
Sono titubante nell’aggiungere queste mie sciocchezze alle belle e profonde analisi pubblicate sul nostro NGN.
In molti articoli già pubblicati penne assai migliori della mia hanno circoscritto con argomenti indiscutibili il perimetro della ormai veloce decadenza dell’Occidente.
Questi autorevoli interventi hanno ben illustrato la complessa geometria non Euclidea della situazione corrente (la cui assiomatica gender prevede la sostituzione della linea retta con l’intestino retto) e che meglio potrebbe essere rappresentata sulla pseudosfera o tromba di Eugenio Beltrami, in quanto ci stanno trombando da anni senza manco abbassarci le braghe.
Scusate lo sfogo, ma per sfuggire allo sconforto cerco di distrarmi con le buone cose della mia vita, ormai divenute di pessimo gusto come direbbe Gozzano (mi riferisco sia alla mia vita, che alle cose che considero buone).
Perciò, mentre scrivo mi consolo ascoltando la scala raffinata della Gnossiene n.1 di Erik Satie, che mi accarezza gentilmente la mente e mi induce uno stato di lucida riflessione.
Lo vedo seduto al pianoforte del leggendario Le Chat Noir, con il consueto completo in velluto, il cilindro, gli occhiali e la cravatta Lavallière, mentre suona questa composizione misteriosa già nel suo titolo (Gnossiennes) la cui etimologia è controversa.
Non è corretto, come alcuni fanno, attribuire a Satie l’introduzione di questo termine, perché la parola già esisteva nella letteratura francese prima dell’uso da parte del compositore.
Nel Dizionario Larousse del 1865 lo si poteva rinvenire con riferimento alla danza rituale creata da Teseo per celebrare la sua vittoria sul Minotauro, danza descritta per la prima volta nell’Inno a Delo di Callimaco.
«Le premier vestige du chœur remonte jusqu’à Thésée, vainqueur du Minotaure, lequel, diton, institua plusieurs rites commémoratifs, entre autres la danse gnossienne, qui s’exécutait sur un chant général, tandis qu’on égorgeait des victimes humaines sur les autels consacrés aux dieux.» recitava il Dizionario nell’esplicitare i versi del grande poeta ellenistico che qui riproduco nella nostra bella lingua:
E allora si ricopre di corone
la sacra statua, pronta a dare ascolto,
della Cipride antica che fu eretta
da Teseo un tempo, quando navigava,
di ritorno da Creta coi fanciulli
Fuggivano il terribile muggito
del selvatico figlio di Pasifae
e la curva struttura tortuosa
del labirinto. E ridestando, dea,
il suono della cetra, con un cerchio
di danze circondarono il tuo altare
e Teseo guidò il coro.
Un’altra spiegazione è che la parola possa derivare dal termine “gnosi”. Satie, infatti, era già da molto tempo interessato ai misteri gnostici all’epoca in cui iniziò a comporre le Gnossiennes, tanto da essere stato rinominato Esotérik Satie dall’amico Alphonse Allais, editore della rivista satirica omonima del celebre cabaret situato ai piedi della butte di Montmartre.
Satie aveva già rivelato questo carattere di ricercatore dello Spirito avendo composto le Trois sonneries de la Rose+Croix, ma è nelle sue Gnossiennes che, a mio sommesso avviso, egli raggiunge e ci fa raggiungere empirei stati coscienza.
I conoscitori dell’arte musicale sottolineano la meraviglia che desta l’analisi tecnica di questo brano che ben ha inaugurato il minimalismo molto prima della nascita del primo architetto scandinavo o della costruzione del primo negozio IKEA.
Sui Giusti Sentieri che conducono in vetta alla Montagna il meno è sempre meglio del troppo e con un pizzico di Verità lo Spirito si sazia più che ad un vuoto banchetto di menzogna.
Quelle delle Gnossiennes sono atmosfere che si colgono anche nella musica creata da Georges Ivanovič Gurdjieff e Thomas de Hartmann per dare sonorità alla Quarta Via; sono suoni che risanano e affinano lo Spirito.
