Due volti dell’attuale politica italiana
Approfitto dopo aver visto alcune vignette per proporre una comparazione tra due politici italiani che hanno profondissimamente impattato il nostro passato recente: Matteo Renzi e Giuseppe Conte.
Matteo Renzi:
– salì alla ribalta cavalcando il disprezzo generale per la pletorica classe dirigente ex PCI e un certo rampantismo tardo-blairiano dei ceti medi cognitivi auto-percepiti al riparo dalla crisi dei subprime;
– sfruttò questo sentimento per farsi alfiere del vincolo esterno e dei desiderata dei grandi industriali votati alle esportazioni dopo il riassetto di Mario Monti (il cui programma andava portato a termine);
– giunse al governo con una manovra di palazzo;
– fu beneficiario politico eccezionale dell’unico provvedimento redistributivo che il sistema-Paese elargì alle classi popolari negli ultimi trent’anni: le ottanta euro di stipendio per i dipendenti;
– lo pagammo carissimo: diede un colpo mortale alla sanità pubblica, aziendalizzò la scuola, creando il preside-caudillo, introdusse l’alternanza scuola/lavoro, promulgò il Job’s act per la definitiva riduzione del lavoro a merce;
– poiché gli era stato ordinato di terminare anche una bella fetta della struttura costituzionale dello stato in senso governista e neoliberale, vi si impegnò allo strenuo deragliando in pose via via più egotiche, aggressive, vendicative, fanfaroniche, sottraendosi al principio di realtà, andando contro la nazione intera;
– perse il Referendum ma era ancora accecato dall’ybris, dilapidando nei successivi tre anni ogni credibilità politica e personale;
– è diventato un lobbista zerovirgolista rasputiniano, è tenuto in vita perché forse occorre a qualcuno per eventuali gli strappi necessari a mantenere in equilibrio il sistema.
Giuseppe Conte:
– avvocato venuto dal nulla, misteriosissime le sue entrature, qualcuno dice Vaticano;
– gli viene affidata la guida del governo giallo-verde dopo gli exploit elettorali dei Cinquestelle e della Lega;
– Via della seta, riduzione del Job’s act, una finanziaria minimamente redistributiva e antieuropeista, reddito di cittadinanza, blocco della legge Fornero, chiusura dei porti (il governo giallo-verde, col suo andamento slapstico e schizoide, confuso dei modi e negli obiettivi, è stato l’unico governo in controtendenza rispetto al trentennale andazzo;
– incredibile voltafaccia dopo lo smacco di Salvini: “l’avvocato del popolo” diventa PdC di un governo grillino-bibbiano ad alto coefficente europeista: vota Ursula von der Leyen, diventa alfiere del paternalismo securitario pandemico e adone delle bimbe, blocca la Via della seta, lancia Speranza;
– in pandemia decide di introdurre la moneta fiscale per finanziare un bonus edilizio che dimostra incontrovertibilmente la nostra trentennale sofferenza monetaria (il bonus contiene delle criticità immani che lo rendono odioso a tutti coloro che non possono usufruirne, ma l’Italia salva il PIL e passa la nottata);
– viene defenestrato da una manovra di palazzo, accetta incredibilmente il governo Draghi votando tutte le sue nefandezze, inclusa la guerra di Ucraina;
– con una discreta faccia di bronzo si prende in mano il partito che lo aveva portato in parlamento perdendo due terzi del suo elettorato
– comincia a inscenare una narrazione decisamente oppositiva al riarmo tedesco, alla russofobia, alla guerra permanente, al filosionismo della politica nazionale, facendo intravedere, a chi ancora non aveva capito il personaggio, qualche piccola speranza;
– nel mentre, cementa il campo largo e l’abbraccio mortale col PD;
– dopo il referendum meloniano, potrebbe raccogliere la voce di un’opposizione nazionale alla politica estera guerrafondaia europeista bipartizan e al partito del presidente.
Arriverebbe, in men che non si dica, al 40%. Invece, incredibilmente, ancora una volta si rimangia tutto: no al gas russo, sì al campo largo, sì a Ursula.
Per rassicurare i gerenti, ieri ha addirittura rinnegato il “capolavoro a metà” ottenuto con la moneta fiscale. “Non c’è più una pandemia”, ma è una vergognosa giravolta politica: oggi abbiamo tremendo bisogno di tornare a utilizzare le leve monetarie e fiscali per dare fiato alle classi popolari e aumentare la domanda interna.
Tiriamo le fila: a Renzi fu affidato un compito a breve termine e profondamente impattante, le sue tare personali lo hanno presto condotto all’irrilevanza.
Conte è qui per durare, è altrettanto spregiudicato ma ha infinitamente più controllo, sta amministrando il suo credito presso i ceti medi di sinistra con grande parsimonia, ogni tanto dà un colpetto al sistema.
È un modulatore del vincolo esterno. Dobbiamo fidarci dei suoi continui voltafaccia perché Egli, siccome è “l’avvocato del popolo”, se tornerà nella cabina di comando proverà, forse, a distribuire qualcosina e a spingerci un filino più indietro rispetto alla follia imperante.
Chissà, magari a un certo punto tornerà a farsi alfiere di un indirizzo in controtendenza in stile “apertura alla Via della seta” (che è durata lo spazio di un mattino)…
Come, quando, perché? Non ci è dato saperlo, i termini del nostro servaggio devono immarcescibilmente rimanere sottratti alla pubblica opinione, la comunità non deve discutere del suo futuro, né pretendere ciò che non le è permesso.
Insomma, Renzi si fa molto presto a odiarlo, ma Conte è infinitamente più pericoloso.





