente africano (a tale proposito si prenda in esame quanto promosso dal progetto “Bridging the Gap” che vede attivo l’Amb Emmanuel Ferdinand Uchemmadu dell’African Youth Network). Ovverosia di quell’Africa cui ancora troppi guardano ad un’area geografica da colonizzare e/o ricolonizzare per farne la propria area di sfruttamento da cui trarre le risorse necessarie al proprio sviluppo, e le cui masse di diseredati in fuga da guerre e miseria utilizzare per creare ad arte quei flussi migratori da impiegare nelle proprie guerre ibride aventi come scopo precipuo la destabilizzazione dell’avversario geopolitico.

Automazione e Intelligenza Artificiale: il nuovo Leviatano

La seconda faglia riguarda la rivoluzione tecnologica, ma non come tale quanto piuttosto per l’alta velocità con cui le trasformazioni tecnologiche stanno prendendo piede nel mondo attuale. L’OCSE mette in guardia: occupazioni con rischio elevato di automazione rappresentano una quota rilevante del mercato del lavoro — su scala OCSE circa il 27–28% dei posti è esposto a un rischio elevato di automazione quando si considerano le tecnologie attuali e l’IA. L’OCSE sottolinea inoltre che la diffusione dell’IA può avere effetti positivi (produttività, qualità del lavoro) ma crea anche rischi di esclusione e dislocamento che richiedono politiche attive.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha aggiornato le sue metriche sull’esposizione delle occupazioni alla Generative AI, proponendo indici più raffinati che combinano dati di task-level, input di esperti e output di modelli AI. Il messaggio è chiaro: la probabilità che intere famiglie di mansioni vengano trasformate (e in alcuni casi ridotte) è concreta e varia per paese e settore.

Le implicazioni pratiche sono immediate: perdita di posti “manuali” e trasformazione di molte professioni cognitive; aumento della domanda di skills digitali; potenziale crescita di disuguaglianze se formazione e protezioni sociali non vengono adeguatamente aggiornate. L’IMF e diversi analisti internazionali hanno da ultimo evidenziato il rischio che l’AI approfondisca le disuguaglianze e renda necessarie nuove politiche fiscali e di welfare.

La riprova è sotto gli occhi di tutti: colossi come Amazon e altri giganti della logistica stanno riducendo drasticamente il fabbisogno di manodopera tramite robotica, automazione avanzata e sistemi di AI capaci di prendere decisioni operative autonome.

Gli effetti, ampiamente documentati da OECD, ILO e World Economic Forum, sono già visibili:

  1. Oltre alla summenzionata riduzione strutturale dei posti di lavoro tradizionali, di cui ha parlato l’OCSE, l’automazione spinta promette di determinare un radicale spostamento del potere contrattuale: la diminuzione del lavoro manuale e ripetitivo indebolisce la forza negoziale dei lavoratori.
  2. Dipendenza crescente da infrastrutture private: la logistica — un tempo cuore dell’economia reale — sta diventando un sistema dominato da imprese tecnologiche che integrano hardware, software e dati in un’unica piattaforma.

Secondo l’ILO, la Generative AI non sostituirà solo mansioni ripetitive, ma anche segmenti cognitivi (analisi documentali, pianificazione, valutazione) tradizionalmente protetti. Il rischio è un “effetto forbice”: pochi altamente specializzati guadagnano potere e reddito, mentre ampie fasce della popolazione perdono un ruolo definito.

Una mutazione che rischia di lasciare interi settori sociali senza un ruolo economico chiaro, con conseguenze sistemiche su welfare, stabilità politica e struttura del lavoro.

Geopolitica: il nuovo gioco a tre

A questa trasformazione tecnologica si sovrappone una partita geopolitica di natura monetaria. La decisione — riportata da Reuters — che la Russia sta preparando emissioni sovrane in renminbi/yuan (bond denominati in CNY, fino a ~5 miliardi di USD in più tranche) non è solo un’operazione finanziaria: è un segnale politico e strategico su come Mosca intende gestire i grandi flussi di yuan accumulati tramite l’export energetico verso la Cina e come cerca di preservare autonomia finanziaria in un contesto di sanzioni e ristrutturazione degli scambi globali.