Satie fu indubbiamente una figura complessa e bizzarra, come a volte bizzarri e sconcertanti apparirono ai contemporanei alcuni comportamenti di Gurdjieff.
Ma forse non fu semplice bizzarria; l’intento era certamente didascalico come accade anche nel Buddismo Zen, ove il maestro assume atteggiamenti sconcertanti se non addirittura riprovevoli per smascherare ipocriti e ipocrisie.
È una via affine a quella detta di Malamat, la via del Biasimo della tradizione Sufi e noi potremmo profittarne molto se decidessimo tutti assieme di utilizzarla come strumento di lotta, anche a livello politico.
Questo metodo, basato su comportamenti apparentemente assurdi, puo’ essere rinvenuto anche negli usi dei Malāmatiyya o Malamati, un gruppo mistico musulmano attivo nel Grande Khorasan del IX secolo, ma mai realmente estinto tanto che in rete circola un video in bianco e nero girato ad un Dhikr (raduno sufi) di affiliati all’ordine Malamattiya a Rahovec, in Kosovo, nel 1969.
La radice del loro nome è la parola araba malāmah “colpa”.
I Malāmatiyya credevano nel valore dell’autocolpevolizzazione, ma soprattutto credevano nel fatto che la pietà doveva essere una questione privata.
In altre parole, anche la fama di essere pii e la percezione di essere tenuti in buona considerazione dagli altri avrebbe portato all’attaccamento al mondo materiale e a danni irreparabili all’anima.
In questa ottica i Malāmatiyya nascondevano le loro conoscenze e si assicuravano che i loro difetti fossero conosciuti da tutti, affinché’ la loro onestà intellettuale e la loro fede fossero garantite dal biasimo per le loro imperfezioni.
Anche nella tradizione chassidica viene celebrato un grande rabbino che ha percorso la via di Malamat, Reb Zusha di Anipoli e rimanendo in ambito ebraico, possiamo capire quanto sia sfortunata la nostra epoca, ottimamente descritta nella Mishna, la parte più antica del Talmud.
“Rabbi Eliezer il Grande dice: Dal giorno in cui il Secondo Tempio fu distrutto, le generazioni si sono deteriorate: Gli studiosi hanno cominciato a diventare come i maestrini che insegnano ai bambini, e i maestrini sono diventati come gli impiegatucci, e gli impiegatucci sono diventati come gli ignorantoni e gli ignorantoni stessi peggiorano sempre di più, e nessuno chiede e nessuno cerca. A chi affidarsi? Solo al nostro Padre Celeste. (Talmud, Sotah 49 a/b)”
Rabbi Eliezer ovviamente si riferisce ad una decadenza spirituale, quella decadenza che in occidente sta arrivando oggidì verso la sua logica conclusione, cioe’ verso uno scontro frontale con la realtà.
Ormai largamente ignari della logica aristotelica, schiavi dei feelings cioe’ della pancia, incapaci di esercitare discernimento e dubbio, attraversiamo una crisi ellittica che tocca ogni aspetto della nostra esistenza, sia sul piano materiale che su quello spirituale.
Siamo apostati e relativisti; siamo anche giustamente privi di fiducia relativamente alle nostre marce istituzioni e ai nostri supposti leaders; per tal motivo veniamo travolti da una risacca di onde di panico sempre piu’ forti e galleggiamo senza appigli chiedendoci cosa ci riserverà il domani.
Una delle circostanze piu’ dolorose è quella relativa alla contrapposizione delle nostre vicende con quelle dei principali paesi asiatici e del Medio Oriente che, pur non essendo certo dei paradisi in terra, anzi tutt’altro, ci regalano la sensazione di possedere maggiori certezze e un carattere piu’ deciso nell’affrontare le sfide del futuro, in primis quella rappresentata dall’intelligenza artificiale.
