Home Opinioni RELAZIONI INDUSTRIALI ADEGUATE, CHIAVE DI UN RINNOVATO SVILUPPO DEL PAESE

RELAZIONI INDUSTRIALI ADEGUATE, CHIAVE DI UN RINNOVATO SVILUPPO DEL PAESE

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di Antonio Foccillo

Per tutto quello che, in questi ultimi anni, è cambiato nelle relazioni, nello stravolgimento dei rapporti di forza e nella legislazione, è fuor di dubbio che è evidente un arretramento del diritto del lavoro, proprio rispetto a tutto quello che la legislazione del lavoro si era conquistata in passato nel tutelare e garantire il soggetto più debole nei rapporti di lavoro, anche perché sono cambiate le condizioni politiche e le sensibilità.

Negli anni passati della Prima Repubblica si era creata una coalizione comune di intenti tra le forze sociali, imprenditoriali, giuristi e volontà politica che ha prodotto norme di grande civiltà giuridica, realizzando così una legislazione del lavoro fra le più avanzate.

Oggi questa condizione non c’è. Purtroppo prevale la demagogia e spesso si cerca un nemico da additare, per nascondere le proprie manchevolezze. E allora lo si individua, alimentando, in modo demagogico, l’opinione pubblica a sostenere le posizioni di chi scarica sugli altri le colpe delle varie crisi e della mancanza dello sviluppo.

In questo atteggiamento spesso viene individuato come capro espiatorio il sindacato. La motivazione dell’attacco per delegittimarlo è che le sue rivendicazioni sono finalizzate a sostenere interessi particolari e non l’interesse generale. Sulla base di questa metodologia di criminalizzazione poi si è legiferato riducendo diritti e garanzie per un “presunto bene comune” o perché “lo chiede l’Europa”.

Oggi, tuttavia, essendo modificate molte norme, nessuno può sostenere che la legislazione sociale è più avanzata rispetto al passato. Penso, per esempio, allo Statuto dei lavoratori che è stato abbondantemente rivisitato, riducendone le tutele o ad un possibile intervento legislativo, ad esempio, per limitare il diritto allo sciopero, considerandolo, come viene esercitato, non rispettoso delle norme costituzionali.

Pertanto, bisognerebbe che diversi interlocutori (giuristi, imprenditori e rappresentanti dei lavoratori) ritornassero a dialogare molto di più per costruire proprio un insieme di posizioni comuni che ridiano la speranza di poter ricostruire nuove relazioni industriali. Purtroppo, per la verità manca spesso una vera interlocuzione con la parte politica, che poi è quella che legifera e, in alcuni casi, è controparte.

Se si guarda con attenzione il mondo del lavoro, al di là delle difficoltà che ci sono nei settori industriali, i contratti si sottoscrivono e quindi si riconosce la legittimità di relazioni corrette, perché gli interessi sono comuni delle due parti coinvolte. Il fatto che questo metodo relazionale sia confermato attraverso la contrattazione mantiene in vita un sistema di compartecipazione che produce risultati positivi sia per le imprese che per i lavoratori.

Se, invece, si analizza il settore pubblico, si può vedere che negli anni gli interventi legislativi che si sono susseguiti in materia di contrattazione, abbiano modificato parti contrattuali, sia economiche che giuridiche, e limitato qualsiasi spazio di intervento e di partecipazione del sindacato. Si è sostenuto che questo atteggiamento serve a preservare un bene comune, cioè l’economia di questo Paese.

Ma i sindacati non sono matti, già dagli anni 70 hanno considerato che il salario non è più una variabile indipendente dall’economia ed hanno adeguato le loro rivendicazioni con molta responsabilità.

Oggi, non si vuole capire che con il ridurre il potere di acquisto dei pensionati e dei lavoratori, non solo, sì un fa un danno a loro, ma anche all’economia, perché così si riduce la domanda interna, di cui vive il 70% del sistema produttivo e ciò, di conseguenza, non aumenta la ricchezza e non permette una sua più equa distribuzione, impoverendo il Paese tutto.

Una delle questioni che spesso vengono alla discussione è come definire una normativa per misurare la rappresentanza e rappresentatività e si accusa il sindacato di non voler accettare una legge che la codifichi.