Il quadro è complesso: Pechino spinge per l’internazionalizzazione dell’RMB, ma il suo posizionamento finanziario e la gestione del cambio possono generare frizioni con partner che accumulano yuan. L’emissione di bond in yuan da parte di Mosca è interpretabile anche come mossa per “creare domanda” di CNY in mercati locali e per mettere Pechino nella posizione di dover garantire maggiore liquidità e stabilità se davvero vuole che lo yuan funzioni come valuta internazionale credibile.

Nel complesso, i BRICS stanno diventando un laboratorio di nuovi meccanismi di conversione e compensazione (swap, panda bond, operazioni domestiche in valute alternative) che sfidano il ruolo tradizionale del dollaro e creano aree di influenza monetaria indipendenti: tutte cose, queste, che sul fronte geopolitico rendono conto di come la competizione si stia ridefinendo facendo sì che gli equilibri globali non siano più un semplice duello tra Stati Uniti e Cina, vista l’emersione di nuovi attori con strategie indipendenti, in primis, come visto, la Russia e — soprattutto — l’India.

I BRICS, un tempo considerati un contenitore vago di economie emergenti che la Cina ha a più riprese mostrato di voler adoperare come ben strutturata massa di manovra per perseguire il proprio obiettivo geostrategico, ovverosia quello di porsi come il secondo elemento cardine di un NWO bipolare sino-statunitense, sono oggi un laboratorio geopolitico dove si sperimentano, come visto,  nuove forme di cooperazione strategica e monetaria.

Ed infatti tra le righe anche del solo annuncio della mossa monetaria di cui sopra si può facilmente notare che dietro questa apparente accettazione della supremazia finanziaria cinese si nasconde un messaggio più sottile: Mosca intende costringere Pechino ad assumersi responsabilità più grandi nella gestione della liquidità e della trasparenza valutaria. Se la Cina vuole che lo yuan diventi una valuta internazionale credibile, deve permettere più convertibilità, maggiore flessibilità e più infrastruttura finanziaria multilaterale. Ed in questo senso il vero problema è: ma Beijing è pronta per assumersi questo ruolo?

In questo quadro, l’India emerge come potenza pragmatica, giustamente equidistante, non caricata da responsabilità storiche o ambiguità sistemiche. Per molti osservatori geopolitici, è proprio Nuova Delhi il possibile “terzo vertice” di un ordine multipolare non bipolare: dialoga con Washington, con Pechino, con Mosca, e allo stesso tempo mantiene una strategia autonoma.

Il mondo è dunque in una fase in cui:

  1. l’Occidente appare stanco,
  2. l’Oriente è in competizione interna,
  3. il Sud globale cerca maggiore autonomia.

Un mondo senza bussole?

Da tutto quanto qui proposito emerge chiaramente che la tecnologia corre più velocemente della politica, la società civile fatica a tenere il passo.

Il rischio principale è che si apra una frattura profonda tra chi controlla gli strumenti del potere digitale e chi li subisce. Un divario che non è solo economico, ma culturale, generazionale e — sempre più — politico.

A conti fatti appare evidente che la combinazione di precarietà economica, automazione, diseguaglianze informative e fragilità istituzionali può creare un ambiente globale via via sempre più instabile, frammentato, con democrazie sotto pressione e sistemi autoritari rafforzati dal controllo digitale: da qui l’emersione dei tre grandi temi e delle altrettante sfide per la politica e la diplomazia internazionali che possiamo riassumere come segue:

  1. Società e coesione: la fragilità demografica e la pressione economica richiedono politiche che rafforzino la resilienza sociale (formazione, welfare, supporto alla genitorialità). I dati ISTAT mostrano chiaramente che il reddito famigliare è in flessione reale e la povertà di rischio è rilevante; sono segnali che possono tradursi in instabilità sociale se non gestiti.
  2. Lavoro e formazione: la rivoluzione dell’IA richiede programmi pubblici-privati di riqualificazione massiva; senza interventi mirati rischiamo di assistere a una perdita di posti sostitutivi senza una compensazione formativa efficace. OECD e ILO indicano la strada: politiche attive e piani locali per l’inclusione digitale sono prioritari.
  3. Geopolitica monetaria: la migrazione verso strumenti denominati in valute alternative (yuan, rublo, sistemi di pagamento alternativi) impone un riesame delle strategie diplomatiche: monitorare le emissioni in valuta locale, comprendere le catene di liquidità e valutare partnership pragmatiche (es. India) per mitigare gli shock.

