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RIFLESSIONI DI CAPODANNO

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di Guido Broich

            Il 31 dicembre è sempre una data speciale, momento non solo di un anno che finisce ed uno che subentra, ma altrettanto simbolo di tutti i riti di passaggio, dei momenti in cui una cosa si conclude ed un’altra inizia, simile magari ma sempre diversa.

            Nell’antichità questo cambio dell’anno non era legato al solstizio d’inverno, come tutto sommato lo è oggi, ma all’inizio della vita campestre, alla rinascita della vegetazione e della vita. Da noi era indicata dall’Equinozio di Primavera, quando la natura si risveglia dal torpore invernale, in Egitto era legato alla comparsa ad oriente congiunta del Sole e della stella Sirio, che annunciava la piena del Nilo. Dividere il tempo in unità misurabili, creare un calendario fisso e condivisibile, è presupposto necessario per lo sviluppo di una cultura. Fu Numa Pompilio, secondo Re di Roma e come allievo di Pitagora esperto nella conoscenza astronomica sumera ed egizia, ad aggiungere due mesi in coda ai dieci fino a quel tempo in uso, facendo seguire dicembre dai mesi di gennaio e febbraio.  Dobbiamo aspettare la importante riforma del calendario operata da Giulio Cesare, che corregge gli errori finora accumulati e sposta l’inizio dell’anno dall’equinozio di primavera, simbolo agreste di fertilità, al solstizio d’inverno, momento astronomico matematico in cui il sole riprende la sua corsa boreale con l’allungarsi dei giorni. Si crea così la particolarità che oggi in tutto il mondo il decimo mese romano, dicembre, è diventato il dodicesimo dell’anno. Il cambio dell’anno rende inoltre onore al Dio Janus, il bifronte, custode delle porte. Il primo del mese si sposta poi dal 21, data generica dell’evento astronomico, ma questo non cambia il significato simbolico.

            Che l’inizio dell’anno lo si ponga nel momento visibile della rinascita della natura a marzo o nel punto astronomico corretto del solstizio d’inverno, resta comunque il fatto che il capodanno costituisce uno di quei momenti in cui l’uomo è portato di rendere onore a Giano e rivolgere prima uno sguardo al passato, certo e stabile nel suo svanire nella storia, e poi uno secondo, meno certo e colmo di aspettative, speranze e timori, al futuro.

            A prima vista l’anno passato è stato, nei punti principali, una logica prosecuzione di quello precedente senza purtroppo sviluppi positivi. La guerra scatenata sul suolo europeo in Ucraina, la guerra in Medio Oriente, la martellante propaganda sull’influenza umana sul cambio climatico, l’ascesa di India e Cina, la crisi degli Stati Uniti e progressivo il declino politico ed economico dell’Europa erano tutti fatti presenti dodici mesi fa come oggi. Se mai si sono accentuati e sono peggiorati. Altre migliaia di morti tra ucraini e russi costellano la incapacità di trovare una soluzione pacifica al conflitto, magari con la creazione di un corridoio neutrale tra l’Europa e la Russia, quello Stato enorme parte sia dell’Europa che dell’Asia, la cui riduzione a vassallo di chicchessia non è mai, nè mai riuscirà, a nessuno.

            In Medio Oriente è continuata la disgregazione dei Stati Laici arabi e la loro sostituzione con regimi teocratici fondamentalisti. Un processo iniziato con l’appoggio del Presidente Carter a Khomeini contro lo Shah e continuato con la guerra in Iraq, le “Primavere Arabe”, l’assassinio di Gheddafi, la presa di potere dei Fratelli Musulmani in Egitto e, recentemente, la sostituzione del governo laico siriano, che garantiva uguali diritti e sovvenzioni economiche a tutte le confessioni, con un’altro guidato da un signore, sulla cui testa fino al giorno prima pendeva una taglia da 10 milioni di dollari per terrorismo e affiliazione ad al Qaida. Un fondamentalista islamico sulla cui maggiore “democraticità” rispetto ad Assad è naturale nutrire non poche perplessità. Vale la pena ricordare che finora solo l’Egitto è riuscito di liberarsi dal dominio fondamentalista scaturito dalle “primavere arabe”, anche se al prezzo di un colpo di Stato militare, e riportare al governo un potere stabile e laico.

            L’ascesa dell’Islam fondamentalista ha creato macchie oscure e terribili sul nostro globo, basti pensare che la quasi totalità degli atti terroristici in tutto il mondo è di matrice islamica. In Iran, Afghanistan, Pakistan, Somalia e nell’Iraq postbellico i più fondamentali e basilari diritti umani sono calpestati nel totale silenzio delle Organizzazioni mondiali. Non è possibile non restare allibiti quando si sentono accuse alla dirigenza russa, magari sgradita a qualcuno ma comunque regolarmente eletta, sui diritti di alcune minoranze, quando sotto la bandiera dell’Islam in Afghanistan alle bambine viene vietato di imparare a leggere e scrivere, in Pakistan vengono sposate le minorenni per forza e in Iran si ammazzano ragazze per la sola ragione di non volersi coprire i capelli con un velo!

