
di Gianvito Caldararo
A differenza di Socrate che era un filosofo povero, restìo alle lusinghe del potere e diffidente nei confronti della politica, un filosofo dalle mani pulite, Seneca, invece, era un intellettuale ricco di famiglia, che le mani se le sporcò in faccende di governo che spesso hanno risvolti di cronaca nerissima.
Il padre, Seneca il vecchio, previdente uomo d’affari e raffinatissimo intellettuale, lo portò a Roma perché studiasse da avvocato. Era il sogno paterno e il giovane Seneca non lo deluse, anzi lo realizzò brillantemente divenendo uno dei più appassionati e convincenti oratori del foro romano.
Ma non era quella la sua carriera, né il tribunale rappresentava la sua vera aspirazione. Il debole di Seneca era la politica e ben presto divenne una delle figure di spicco del Senato. Non era un personaggio destinato a passare inosservato. Tra i primi ad accorgersi delle sue trascinanti doti di parlatore fu l’imperatore Caligola e non fu un interesse amichevole.
Infastidito dagli show messi in scena da Senato, Caligola pensò di condannarlo a morte. Ogni vita ha i suoi refrain, i suoi corsi e ricorsi. Il cupo ritornello della vita di Seneca si chiama condanna a morte. Scampato una prima volta all’ira di Caligola, Seneca ci ricascò poco tempo dopo. Accusato da Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, di intrattenere una relazione adulterina con Giulia, nipote dell’imperatore, il filosofo fu mandato per otto anni, otto durissimi anni, in esilio in Corsica.
Peggior sorte toccò a Claudia che fu condannata a morte senza rinvii. Fu Agrippina, madre di Nerone, nuova moglie di Claudio (che uccise avvelenandolo) e sorella di Claudio a riscattarlo dalla solitudine e dalla disperazione del confino per affidargli l’educazione del figlio.
A Seneca, da sempre sostenitore di una filosofia che servisse alla vita degli uomini e non si perdesse in ghirigori intellettualistici, provvedere alla educazione del capo dovette apparire come la grande occasione da non mancare, quella in cui avrebbe potuto realizzare, dopo quello paterno, il suo sogno personale : dare all’impero e all’imperatore l’impronta del suo pensiero e della sua visione del mondo.
Fu così il maestro di Nerone ma i risultati furono quelli sappiamo. Sarebbe difficile e forse ingiusto dare la colpa al filosofo e precettore. I cattivi maestri, a volte, sono prodotti dai cattivi alunni. Di certo Seneca non peccò d’impegno e fu un vero consigliere del principe. Per i primi anni del governo di Nerone la ricetta sembrò funzionare. Poi Nerone uccise sua madre e Seneca, con il realismo di un vero politico, arrivò a farsi complice dell’assassino scrivendo la lettera di discolpa da leggere davanti al Senato.
Alla guerra come alla guerra, alla politica come alla politica, in questo Seneca non si fece illusioni. Giocò secondo le regole del gioco. Finì per ritirarsi, ormai tagliato fuori. Aveva una moglie, Paolina, che amava riamato, aveva ricchezze ragguardevoli, aveva tanti fatti e tanta esperienza di vita vissuta nella capitale del mondo, nelle stanze dei bottoni, da rimeditare in calma e in solitudine.
Così si concluse la parabola della vita di Seneca, il quale sosteneva: ” Lasciamo ai pigri e ai vili le vie piane e sicure: i valorosi salgono alle vette. Si volge ad attendere il futuro solo chi sa vivere davvero il presente”.