Tre ambiti critici che fanno sì che nei prossimi anni saranno decisive alcune scelte strategiche urgenti che si traducono in una agenda che impone la seria e fattiva presa in esame dei seguenti step:

  1. Investire in competenze e formazione.

Per ridurre l’impatto dell’automazione e permettere alle società occidentali di non essere travolte dall’IA.

  1. Sviluppare strumenti di intelligence tecnologica e finanziaria

Per non dipendere esclusivamente dai colossi privati della tecnologia e per evitare vulnerabilità sistemiche.

  1. Monitorare più da vicino la dinamica monetaria dei BRICS

In particolare il rapporto Mosca–Pechino e l’evoluzione dell’internazionalizzazione dello yuan.

  1. Rafforzare partnership strategiche con l’India

Considerata sempre più un attore chiave per stabilire un equilibrio multipolare non conflittuale.

  1. Ricostruire la coesione sociale interna

Attraverso politiche generazionali e familiari che ricompongano il capitale sociale indebolito.

In conclusione non possiamo esimerci dal dire che in un mondo che sta cambiando rapidamente comprendere le dinamiche che si muovono sotto la superficie non è un esercizio accademico, ma una necessità vitale per chi deve decidere, anticipare, governare in quanto gli  equilibri del XXI secolo non saranno decisi solo da armate e diplomazie, ma da algoritmi, infrastrutture, valute alternative, reti sociali e resilienza delle comunità per cui il leggere correttamente questi segnali significa costruire il futuro.

Ignorarli significa subirlo.

Fonti selezionate

 

Global dynamics and new equilibria: the world clock marks a critical hour

Today’s world has entered a phase of silent but at the same time profound and simultaneous transformation in which technology, geopolitics and social change are reshaping global balances. It is no longer a matter of cyclical fluctuations or conjunctural crises: it is a structural, complex change that does not follow the traditional parameters of power but a new grammar made up of algorithms, generational fragilities, emerging digital currencies and rivalries between competing blocs, which globally call for a re-formatting of geopolitical power that takes into account the profound signs of wear and tear on traditional social structures.

Signs of wear and tear which, incidentally said, constitute as many areas that can be exploited to carry out those surreptitious and difficult to contain attacks typical of the so-called hybrid warfare, in a broad sense, and cognitive, in a narrow sense, where the greater the mass of people reachable thanks to the usual channels of communication, and the lower the average cultural level present: characteristics that allow us to qualify as an area most exposed that of Western countries. Attacks that are carried out not only by traditional historical enemies (Russia and China in primis), but also by new enemies such as that Turkey that not a little seems intent on taking advantage of the new political jihad in the making led by the current Syrian leadership.

To understand where we are going, it is worth looking together at international data and national indicators: from OECD analyses of the impact of AI on labor to ISTAT statistics on the family, broadly speaking and Italian in particular as it represents a kind of sociological as well as political laboratory, via ILO reports and financial countermoves such as Moscow’s in the BRICS framework.

To understand these trends is to grasp the lines of tension that will define the coming years: the relationship between automation and labor, the internal cohesion of Western societies, the subtle battles between China, Russia, India and the United States, as well as the role of the BRICS in trying to rewrite the monetary order.

West: the waning of social balance

The first ground for crisis is internal. In much of the West – and beyond – there is a progressive erosion of generational cohesion, certified for years by studies in social psychology and sociology of the family. ISTAT, for example, records for Italy a fertility rate of 1.20 children per woman (2023) and an increase in the population at risk of poverty or social exclusion to 23.1 percent in 2024. Indicators that are not just numbers: they tell of an attrition of the social fabric and human capital. All the more so if we only take into account the fact that these data describe a demographic and social pressure that reduces the capacity for intergenerational transmission of resources and values.

