
Di fronte ai disastri che stanno avvenendo nel mondo e ai tanti valori dimenticati ripensare a un “Nuovo Umanesimo” non solo è opportuno, ma è necessario. È certamente sbagliato guardarlo con l’ottica del nostalgico, ma se si analizzano i costi sociali che, conseguentemente, si sono prodotti per le guerre, la crisi economica e finanziaria, la pandemia, si impone l’esigenza di riflettere su un modello alternativo a quello dominante, che può essere proposto solo dal rilancio della filosofia socialista democratica.
Il cosiddetto “neoliberismo” ha imposto al mondo industrializzato una precisa strategia di attacco ai diritti e alle conquiste sociali. Ha orientato gli investimenti verso interessi finanziari-speculativi, invece che in quelli produttivi nell’economia reale.
La situazione economica mondiale ed europea, purtroppo, viene vista dagli analisti economici con lo stesso metro di misura e dopo la sbornia della finanza creativa o distruttiva si continua a proporre che, per uscire da questa crisi, bisogna che gli Stati intervengono sullo stato sociale e sul debito (le riforme tanto decantate). Ma questo spesso contrasta con chi poi rappresenta gli interessi dei più deboli e dei lavoratori. Queste inconciliabilità devono conciliarsi? E si possono conciliare? È difficile che ciò possa avvenire senza che sia regolato, in termini di equità, il processo economico.
Anche in Italia le politiche economiche di austerità e dei dogmi della finanza si sono incentrate su politiche di tagli alla spesa pubblica, riduzione dell’occupazione, dei salari e continui interventi sulle pensioni che hanno creato solo costi sociali, aggravando ancora di più la situazione.
Non è una questione che riguarda il colore del governo, perché sia quelli di centro sinistra che quelli di centro destra, che si sono succeduti negli anni, hanno sostenuto le stesse manovre economiche di riduzioni, tagli e sacrifici.
In questi giorni una forte discussione si è aperta sulla crisi del turismo con un calo significativo denunciato dall’Istat. Questi dati sono una chiara fotografia della crisi italiana, in parte dovuta ai costi dei servizi, in particolare nelle aree costiere e in parte alla crisi economica che vivono le famiglie.
Essi dimostrano anche, in modo inequivocabile, che nel nostro Paese in questi ultimi decenni sono aumentate povertà ed emarginazioni. La spesa per i generi alimentari continua a salire, infatti, è aumentata del +3,2% a luglio, a fronte dei salari sempre più bassi, che si collocano all’ultimo posto in Europa e questo si riverbera in negativo anche sul turismo interno. Per non parlare delle pensioni non in grado di rappresentare per tantissimi pensionati un reddito adeguato.
Oltre questi dati, bisogna anche considerare che avendo privatizzato i settori di tutela della dignità della persona, riducendo così il sistema di protezione sociale a favore delle fasce dei cittadini più deboli, fasce che si allargano sempre più andando a comprendere anche quegli strati di società che fino a non molti anni fa erano ritenuti protetti, penso a ceto medio.
Come se ne può uscire? Bisogna che ci sia una profonda modifica dell’impostazione economica e sociale, proponendo un modello di ripristino di diritti e valori, poiché altrimenti, si discute solo sugli aridi numeri, senza compiere nessun passo avanti per combattere la disumanizzazione dei rapporti fra Stati e persone.
I cicli dell’economia hanno influenzato inevitabilmente la politica, ma il fatto sconcertante è che hanno influenzato, in questi anni anche la sinistra in modo tale da annullare, in realtà il ruolo stesso della politica e quindi il significato della rappresentanza e le sue forme. Su questo dovrebbe riflettere, perché se essa non riesce a individuare un’idea di nuova società, in cui le persone possano riconoscersi e abbandoni definitivamente le politiche economico-sociali imposte dalla finanza non potrà riproporsi come alternativa. Come si fa a non volere capire che bisogna individuare un modello di società con regole, procedure e soggetti in grado di mettersi insieme e creare valore aggiunto?
Il problema politico, quindi dei partiti progressisti, resta quello della liberazione sociale che, nell’era della civiltà tecnica, non solo non è stato risolto, ma anzi è stato abbandonato. Se, infatti, la sinistra si presenta come la versione foto copia della destra, come ha fatto fin a oggi, riproponendo peraltro una visione elitaria anche della partecipazione, per quale motivo un cittadino che a stento riesce a sbarcare il lunario alla fine del mese, che ha esperienze di lavoro insicuro ne dovrebbe essere attratto?
Il problema sociale non è altro che uno degli aspetti del tema più generale di come le istituzioni di qualsiasi società influenzino e incanalino non solo le prospettive e le aspirazioni dei cittadini, ma anche il loro comportamento.
Se vogliamo avanzare ancora di più sulla via del progresso, dobbiamo pensare e sperimentare istituzioni più umane, che indirizzino e incoraggino il comportamento effettivo delle persone in una direzione sempre più coerente con il nostro senso universale, con il nostro bisogno di normalità, ragionevolezza, eticità, moralità e funzionalità. Ne consegue che le forme organizzate delle istituzioni devono partecipare alla creazione di una società sempre più giusta.
Si impone anche l’esigenza di ripensare le regole della convivenza democratica, perché la democrazia è riconoscimento reciproco, è garanzia di pluralismo, è tutela delle diversità, è doveri e diritti, tutti principi che nell’attuale realtà sembrano essere stati messi da parte.
Anche perché, troppo poco tempo viene dedicato ai problemi delle persone e per questo ognuno si è isolato e preso dai propri tanti problemi non si fa più guidare dall’indignazione verso la fine della solidarietà e dalla coesione.
Tutto scorre addosso, sulla indifferenza e molto rimane senza risposta. Non ci si indigna quando è licenziato un lavoratore, quando muore una persona sul lavoro, quando un anziano non sa come vivere, quando un giovane non trova lavoro o lo trova, ma è sfruttato. Altrettanto bisogna fare, quando sono sperperati i soldi pubblici, quando il malaffare prevale sulla politica, quando un amministratore non si preoccupa dei suoi concittadini, quando tutto è lasciato al caso.
Occorre prenderne atto e dare risposte al senso di malessere e di incertezza delle persone. Ecco perché lo può fare la rinascita dell’ideale laico e socialista che può e deve proporsi ancora come un valore su cui credere e su cui puntare per un modello di società diverso.
Un socialismo moderno, democratico, ma, soprattutto, un socialismo che non può essere annacquato dal libero mercato senza regole. Un socialismo che pur essendo pronto a riformare lo stato sociale, a garantire le condizioni per lo sviluppo economico, deve, anche riproporre la visione di una società in cui vi sia giustizia sociale, equità, libertà, partecipazione democratica, coesione e solidarietà che non possono essere considerati principi e valori utopici.
Deve essere in grado di riproporre un nuovo modello di crescita economica dove siano al centro dell’iniziativa politica e sociale le persone, con una nuova distribuzione della ricchezza, rispondendo così anche alle nuove povertà e salvaguardando i diritti di cittadinanza in tutti i suoi aspetti: dal diritto al lavoro, alla vita; dalla sicurezza sociale e personale e quindi dove la democrazia si sostanzia attraverso la partecipazione e la rappresentanza.
Oggi, ancora di più di ieri, in questa società vi è bisogno di una politica che rivalorizzi l’individuo, i suoi bisogni e le sue necessità e intorno a esso, si organizzi la società. Era questo il socialismo democratico, perché non potrebbe trovare spazio oggi!