            Così anche nel 2024 non è stata trovata alcuna soluzione per le drammatiche conseguenze scatenate dal barbaro attacco terroristico voluto, programmato e perpetrato dalla organizzazione terroristica fondamentalista islamica shiita di Hamas nell’ottobre 2022 in Israele. Anche qui, come in Ucraina, a pagare il prezzo delle aspirazioni egemoniche di qualcuno sono le popolazioni incolpevoli delle due parti, a morire è la gente comune, bruciata sull’altare di interessi economici che verosimilmente nemmeno conoscono.

            Nella nostra Europa intanto continua imperterrito l’assalto alle frontiere finanziato da pesanti interessi, esterni al continente. In una delle zone più densamente abitate del pianeta resiste la propaganda della mancanza di persone – senza ovviamente specificare che in realtà si desidera solo importare mano d’opera da pagare a prezzi da terzo mondo, utile a destabilizzare socialmente il continente. Intanto accelera la deriva verso un sempre maggiore indebitamento delle famiglie del ceto medio, colpite da obblighi “ecologici” nati su scrivanie lontane da ogni realtà di bilancio famigliare e finalizzate solo ad aumentare la vendita delle automobili nuove. Si colpisce pesantemente il bene primario della casa, unica vera certezza e sicurezza dell’uomo che vive del proprio lavoro. La retorica politica è sempre meno credibile con il blocco della rivalutazione delle pensioni, il rinvio dell’adeguamento delle aliquote fiscali alla inflazione reale (tanto lontana da quella reale come lo erano i “cavalli fiscali” delle automobili da quelli reali!) e gli stipendi da terzo mondo, che restano i capisaldi di tutti i governi dal 1992 in avanti. Invece di misure strutturali si elargiscono “bonus” dall’amaro sapore clientelare, dai quali il ceto medio resta ovviamente escluso.

            Se questo ero lo sguardo all’indietro, verso il passato del 2024, per una visione futura restano ben poche speranze. Ma, come sempre, nel buio si profilano delle luci e in realtà. Guardando bene ci sono segnali, piccoli ed iniziali ma ben visibili, di cambiamento, segnali che possono invece giustificare una speranza.

            Da una parte il panorama politico mondiale vede la crescita della multipolarità mondiale con la presa di coscienza delle proprie potenzialità da parte di paesi come India, Sud Africa e Brasile, finora tenuti al margine dei giochi di potere. Poco si parla del fatto che in Russia l’arrivo di Putin ha decimato il potere degli oligarchi di Yeltsin e riportato in carreggiata l’economia, con un consenso democratico reale e documentato. L’India ha intrapreso un corso autonomo, non più gestito a distanza dagli interessi inglesi, e si appresta a diventare un fattore importante sullo scacchiere mondiale, indipendente da USA, Russia e Cina. Sono innegabili le aree oscure presenti nel mondo islamico, come Iran, Pakistan e Afghanistan, ma anche qui si possono intravvedere segnali di luce. L’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, con grandissimo coraggio e lungimiranza, sta limitando progressivamente il potere e l’arroganza dei religiosi, accompagnato in questo da altri leader arabi illuminati come al Zayed e al Maktum degli Emirati Arabi Uniti. Il mondo arabo musulmano, che a noi spesso appare come un monolite, è in realtà estremamente articolato e complesso e di fronte a retrocessioni medievali sconvolgenti, vi sono elementi di evoluzione laica significativi. Dovremmo comprenderlo meglio prima di prendere decisioni in merito, per evitare di finire a contrastare i movimenti positivi a favore dell’oscurantismo religioso! Carter temeva la crescita del potere petrolifero dello Shah e si ritrovò con Khomeini, Obama voleva destabilizzare il Mediooriente per renderne più facile il dominio e si ritrovò con i Fratelli Musulmani e con il terrorismo islamico. Basti ricordare che il terrorista colpevole del recente attentato a Magdeburgo era ricercato dalla polizia in Arabia Saudita ed era stato invece – malauguratamente – “salvato” dalla estradizione dai tedeschi, che lo avevano lasciato libero. Aveva affermato di essere antiislamico e temere la persecuzione, il poveretto.

            Oltreatlantico Trump può piacere o meno come persona, ma sicuramente la perdita di potere della tradizionale e radicata lobby finanziaria clintoniana apre la porta a rapporti meno bellicosi e meno dogmatici con gli altri paesi. E’ probabile che la guerra ucraina trovi in tempi accettabili una pace negoziale ragionevole che garantisca sia la sicurezza russa che i territori etnicamente ucraini o russi. I rapporti con la Corea del Nord erano a suo tempo migliorati sotto Trump ed è possibile che ora venga ripreso il dialogo.