Non c’è alcun segreto sul fattore determinante in questa maggiore solidità dei nostri antagonisti, è sufficiente abbandonare la spocchia occidentale e attualmente studiare cosa è successo in queste nazioni dal 1989 in poi.
È necessaria però una premessa metodologica: vogliamo parlare della Cina? Ma noi occidentali, non attribuendo alcun credito alle fonti cinesi, seppure spesso disponibili in lingua inglese, come possiamo strologare continuamente tramite i media mainstream sul colosso asiatico?
Come afferma sovente il bravissimo ricercatore che con la moglie cinese gestisce quello che, a mio sommesso avviso, rappresenta il miglior canale nella nostra lingua sulla Cina (YouTube channel, Dazibao) “Secondo gli occidentali i Cinesi non hanno diritto di parlare della Cina” perché tanto ciò che vien detto son tutte balle create a beneficio del Partito Comunista Cinese.
Certo, è meglio leggere le bufale scritte a pagamento dagli scribacchini mainstream accompagnati dai loro cosiddetti esperti prezzolati e imboccati dai servizi occidentali.
Esagero? Andate a vedere cosa ha trovato Elon Musk dentro Twitter relativamente alle collusioni tra agenzie governative americane e una piattaforma privata che doveva suppostamente garantire la comunicazione bipartisan.
Tornando alla Cina, perché interessarsi a ciò che pensa di sé stesso un illustrissimo antico paese, dotato di una cultura millenaria di enorme spessore? Meglio farselo dire da qualche cosiddetto think tank di speculatori di destra o di sinistra, che poco capiscono, ma molto si gonfiano.
Eppure, in Cina il dibattito politico esiste e come, come esistono fior di università, istituti culturali e strutture atte a produrre pensiero.
Il Supremo Leader Xi si è fatto anni e anni in risaia durante la rivoluzione culturale (gli hanno anche ammazzato una sorella) , qualche idea se la sarà fatta o no?
Di più: dopo i fatti di Tienanmen evidentemente qualcuno in Cina deve aver effettuato alcune riflessioni su come procedere verso un futuro meno conflittuale e maggiormente prospero o siamo ormai così razzisti da ritenere noi stessi gli unici depositari del pensiero corretto, come implicano continuamente i nostri padroni.
Stranissimo ma vero, anche fuori dall’occidente si è capaci di elaborare teorie politiche.
Per fare un esempio comune a Cina e Russia, entrambe uscite dal periodo socialista più marcato, una risposta evidente ed efficace è stato il recupero della cultura tradizionale all’interno dello stato e della vita dei cittadini.
Nel documento finale approvato dal XX congresso del Partito Comunista Cinese, al secondo capitolo (II. Una nuova frontiera nell’adattamento del marxismo al contesto cinese e alle necessità dei tempi) si legge:
“… I comunisti cinesi sono profondamente consapevoli che solo integrando i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche della Cina e con la raffinata cultura tradizionale e solo applicando il materialismo dialettico e storico possiamo fornire risposte corrette alle grandi questioni presentate dai tempi e scoperte attraverso la pratica e possiamo garantire che il marxismo conservi sempre il suo vigore e la sua vitalità.”
