
di Gianvito Caldararo
Con l’avvicinarsi delle elezioni europee Matteo Salvini, anziché fare gioco di squadra, si dedica al ruolo di “solista”. L’obiettivo che tormenta Salvini è quello di prendere un voto in più di Fratelli d’Italia alle prossime elezioni europee. Ormai non fa mistero che punta a prendere il posto della Meloni e allora ha deciso di vestire i panni dell’agitatore, pronto a lanciare in ogni istante slogan in ogni direzione.
Un giorno è quello del ponte sullo stretto di Messina, poi quello sull’alta velocità, l’annuncio di apertura di un nuovo cantiere, inaugurazioni di ogni tipo e, da ultimo, come una bomba a ciel sereno, la proposta del condono fiscale, condito dalla pace fiscale.
Per l’Italia il condono fiscale è diventato una vera piaga, che accompagna sin dall’Unità la storia del nostro Paese, anche se ogni volta viene detto che è sempre l’ultimo a farsi o da approvare. La media è di un condono ogni due anni dal 1861 e sino ad oggi. Dall’anno dell’Unità d’Italia, in un crescendo rossiniano, abbiamo avuto ben 82 condoni fiscali, mediante rottamazioni, scudi fiscali e sanatorie.
Quello di Draghi doveva essere l’ultimo, quello che prevedeva la cancellazione delle cartelle esattoriali risalenti al periodo che va dal 2000 al 2010 e per un importo non superiore a 5 mila euro e per chi non supera un reddito annuo di 30 mila euro. L’esperienza dimostra che a fronte delle somme previste da introitare, gli introiti effettivi dai condoni o dalle rottamazioni, sono sempre molto inferiori alle attese. Ecco alcuni dati concreti:
1) rottamazione governo Renzi 2016 – recupero 8,6 miliardi di euro a fronte di attese per 17,7 mld di euro;
2) governo Gentiloni 2017, recupero di 2,8 mld di euro a fronte di attese di 8,5 mld di euro;
3) rottamazione Governo Conte 2018, recupero di 8,6 mld di euro a fronte di attese di 26,3 mld di euro;
4) saldo e stralcio 2019, realizzo di 689 milioni di euro a fronte di attese 1,2 miliardi.
E’ di tutta evidenza che tutte l’effettivo recupero è sempre molto lontano dalle previsioni. La proposta di Salvini è in netto contrasto per la posizione portata avanti dal ministro Giorgetti, della Lega, e dal vice-ministro Leo, di Fratelli d’Italia, i quali, pur di arrivare in tempi brevi all’approvazione della delega fiscale per la riforma tributaria, hanno manifestato una certa apertura nei confronti delle proposte delle opposizioni.
Infatti, sono stati accolti alcuni emendamenti come la eliminazione della flat tax incrementale per i lavoratori dipendenti, in luogo della misura per la detassazione dei premi di produttività, come pure la riduzione dell’imposta sugli utili della società distribuiti ai dipendenti. E’ stato accolto anche l’emendamento di destinare alla riduzione delle tasse tutto quello che viene recuperato dalla lotta all’evasione fiscale. Infatti, non va dimenticato che siamo il paese con la maggiore tassazione tra tutti i paesi dell’Ocse.
Inolotre mentre Salvini parla di pace fiscale, il governo Meloni , invece, impegnato a velocizzare ed efficientare uno dei punti deboli del nostro attuale sistema di riscossione, cioè il recupero coattivo delle somme degli evasori fiscali che sottraggono allo Stato. Si punta ad abolire il ruolo e la cartella esattoriale di pagamento così da passare direttamente all’azione esecutiva. E’ prevista, inoltre, l’automazione del pignoramento dei conti correnti.
Quindi, più che di pace, il governo punta su misure che potremmo definire di una certa severità per la lotta all’evasione fiscale. Una linea profondamente diversa da quella propagandata da Salvini del condono fiscale in salsa di pace fiscale.
Il divario che Salvini deve colmare per poter scalzare la Meloni e molto ampio e la sua propaganda non produce alcune segnale di ripresa neanche nei sondaggi elettorali, dove la sua Lega registra un arretramento dell’0,2% rispetto all’ultimo rilevamento del 10 luglio 2023. Mentre Fratelli d’Italia è attestato su un solido 28,7%, la Lega è su un claudicante 9,8%.
La propaganda non paga e Salvini dovrebbe averlo compreso sin dalla famosa estate del Papeete. La verità è che assisteremo ad un crescendo di propaganda fino alle prossime elezioni europee, con il rischio di non vedere attuato il PNRR, di non assistere ad alcuna riforma della giustizia, ad alcuna ripresa economica e dell’occupazione, ma alle continue “bombe a grappolo” di Matteo Salvini, che continuerà a sbroccare come in ogni estate, come ha fatto quando ha detto che ” l’Agenzia delle Entrate è come un clan che tiene in ostaggio gli italiani “.
La credibilità di Salvini è andata sempre più evaporando e se alle prossime elezioni europee dovesse subire una ulteriore delusione, appare evidente che la sua leadership è destinata al tramonto e a collocarsi su un binario morto. In tale direzione, anche la Meloni dovrà calibrare meglio la sua azione di governo, dal momento che si assiste ad un vero e proprio ingorgo di iniziative e promesse, ma dove l’attività prevalente è quella di puntare ad un accentramento di potere.
Gli esempi non mancano, come quello del trasferimento della cabina di regia del PNRR, dal ministero dell’Economia a Palazzo Chigi e la istituzione di una unica ZES – Zona Economica Speciale. In questo quadro, non brillano neanche le opposizioni, impegnate alla ricerca del “campo largo” , che ogni giorno diventa sempre più un “campo minato” o un “campo di profughi”.