The family environment, historically the vector of transmission of values and skills, now appears weakened. OECD research on the family and Pew reports suggest a growing phenomenon: “permanent adolescence”-that is, adult individuals who maintain emotional and decision-making behaviors typical of youth. In addition, the resulting increasing economic instability, combined with environmental and digital stresses, alters the educational and relational function of the family, as confirmed by studies on generational discontinuity in high socioeconomic stress contexts.

The result is a context populated by generations struggling to find a stable role, disoriented by a present that demands new skills and a future that subtracts certainty faster than it offers it, so that generational fracture occurs just as societies would need compactness and adaptability as never before.

It should be duly noted that this is one of the aspects that has apparently been fully grasped, and fully pondered in order to promote all those socio-cultural and political initiatives based in certain areas of the African continent (in this regard, consider what is being promoted by the “Bridging the Gap” project in which Amb Emmanuel Ferdinand Uchemmadu of the African Youth Network is active). In other words, of that Africa to which too many still look to as a geographical area to colonize and/or recolonize in order to make it their own area of exploitation from which to draw the resources necessary for their own development, and whose masses of dispossessed people fleeing wars and misery to use to artfully create those migratory flows to employ in their own hybrid wars having as their primary purpose the destabilization of their geopolitical adversary.

Automation and Artificial Intelligence: the new Leviathan

 

The second fault relates to the technological revolution, but not as such, but rather to the high speed with which technological transformations are taking hold in today’s world. The OECD warns: occupations with a high risk of automation account for a large share of the labor market-at the OECD scale about 27-28 percent of jobs are exposed to a high risk of automation when considering current technologies and AI. The OECD also points out that the spread of AI can have positive effects (productivity, quality of work) but also creates risks of exclusion and displacement that require active policies.

The International Labor Organization (ILO) has updated its metrics on occupations’ exposure to generative AI, proposing more refined indices that combine task-level data, expert input and AI model output. The message is clear: the likelihood of entire job families being transformed (and in some cases reduced) is real and varies by country and sector.

The practical implications are immediate: loss of “manual” jobs and transformation of many cognitive occupations; increased demand for digital skills; and potential growth of inequality if training and social protections are not adequately updated. The IMF and several international analysts have most recently highlighted the risk that AI will deepen inequality and necessitate new fiscal and welfare policies.

The evidence is there for all to see: giants such as Amazon and other logistics giants are drastically reducing labor requirements through robotics, advanced automation and AI systems capable of making autonomous operational decisions.

The effects, widely documented by the OECD, ILO and World Economic Forum, are already visible:

(c) In addition to the aforementioned structural reduction in traditional jobs, which the OECD has mentioned, driven automation promises to bring about a radical shift in bargaining power: the decrease in manual and repetitive work weakens workers’ bargaining strength.

d) Growing dependence on private infrastructure: logistics-once the heart of the real economy-is becoming a system dominated by technology companies that integrate hardware, software and data into a single platform.

According to the ILO, Generative AI will replace not only repetitive tasks, but also traditionally protected cognitive segments (document analysis, planning, evaluation). The risk is a “scissor effect”: a highly specialized few gain power and income, while large segments of the population lose a defined role.

A mutation that risks leaving entire sectors of society without a clear economic role, with systemic consequences for welfare, political stability and labor structure.

Geopolitics: the new three-way game

Overlaying this technological transformation is a geopolitical game of a monetary nature. The decision-reported by Reuters-that Russia is preparing sovereign issues in renminbi/yuan (CNY-denominated bonds, up to ~US$5 billion in multiple tranches) is not just a financial transaction: it is a political and strategic signal on how Moscow intends to manage the large flows of yuan accumulated through energy exports to China and how it seeks to preserve financial autonomy in a context of sanctions and global trade restructuring.

The picture is complex: Beijing is pushing for internationalization of the RMB, but its financial positioning and exchange rate management can generate friction with partners that hoard yuan. Moscow’s issuance of yuan bonds can also be interpreted as a move to “create demand” for CNY in local markets and to put Beijing in the position of having to ensure greater liquidity and stability if it really wants the yuan to function as a credible international currency.