E piu’ sotto: “Per sostenere e sviluppare il marxismo, dobbiamo integrarlo con la raffinata cultura tradizionale cinese. Solo radicandosi nel ricco terreno storico e culturale del paese e della nazione la verità del marxismo può fiorire in questo contesto. Con una storia che risale all’antichità, la raffinata cultura tradizionale della Cina è vasta e profonda; è la cristallizzazione della saggezza della civiltà cinese. La nostra cultura tradizionale sposa molti principi e concetti importanti, tra cui il perseguimento del bene comune per tutti; considerare il popolo come fondamento dello Stato; governare per virtù; scartare l’obsoleto a favore del nuovo; selezionare i funzionari in base al merito; promuovere l’armonia tra l’uomo e la natura; perseguire incessantemente l’auto-miglioramento; abbracciare il mondo con virtù; agire in buona fede ed essere amichevoli con gli altri; e promuovere il buon vicinato. Queste massime, che hanno preso forma nel corso di secoli di lavoro e di vita, riflettono il modo in cui il popolo cinese vede l’universo, il mondo, la società e la moralità e sono altamente coerenti con i valori e le proposizioni del socialismo scientifico. Dobbiamo rimanere fiduciosi nella nostra storia e nella nostra cultura, fare in modo che il passato serva il presente e sviluppare il nuovo dal vecchio. Dobbiamo integrare l’essenza del marxismo con il meglio della cultura tradizionale cinese e con i valori comuni che il nostro popolo applica intuitivamente nella vita di tutti i giorni. Dovremmo continuare a dotare la teoria marxista di caratteristiche distintive cinesi e consolidare la base storica e il sostegno pubblico per adattare il marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei nostri tempi. Con questo, faremo in modo che il marxismo metta radici profonde in Cina.”
Ma tanto loro, i Cinesi, queste cose le scrivono solo per ingannare l’occidente …
Per quel che può valere, così ha fatto anche la Russia di Putin dopo la debacle di Yeltsin, argomento che non provo neppure a trattare per paura di ritorsioni di ogni genere, financo giudiziarie.
Mi limito a rammentare l’immagine di Stalin, quale comandante delle forze armate sovietiche vittoriose nella Grande Guerra Patriottica, inserita con grande risalto nell’iconografia della nuova Cattedrale delle Forze Armate completata nel 2020.
Per fortuna che Putin (quel gran figlio di Putina come graziosamente lo ha definito Biden, mostrando a tutto il mondo il livello cui è giunta la diplomazia occidentale) è morto già cinque o sei volte, ha il cancro, l’intervista con Tucker l’ha fatta un sosia e la controffensiva ucraina ha ormai raggiunto Vladivostock, ove si è fermata per mancanza di navi sufficienti a raggiungere il Giappone, ma i ricchissimi contribuenti occidentali stanno stanziando 1000000000000000000 triliardi di dollari per costruire i battelli necessari all’impresa.
Venezia, vera antesignana di questa iniziativa, ha già inviato la sua flotta di vaporetti verso le Colonne d’Ercole ove già è diretta la portaerei Cavour per minacciare Pechino, Nanchino e Stracchino, nel quadro dei GIUSTI e FAVOLOSI accordi con gli altri alleati occidentali.
Ma la triste realtà è che anche i principali leaders arabi ci hanno voltato le spalle e hanno dimostrato il loro rigetto della cultura occidentale proprio nel momento in cui eravamo più deboli.
Che smacco! Abbiamo scoperto con orrore che questi leaders, tutti laureati nei più prestigiosi atenei angloamericani, dentro il cuore celavano ancora l’amore per la loro cultura tradizionale e per il Nobile Corano che alla Sura 109 recita:
1. Di’: «O miscredenti!
2. Io non adoro quel che voi adorate
3. e voi non siete adoratori di quel che io adoro.
4. Io non sono adoratore di quel che voi avete adorato
5. e voi non siete adoratori di quel che io adoro:
6. a voi la vostra religione, a me la mia».
Magari questi buontemponi come MBS avranno bevuto un cicchetto con i Bush, ovvero si saranno fatti una cannetta con quello del Ketchup, o con qualche altro padrone globale della Skulls and Bones e della Fabian Society, ma nel cuore aspettavano solo di poter dire quanto schifo gli facesse la moderna società occidentale.
Una cosa è l’emiro che trasgredisce a Londra e un’altra è far precipitare il proprio paese nello stesso abisso di liquame ove sta sprofondando l’allegro occidente.
Credetemi, malgrado la cosa sembri ipocrita, ha perfettamente senso per culture che non hanno conosciuto l’illuminismo e quasi nessun altro “ismo”.
Il capo può privatamente trasgredire, ma è anche il difensore della fede e dei credenti. Punto.
Vogliamo poi parlare della posizione dell’India di Narendra Modi riguardo al rapporto con la cultura tradizionale?
