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SCUSATE SE INSISTO SULLA POLITICA ECONOMICA

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di Giuseppe Augieri
 
Semplifico così, chiedendo perdono per le inevitabili imperfezioni.
Si dice: quando aumentano i costi, si riducono i consumi. E’ vero ma solo in alcuni casi. Se aumentano i costi, e si ha la sensazione che l’aumento è una tantum o è transitorio, chi può accelera gli acquisti (e l’inflazione è alimentata anche da questo) con un atteggiamento che dura fino a quando i risparmi si assottigliano troppo. Ma se, sin dall’inizio degli aumenti di prezzo (o in qualsiasi momento nel corso del processo di aumento dei costi) si ha la sensazione che il processo non sarà breve e non sarà tamponato (o peggio ancora, tamponabile), e dunque c’è da prevedere feroci strette di cinghia, non solo non si toccheranno i risparmi, ma se possibile si cercherà di aumentarli. E la contrazione dei consumi è servita. Ovviamente il processo descritto è ben più complicato: entrano in esso tipologia e fungibilità dei prodotti, il valore e la natura delle esportazioni, le manovre della grande distribuzione, la dimensione del risparmio e la sua natura, la solidità e sicurezza del reddito percepito dai consumatori e mille altri non secondari motivi.
Quello che sta avvenendo ora in Italia è la logica – logica, cioè prevedibile – conclusione di quello che succede intorno a noi ed anche di quello che si è fatto per evitare un’altra crisi. Senza citare numeri, ma chiunque è in grado i verificarlo, in Italia nell’ultimo anni si è cresciuti più del resto dell’Europa ma l’inflazione si è mantenuta più alta che altrove. Le due questioni sono legate: perché le politiche antinflattive sono politiche – al fondo – recessive. Da noi ne sono state fatte in misura minore: quindi, rispetto ad altri, un po’ di crescita in più pagata con un po’ di inflazione in più. Ma, poiché si è capito che le guerre, da quella guerreggiata a quelle commerciali, sono lontane da una conclusione, a questo punto anche in Italia la contrazione dei consumi accelera. E la contrazione non è solo nei consumi, ma anche negli investimenti: i parametri degli acquisti di materiale e di beni strumentali – talvolta in contrasto con gli indici borsistici – lo dicono chiaro. Le crisi che investono le grandi economie – quella cinese ma anche quella inconfessata degli USA – sono una realtà e anche le esportazioni ne risentono. Come sempre, c’è da attendersi perciò una conseguente riduzione dell’occupazione, non so di quale dimensione.
Non basta. I consumi in Italia sono il risultato di un mercato perturbato dalla concessione di una serie di “aiuti” sui quali nessuno ha voluto chiarire che essi erano stati messi in campo non solo (e non tanto?) per “aiutare i più deboli” ma per mantenere i livelli di consumo. Si sarebbero potuto adottare provvedimenti diversi: le difficoltà dell’economia nostrana, che comunque sarebbero venute ed ora vengono al pettine, sarebbero state anticipate solo di poco ma a fronte di un tempo e di una velocità di uscita dalla crisi nettamente migliori. Il paragone con, la Germania, ad esempio,  va fatto su questo.
Il paradosso sta nel fatto che la somma di errori passati e di quelli dell’ultimo anno non trova alcuna critica, né nel Governo (qualcosa sul passato si è accennato ma, toccando dei totem, si è solo sussurrato) né nell’opposizione. I punti di contrasto non sono mai sul nocciolo dei problemi: anzi un pizzico di consenso il Governo lo sta avendo su provvedimenti populisti e dannosi. Qualcuno ha detto una parola sull’immensa sciocchezza della detassazione delle tredicesime? Qualcuno ha proposto tavoli di concertazione seria, che cioè non partano dalla minaccia di sciopero generale?

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  • Redazione

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