            La impostazione politica di Trump, sostanzialmente centrata sugli Stati Uniti e sulla loro posizione economica nel commercio mondiale, fa inoltre prevedere una progressiva riduzione degli interessi e del conseguente impegno militare in Europa. Questo a sua volta potrebbe portare ad una riduzione delle armi nucleari posto sotto l’esclusivo controllo USA e stazionate in Europa dalla fine della guerra, ovvero in Italia, Germania, Belgio e Olanda, ed il cui numero esatto non è noto.

            Da questo dovrebbe derivare una maturazione della politica europea. Bruxelles dovrebbe finalmente entrare nel nuovo secolo, prendere atto della situazione mondiale complessa e della necessità di una azione decisa, forte e non ideologica comune. Priva dell’ombrello USA, l’Europa dovrà necessariamente accelerare la integrazione all’interno dell’Unione su basi ragionevoli, realistiche, accettabili e rispettose delle differenze culturali ed etniche dei vari paesi e delle varie regioni. Dovrebbe abbandonare l’arroganza “radical chic” e la pignoleria burocratica derivata dall’eccessivo ascolto dato ora a questa, ora a quella lobby di interesse, che da tempo la contraddistingue.

            Le verosimili misure protezionistiche USA a loro volta possono agire da salutare stimolo e selezione per una industria europea ora vittima agonizzante di una politica ossessiva, dirigista, lontana dalla realtà e spesso puramente ideologica di Bruxelles. Un mondo produttivo privato che, bloccato nella sua mobilità e plasticità tipici, ha rinunciato alla selezione ed evoluzione naturale che possono derivare solo da un mercato libero e non “drogato” da misure ideologiche e lobby centrali, affidandosi esclusivamente agli aiuti statali ed ai prestiti generatori di debiti e dipendenza.

            Ora anche in Europa si assiste ad una progressiva presa di coscienza popolare contro questi poteri tradizionali che, guarda caso, ha ricevuto un sensibile impulso dalla notizia della elezione di Donald Trump. Se ne vedono i primi frutti con le crisi dei governi di Spagna, Francia e Germania, ma Slovacchia, Ungheria, Polonia e Romania non sono da meno. Ora l’Europa deve scrollarsi dalle spalle il paradigma propagandistico, stantio e ormai superato di una contrapposizione “destra-sinistra”, degna del ‘900 ma ridicola nel terzo millennio. Deve rifiutare la ideologia missionaria “woke” basata sulla violenza delle minoranze sulle maggioranze e concentrarsi invece sui fatti nostrani senza subire supinamente interessi esterni. In prima istanza deve progredire nella integrazione europea prima che le forze disgregatrici diventino troppo forti. Solo una Europa Unita ha i volumi sufficienti per restare un fattore importante nel gioco degli equilibri mondiali. Per fare questo deve riconoscere che il mondo è diventato di fatto multipolare e non più dominato da una sola potenza. I tempi della “potenza di riferimento” sono passati. L’Europa deve tornare ad essere uno dei poli di questa multipolarità, a pari diritto con gli altri, in autonomia. Questo anche se non dovesse incontrare gli interessi e il consenso dei nostri tradizionali alleati. Deve in sostanza imboccare, come Unione Europea e non come singoli Stati, una strada autonoma in analogia a quel che sta facendo il governo di Narendra Modi con il suo bravissimo ministro degli esteri Dr. S. Jaishankar in India, equidistante da tutti i poteri stranieri.

            Se la nascita di governi forti, anche autocratici ma illuminati, in Arabia può avere una influenza positiva sul Medio Oriente, il cambio di visione in senso repubblicano negli Stati Uniti può essere un elemento di grande fortuna per questo paese, custode della più bella costituzione del mondo, ma altrimenti in gravissima crisi sociale, economica e politica.

            Se tutto questo dovesse costringere l’Unione Europea ad uscire dalla sua posizione di protettorato USA, allo stesso modo come nel 1991 l’Europa Orientale uscì da quello Sovietico, il 2025 potrebbe anche rivelarsi essere un importante punto di svolta, l’inizio di un percorso virtuoso. Sarà un percorso sicuramente difficile, a volte traumatico, ma anche l’unica via di salvezza per il Vecchio Continente, altrimenti avviato sulla via del tramonto. Un tramonto deindustrializzato, indebitato e povero, escluso dalla competizione mondiale. Una via che prima ci vedrebbe museo e albergo dei vacanzieri culturali del mondo, per poi avviarci alla triste fine di un novello “Sacco di Roma” come nel 410, con le capre che pascolano sui sacri colli della Città Eterna, passata da Centro di un Impero a pascolo in meno di cento anni.

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