Overall, the BRICS are becoming a laboratory for new conversion and clearing mechanisms (swaps, panda bonds, domestic transactions in alternative currencies) that challenge the traditional role of the dollar and create independent areas of monetary influence: all of which, on the geopolitical front, account for how the competition is redefining itself by making the global balance no longer simply a duel between the United States and China, given the emergence of new players with independent strategies, primarily, as seen, Russia and – especially – India.

The BRICS, once regarded as a vague container of emerging economies that China has repeatedly shown it wants to use as a well-structured mass of maneuver to pursue its geostrategic goal, namely to pose as the second pivotal element of a bipolar Sino-US NWO, are now a geopolitical laboratory where new forms of strategic and monetary cooperation are being experimented with, as seen.

And in fact, between the lines of even the announcement of the monetary move mentioned above, one can easily see that behind this apparent acceptance of Chinese financial supremacy lies a more subtle message: Moscow intends to force Beijing to assume greater responsibility for managing liquidity and currency transparency. If China wants the yuan to become a credible international currency, it must allow more convertibility, more flexibility, and more multilateral financial infrastructure. And in this sense, the real issue is: but is Beijing ready to take on this role?

In this picture, India emerges as a pragmatic, rightly equidistant power, unburdened by historical responsibilities or systemic ambiguities. For many geopolitical observers, it is precisely New Delhi that is the possible “third apex” of a non-bipolar multipolar order: it dialogues with Washington, Beijing, and Moscow, while at the same time maintaining an autonomous strategy.

The world is thus at a stage where:

  1. the West appears tired,
  2. the East is competing internally,
  3. the global South seeks greater autonomy.

 

A world without compasses?

It is clear from everything here about that technology runs faster than politics, civil society struggles to keep up.

The main risk is that a deep divide will open up between those who control the instruments of digital power and those who suffer them. A gap that is not only economic, but cultural, generational and – increasingly – political.

On balance, it seems clear that the combination of economic precarity, automation, informational inequalities and institutional fragilities can create a global environment that is increasingly unstable, fragmented, with democracies under pressure and authoritarian systems strengthened by digital control: hence the emergence of the three major themes and as many challenges for international politics and diplomacy that we can summarize as follows:

  1. Society and cohesion: demographic fragility and economic pressure require policies that strengthen social resilience (education, welfare, parenting support). ISTAT data clearly show that household income is in real decline and risk poverty is significant; these are signs that can translate into social instability if not managed.
  1. Jobs and training: the AI revolution requires massive public-private retraining programs; without targeted interventions we risk seeing a loss of replacement jobs without effective training compensation. OECD and ILO point the way: active policies and local plans for digital inclusion are priorities.
  1. Monetary geopolitics: migration to instruments denominated in alternative currencies (yuan, ruble, alternative payment systems) calls for a re-examination of diplomatic strategies: monitor local currency issues, understand liquidity chains, and consider pragmatic partnerships (e.g., India) to mitigate shocks.

Three critical areas that make some urgent strategic choices decisive in the coming years, resulting in an agenda that requires serious and factual consideration of the following steps:

  1. Investing in skills and training.

To reduce the impact of automation and enable Western societies not to be overwhelmed by AI.

  1. Develop technological and financial intelligence tools.

To not depend exclusively on private tech giants and to avoid systemic vulnerabilities.

  1. Monitor more closely the monetary dynamics of the BRICS.

In particular the Moscow-Beijing relationship and the evolution of the internationalization of the yuan.

  1. Strengthen strategic partnerships with India.

Increasingly seen as a key player in establishing a non-confrontational multipolar balance.

  1. Rebuild internal social cohesion.

Through generational and family policies that recompose weakened social capital.

In conclusion, we cannot shy away from saying that in a rapidly changing world, understanding the dynamics moving beneath the surface is not an academic exercise but a vital necessity for those who must decide, anticipate, and govern since the balances of the 21st century will not be decided only by armies and diplomacy, but by algorithms, infrastructure, alternative currencies, social networks, and community resilience so reading these signals correctly means building the future.

To ignore them is to suffer it.

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  • Redazione

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