
Sentendo le argomentazioni del comitato del no alla separazione delle carriere, c’è un aspetto che mi fa venire quasi il fegato amaro, perché è mancanza di rispetto per chi, reazionario, non è. Dipingere questa riforma come svolta autoritaria, assoggettamento della magistratura al potere politico, fascismo e altre amenità, è un insulto all’intelligenza.
A parer mio, per spiegare che è una cavolata, non bisogna perdersi in troppi tecnicismi. Chiamare “reazionaria” la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è una scorciatoia polemica che ignora la storia delle istituzioni. Non è una riforma che guarda indietro. È una riforma che prova a rimettere ordine.
Il punto non è la moralità dei magistrati, che non è in discussione se non individualmente (come in altri ambiti, esistono veri e propri delinquenti impuniti). Il punto è il Potere. Chi accusa esercita un potere enorme. Chi giudica ne esercita un altro, decisivo. Tenerli dentro lo stesso ordine, con lo stesso autogoverno e una cultura professionale in parte condivisa, non è una garanzia per i cittadini. È una scelta storica, figlia di un’epoca diversa. Quella fascista.
La cultura antiautoritaria e liberale, e quindi anche gran parte di quella progressista europea, non nasce dalla fiducia cieca nello Stato. Nasce dal sospetto verso il potere concentrato. Dalla convinzione che i poteri vadano separati, controllati, resi leggibili.
Una riforma è reazionaria quando riduce diritti o unifica i poteri. La separazione delle carriere non fa nulla di tutto questo. Non subordina il pubblico ministero all’esecutivo. Non indebolisce il giudice. Al contrario, rafforza entrambi nei loro ruoli: il PM come parte processuale pienamente responsabile, il giudice come terzo riconoscibile, senza ambiguità.
Il modello del PM “quasi giudice” non è una conquista della sinistra. È un’eredità di uno Stato che si pensava depositario dell’interesse generale e che faticava ad accettare il conflitto come dato fisiologico del processo. Le democrazie mature funzionano diversamente: distinguono, non confondono.
C’è poi un aspetto che spesso viene rimosso: la percezione del cittadino. Un processo in cui accusa e giudice appartengono alla stessa carriera è meno comprensibile, più opaco. La trasparenza non è un vezzo liberale. È una pretesa democratica! Il contrario dei fascismi!
Il paradosso italiano è tutto qui: una riforma che parla di limiti al potere viene respinta in nome della difesa dell’esistente. Ma il progressismo non coincide con la conservazione degli assetti. Quello è, appunto, da conservatori! Lo stesso Calamandrei voleva inserire, in costituzione, altre figure di controllo proprio per ovviare alla mancata separazione.
Separare le carriere non è una vendetta politica. È il compimento della riforma del partigiano Vassalli! Il resto è propaganda. E quella, sì, che è tossica per la democrazia, perché prende in giro proprio i militanti, la propria base elettorale. Li trattano come pecore al comando.


Marforius, il Marforio del XXI secolo, in omaggio alla celebre statua "parlante" di Roma. Proclama la verità senza filtri ed esprime, in modo sferzante, il malcontento popolare e le proteste politiche e sociali degli italiani verso chi, fingendo di fare gli interessi del Belpaese, fa i propri.