Il sindacato, invece, già si è già posto il problema di come regolare tale misurazione. Sul punto il sindacato ha elaborato da anni una proposta unitaria, nonostante, in questi anni, abbia attraversato momenti di grande difficoltà nei rapporti unitari. Anzi, il sindacato ha ritrovato una nuova unità, elaborando diversi documenti, che hanno individuato sia un modello contrattuale sia le regole della rappresentanza e rappresentatività, che è stato anche concordato con le diverse controparti. In tal senso il sindacato ha svolto un buon lavoro, che non può essere disconosciuto, superando anche le difficoltà che c’erano e anche le singole posizioni di organizzazione, trovando le opportune mediazioni.

Voglio aggiungere ancora sul concetto della necessità di regole che esse sono fondamentali se garantiscono la democrazia, il pluralismo e stabiliscono soprattutto quali sono i ruoli di ognuno nei rapporti all’interno di un sistema democratico. Le regole da sole non bastano, perché gli atti conseguenti dipendono dalle volontà politiche di attuarle e devono confrontarsi con lo scenario entro cui si vive. Lo dico consapevolmente, in quanto sono stato uno di quelli che ha contribuito, insieme ad altri, a costruire le regole del pubblico impiego, diventate legge e che sono prese a riferimento nei vari disegni di legge elaborati in diversi momenti.

Perché ho detto volontà politiche e scenario? Perché in quel momento, quando sono state concordate le regole della rappresentanza e rappresentatività nel pubblico impiego, c’era un sentire comune fra governo, Parlamento e sindacato e avendo costruito tutta la ipotesi confrontandosi e concordando, alla fine quel percorso è stato tradotto in norma di legge.

Oggi se si dovesse decidere di scrivere delle norme, chi garantirebbe che quelle norme vadano nell’ottica comune? Il rischio c’è anche perché, oggi, la politica ed i suoi rappresentanti vedono come fumo negli occhi le organizzazioni sindacali.

Nella mia formazione giuridica sono cresciuto alla scuola di Ghera e Giugni, quindi sono convinto che le parti, nei loro rapporti relazionali e contrattuali, debbano mantenere la piena autonomia e che un intervento legislativo possa essere solo a sostegno. Anche perché sindacati e imprenditori hanno dato dimostrazione di saper svolgere la loro funzione nell’interesse generale e, alla luce di questo principio, sono spesso riusciti a trovare mediazioni complicate, anche di carattere macroeconomico.

Un esempio concreto della capacità di assumersi responsabilità generali da parte delle organizzazioni sindacali è stato quando l’Italia doveva entrare a pieno titolo nell’Unione Europea. Esse si sono spese per far accettare sacrifici ai lavoratori, sostituendosi alla politica che in quel frangente era fuori gioco.

A questo punto sorgono domande ulteriori: qual è il rapporto che si ritiene che debba esserci tra autonomia delle forze sociali e politica? Come la legislazione deve intervenire sulla contrattazione? Qual è il limite che separa le due funzioni? Per dirla come Giugni: l’autonomia della contrattazione va salvaguardata e la legislazione può intervenire a sostegno della stessa.

Su questo assunto si può aprire un confronto se da parte della politica c’è la volontà di creare una legislazione a sostegno della contrattazione. Ma se l’arbitrio, la volontà di ridurre gli spazi democratici sono suffragati da interventi che violentemente attaccano quelle che sono le rappresentanze, ci si pone, legittimamente, il dubbio se è meglio evitare che una legge possa intervenire perché, a quel punto, non sarebbe più una legge a sostegno.

Per quanto mi riguarda non sono mai stato contrario ad un intervento legislativo se fosse a sostegno dell’autonomia delle parti e se fosse elaborato con la partecipazione anche delle organizzazioni sindacali. Ma, in questa situazione, di crisi di rapporti fra governo e sindacati nessuno può essere certo che l’intervento legislativo sia realmente a sostegno.

Infine, ho sempre sostenuto in tal senso che gli articoli 39, 40 e 46 della Costituzione debbano essere applicati. Ecco perché vorrei che quel silenzio degli intellettuali che c’è stato in questi anni, quando sono passate tante normative che hanno limitato gli spazi relazionali e contrattuali, intervenendo sulle autonomie delle parti, diventasse invece voce di contrapposizione e di alternativa. Dato che sono preoccupato per gli spazi di democrazia che si stanno riducendo, chi ha una mente aperta, come i giuristi e come gli intellettuali, deve impegnarsi nel contribuire, come in passato, a costruire con i sindacati non solo regole, ma anche azioni e strategie.

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