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Riscoprire il pensiero italico

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pensiero italico

Come la tradizione filosofica e culturale del nostro Paese può difenderci dalla manipolazione e dalla rabbia del declino sociale

Osservare la scena pubblica, in particolare in Italia, dà spesso una sensazione di vertigine.

Ci muoviamo tra cortocircuiti quotidiani.

Da un lato, c’è il grido d’aiuto di una cittadinanza che chiede semplicemente di poter camminare per strada senza paura, e il logorio silenzioso delle Forze dell’Ordine, strette tra il dovere di proteggere e la frustrazione di un sistema che troppo spesso sembra intento a vanificare i loro sforzi e sacrifici.

Dall’altro, assistiamo a scene parlamentari che degradano le istituzioni a curve ultras, dove la bocciatura di una proposta di legge – come quella sul voto di preferenza, che dovrebbe essere l’essenza stessa della rappresentanza democratica – viene accolta con esultanza da stadio.

Nel frattempo, mentre le fragilità più silenziose della nostra società, come gli anziani soli e privi di assistenza adeguata, scivolano nell’invisibilità, l’agenda politica e mediatica sembra polarizzarsi in modo ossessivo su singole battaglie ideologiche, riducendo la complessità dei diritti a slogan e bandiere.

Viene da chiedersi, con una punta di amarezza: quando, esattamente, ci siamo persi? Ma, soprattutto: come possiamo non arrenderci alla rabbia cieca o alla disperazione?

La tentazione immediata è quella di abbandonarsi alla frustrazione, ma noi italiani possediamo una fortuna straordinaria che spesso dimentichiamo: siamo gli eredi della più grande tradizione culturale e filosofica del mondo.

Non abbiamo bisogno di importare ricette preconfezionate; abbiamo già, nei nostri geni culturali, gli anticorpi per decodificare la realtà, smascherare la manipolazione e ritrovare la nostra dignità di cittadini consapevoli.

Il primo errore della modernità è aver confuso la politica con lo spettacolo e l’ideologia con l’etica. Quando i rappresentanti dello Stato esultano per la limitazione della scelta dei cittadini o quando un’intera classe politica si concentra su singole battaglie ignorando le piaghe silenziose del Paese, assistiamo alla perdita della fronesi (la saggezza pratica) e di quello che l’Umanesimo italico definiva “vivere civile”.

L’Italia ha inventato l’Umanesimo. Figure come Coluccio Salutati e Leon Battista Alberti ci hanno insegnato che l’impegno intellettuale e politico è cura attiva della comunità. Da qui, una risposta etica possibile è sostenere chi opera sul territorio.

Se lo Stato fatica a proteggere gli anziani o a garantire la sicurezza, la comunità deve riscoprire la solidarietà di prossimità. Prendersi cura del vicino di casa, supportare le associazioni locali, pretendere decoro nel proprio piccolo. È la politica del quotidiano, l’unica che l’ideologia e la propaganda non possono inquinare.

Ciò che genera disperazione è il senso di impotenza di fronte a decisioni assurde o a un sistema che sembra proprio non funzionare.

Qui ci viene in soccorso la tradizione dello Stoicismo romano – che ha trovato in Seneca e nell’imperatore Marco Aurelio le sue massime espressioni – con la sua distinzione fondamentale tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi.

Non possiamo controllare direttamente le decisioni di un giudice, il voto di un parlamentare o le pessime derive dei talk show televisivi.

Possiamo però controllare:

• il modo in cui reagiamo a queste notizie;

• l’integrità con cui svolgiamo il nostro lavoro e cresciamo le nuove generazioni;

• il rispetto e la gratitudine che portiamo a chi, come gli uomini e le donne in divisa, rischia la vita ogni giorno per la nostra sicurezza.

Invece di consumarci l’anima nella rabbia per ciò che non possiamo cambiare nell’immediato, incanaliamo quell’energia nel fare impeccabilmente la nostra parte nel presente. Non stiamo parlando di rassegnazione bensì di intenzione, volontà, autodisciplina ed efficacia d’azione.

Un altro gigante del nostro pensiero, Giambattista Vico, ci ha donato la teoria dei corsi e ricorsi storici. Vico ci ricorda che le civiltà attraversano fasi di crescita, di splendore, ma anche di inevitabile decadenza, barbarie e smarrimento del senso del sacro e delle istituzioni.

Sapere che la crisi che stiamo vivendo fa parte di un ciclo storico ci offre una profonda consolazione filosofica: la barbarie del dibattito odierno non è l’atto finale e definitivo della nostra storia bensì una fase di transizione.

La consapevolezza storica ci offre la pazienza e la forza di preparare la rinascita e un rimedio utile contro il nichilismo dilagante.

Per evitare che la frustrazione si trasformi in apatia, atarassia o risentimento distruttivo, abbiamo bisogno di strumenti interiori quotidiani.

Così, visto che vanno molto di moda, abbiamo imbastito una sorta di guida pratica ispirata alla tradizione classica e umanistica italica. L’abbiamo pensata come un protocollo quotidiano di difesa mentale contro banalizzazione, furore e manipolazione.

1. Uscire dal loop delle notizie

Al mattino, prima di accendere lo smartphone, stabiliamo un confine netto, invalicabile tra il nostro mondo interiore e il caos esterno. Può essere utile rammentare le parole di Seneca: «Molte cose ci spaventano più del dovuto, molte ci tormentano prima del tempo». Concediamoci il diritto di non farci intossicare da eventi macroscopici che non possiamo modificare.

2. Smascherare la manipolazione

Applichiamo il dubbio filologico degli umanisti a ogni notizia urlata o polarizzante.

Quando vediamo un politico esultare o una fazione sbandierare un’unica causa ignorando le priorità reali, chiediamoci: «Quale retorica stanno utilizzando? Quale problema reale stanno cercando di nascondere dietro questa bandiera?».

Riconoscere l’artificio retorico spegne la rabbia emotiva.

3. Combattere l’isolamento

Di fronte al declino sociale, vinciamo la tentazione di isolarci. Giacomo Leopardi, ne La Ginestra, ci ha lasciato un testamento spirituale immenso: l’invito a stringerci in una «social catena», una solidarietà umana contro le avversità della natura e della vita.

Cerchiamo il contatto reale con la nostra comunità: parliamo con l’anziano del piano di sopra, offriamo un caffè a chi lavora per la nostra sicurezza, creiamo isole di empatia concreta essendo grati e sorridendo.

4. Riaffermare la dignità civile

La sera, passiamo in rassegna le azioni buone e utili che abbiamo compiuto. Leggiamo una pagina di un classico, teniamo in ordine il nostro spazio pubblico, rispettiamo rigorosamente le regole del vivere comune anche quando gli altri non lo fanno. La legalità e la bellezza sono atti efficacissimi di ribellione silenziosa.

Non dobbiamo temere le tempeste, ma imparare a governare la nave soprattutto nel fortunale. E la nostra nave ha uno scafo antico e solido e vele ampie e forti.

Ci siamo persi, forse, quando abbiamo iniziato a preferire l’appartenenza a una fazione rispetto alla ricerca della verità e del bene comune, dimenticandoci di chi siamo e da dove veniamo. Ma ritrovare la strada è possibile.

Speranza non è attesa passiva che le cose migliorino; speranza è scelta consapevole di agire, qui e ora, con la nobiltà d’animo che la nostra tradizione ci ha lasciato in eredità e che siamo chiamati a custodire.

Autore

  • Mariarosaria Murmura

    Maria Rosaria MurmuraMariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.

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