Risulta chiaro a chi non si chiami, putacaso, Ursula o Mario che il fallimento annunziato del globalismo debba necessariamente comprendere una fase di transizione mediante la quale la cultura tradizionale, seppur criticamente rivista, serva da ancoraggio identitario e sia nuovamente integrata nella vita pubblica e privata dei paesi occidentali.
È un ritorno al futuro ripartendo dal passato, che nel caso italiano offre letteralmente migliaia di occasioni e spunti di grande interesse.
Ma prima bisogna eliminare la swamp come la chiamano i Trumpisti, bisogna ripulire la palude cattocomunista che ha devastato la nostra identità culturale per fini propri, cancellando l’Italia con la scusa dei ridicoli riferimenti fascisti alla storia romana.
Tale operazione è necessaria e proprio iniziative come questo nostro NGN sono fondamentali per ottenere dei risultati apprezzabili; sennò ci beccheremo i prossimi Ferragnez quali simboli nazionali e il duo Amadeus-Ghali come coscienza della patria.
Non è giusto né proprio addossare esclusivamente al governo in carica, che già è sommerso da problemi gravi fino alla punta dei capelli, questa responsabilità che deriva da cinquanta anni di cattomarxismo.
Senza il nostro apporto deciso nulla potrà essere cambiato.
Ci chiediamo in che modo la via di Malamat possa essere utile a questo scopo?
La risposta è semplice: cos’altro ci rimane se non la provocazione iperbolica che porta al denudamento e alla successiva ridicolizzazione del potere?
Dobbiamo fingere stupidità e ignoranza nel porre incessantemente le domande scomode che fanno male agli ipocriti.
Quali alternative abbiamo? La rivoluzione? Mi sembra ridicolo solo fare questa ipotesi.
Il riformismo allora? L’eremitaggio? Il giardinaggio?
L’attuale struttura socioeconomica occidentale è figlia delle pressioni di gruppi transnazionali che comprano tutto e tutti e deve essere provocata e dileggiata affinché sveli tutta la sua ipocrisia, la sua pochezza, la sua avidità e la sua disonestà.
Le società multinazionali di speculatori che hanno la mission, che hanno il cuore buono … che in percentuale pagano meno tasse di un geometra di provincia … I professionisti dell’indignazione a senso unico che fanno tutti o quasi lavori pagati con soldi pubblici …etc. etc.
Ma ridiamogli in faccia!
Pur rispettando i limiti imposti dalle leggi dello stato dobbiamo incessantemente e irrispettosamente utilizzare il nostro ingegno per ironizzare sui continui attacchi alla nostra intelligenza che il potere e i suoi sicofanti ci rivolgono su temi fondamentali per la nostra esistenza.
Siamo in mano a una pletora di pomposi personaggi che troppo spesso vivono riccamente con i soldi dei taxpayers occidentali.
In una delle ultime puntate “Piazza Pulita”, Mario Calabresi, ex direttore di Repubblica, ha sconvolto lo studio affermando di “non credere alla sconfitta di Putin” il conduttore Corrado Formigli ha replicato “Però ci è stato raccontato da due anni che le sanzioni avrebbero scatenato il golpe interno, che sarebbe crollata l’economia, che sarebbe stato isolato…”.
Un giornalista sinistro ha detto la verità in TV, siamo all’Apocalisse!
Infatti, tutti in studio lo guardavano stravolti … “ma come è possibile?” ripetevano attoniti.
Questo è il livello, questo è l’abisso popolato di trinariciuti, come diceva il grande Guareschi, ove siamo precipitati.
È nostro preciso dovere, sulla via di Malamat, di rammentare provocatoriamente ogni giorno a questi membri della casta padrona le tristi verità derivanti dai fatti, mettendo anche da parte quelle buone maniere che ci hanno insegnato da piccoli.
In fondo, come dicono sempre loro a noi mentre ci silurano alle spalle, è “per il loro bene”.
S.M.





