Quando la democrazia smette di funzionare
L’estintore sacro. A Genova, accanto al cippo di piazza Alimonda, qualcuno ha deposto un estintore. Come un ex voto sull’altare di un Santo.
Quell’estintore, nella cronaca giudiziaria che evidentemente nessuno dei diecimila presenti al corteo in ricordo del G8 ha mai avuto la curiosità di leggere, è l’arma impropria con cui Carlo Giuliani stava assaltando un Defender dei Carabinieri.
Non “manifestando”. Assaltando.
Con un estintore sollevato sopra la testa, nell’atto di lanciarlo contro un mezzo al cui interno c’erano tre giovani carabinieri intrappolati, dei quali due feriti dalle pietre con Placanica sanguinante dalla testa.
Mario Placanica aveva vent’anni. Estrasse la pistola e sparò. Il PM chiese l’archiviazione. Il giudice la dispose. La famiglia portò il caso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
La Grande Camera della CEDU stabilì che il ricorso alla forza letale era stato assolutamente necessario per difendere gli occupanti del veicolo e non ravvisò alcuna violazione dell’articolo 2, il diritto alla vita.
Nonostante questo, Rifondazione Comunista decise di dedicare a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza all’interno di Palazzo Madama.
Chiunque, dopo l’archiviazione del PM, la conferma del giudice e la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, continui a parlare di “ragazzo assassinato dallo Stato” non sta esprimendo un’opinione.
Sta dicendo che la violenza politica è un diritto e la legittima difesa dello Stato è un crimine. Questa non è una posizione politica. È una mentalità eversiva.
È la grammatica del terrorismo: la violenza è sempre giusta quando è insurrezione, sempre ingiusta quando è difesa della legge.
E chi la professa da un palco o da una colonna di giornale non diventa meno pericoloso per il fatto di portare la cravatta, anziché il passamontagna.
Diecimila persone hanno sfilato dietro lo striscione “Nessun rimorso”. Che coraggio.
Nel rispetto della libertà di pensiero, hanno poi “murato” con cartongesso la sede di CasaPound scrivendoci “zona denazificata,” lanciato vernice contro Confindustria, deposto l’estintore sacro in piazza Alimonda e gridato “Siamo tutti Carlo Giuliani”.
Alla stazione Brignole la polizia ha sequestrato fumogeni a ragazzi arrivati in treno. Venticinque anni dopo, si presentano ancora col corredo di guerra nello zaino. Ma i giornali scrivono “commemorazione”.
Riavvolgiamo il nastro.
Il 26 maggio 2001, due mesi prima del G8, Luca Casarini lesse in conferenza stampa la “Dichiarazione di guerra ai potenti dell’ingiustizia e della miseria”.
Un documento indirizzato al Comitato della Difesa, al Capo di Stato Maggiore, alla Presidenza del Consiglio, alla CIA e al SISDE.
Linguaggio militare. Destinatari militari. Intenzioni militari. Se un leader di destra avesse letto un testo identico, oggi sarebbe nei manuali di storia come prova di eversione e ricostituzione del Partito Fascista.
Ma lo lesse Casarini, quindi è “movimento”.
Le Tute Bianche partirono dallo stadio Carlini il 20 luglio con un obiettivo dichiarato: violare la zona rossa. Il questore Colucci confermò alla Commissione parlamentare che esisteva un accordo con Casarini per una violazione simbolica.
Ma aggiunse il dettaglio sepolto dalla vulgata: Casarini stesso sapeva che il teatro sarebbe diventato campo di battaglia. E marciò lo stesso, con imbottiture e scudi, in testa al corteo con venticinquemila persone dietro.
I black bloc non piovvero dal cielo. Trecento di loro occuparono una scuola a Quarto dei Mille. Fin dal mattino incendiavano auto e vetrine in tutta la città. Alle 15 assaltarono il carcere di Marassi con tre molotov. Tre molotov contro un carcere.
E qualcuno ha il coraggio di chiamarla protesta.
Intanto, alla scuola Pertini, il media center di Indymedia schierava videomaker distribuiti fra i blocchi del corteo “a seconda delle affinità” – testuale – per riprendere tutto e riversare le immagini in tempo reale.
Chi posiziona telecamere sui terrazzi sincronizzandole con i blocchi di marcia non si aspetta una passeggiata. Si aspetta esattamente quello che è successo. E vuole filmarlo dalla parte giusta.
Non fu una protesta degenerata. Fu un’insurrezione urbana pianificata per settimane, con un braccio militare, un apparato mediatico preposizionato e una dirigenza politica che sapeva tutto e marciò lo stesso.
Diaz e Bolzaneto. Qui si fa la differenza tra chi ragiona e chi fa propaganda.
L’irruzione alla Diaz – pestaggi su persone addormentate, prove fabbricate – e le torture a Bolzaneto restano pagine infami e lo Stato è stato condannato. Su questo non esiste ambiguità e non ce ne sarà mai.
Ma Diaz e Bolzaneto non retroagiscono. Non santificano chi nelle ore precedenti aveva assaltato un carcere con le molotov e lapidato carabinieri ventenni dentro mezzi non blindati.
Le forze dell’ordine dovettero intervenire perché Genova era a ferro e fuoco sotto assedio. Una parte di quelle forze dell’ordine, dopo, commise atrocità. Sono due fatti.
E chi usa la Diaz per giustificare l’estintore di Giuliani compie la stessa operazione di chi userebbe Bolzaneto per giustificare qualunque carica.
E poi ci sono le seconde vite.
Luca Casarini. L’uomo della “dichiarazione di guerra”. Il regista della marcia sulla zona rossa. Tre condanne definitive, fra cui una per aver definito i dirigenti sindacali della polizia “nazistelli in divisa”, condanna confermata dalla Cassazione. Oggi si dedica a quelli che vengono chiamati i taxi del mare.
È a capo di Mediterranea Saving Humans, la cui nave opera in missione congiunta con la Fondazione Migrantes della CEI, con i fondi dell’8 per mille. Nel 2023 Papa Francesco lo ha addirittura invitato al Sinodo come “ospite speciale”.
Intanto, Casarini è sotto processo al tribunale di Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato dallo scopo di lucro: circa 125.000 euro incassati per il trasbordo di 27 migranti dalla petroliera Maersk Etienne.
Processo che si trascina da sei anni. Pena minima 15 anni, a dire dello stesso Casarini.
Dalla dichiarazione di guerra allo Stato all’8 per mille. Dalla guerriglia urbana al Sinodo. Dalla piazza al banco degli imputati per lucro. Se esiste un riciclaggio biografico più spettacolare nella storia della sinistra italiana, non è stato ancora scoperto.
Vittorio Agnoletto a Genova ha ripetuto la stessa frase che ripete da un quarto di secolo: nessuno ha chiesto scusa.
Mai una sillaba sui black bloc. Mai una sillaba sulle molotov al carcere. Mai una sillaba sull’estintore. Mai un’autocritica su un movimento che dichiarò guerra e poi gridò allo scandalo perché la guerra arrivò.
“In ogni caso, nessun rimorso”.
Gli organizzatori hanno spiegato che lo slogan rifiuta “la distinzione tra buoni e cattivi attraverso cui spaccarono anche quel movimento.”
Non accettano la separazione tra chi manifestava pacificamente – decine di migliaia di persone in buona fede che meritavano protezione, non strumentalizzazione – e chi assaltava, incendiava, lanciava molotov. Per loro è un tutt’uno.
Almeno qui sono sinceri. Nessun rimorso per aver pianificato la violenza. Nessun rimorso per aver trasformato un aggressore certificato dalla CEDU in santo laico.
Nessun rimorso per aver costruito su quella morte venticinque anni di carriere, cortei e missioni navali pagate con l’obolo dei fedeli.
L’arma è diventata reliquia. L’aggressore è diventato martire. Il guerrigliero siede al Sinodo e risponde al tribunale di Ragusa.
E una democrazia che non sa più distinguere tra un martire e un aggressore è una democrazia che ha già smesso di funzionare.





