
di Dario Martello
Tenendolo ben stretto tra le mani, mi incamminai ripercorrendo a ritroso il sentiero che a stento intravedevo tra quell’intrico di rami e foglie cadute, scacciando prontamente il pur vago pensiero che, non so come, era riuscito a intrufolarmisi in testa, spingendomi a voler rivivere la sconcertante vicenda avuta in fondo a quel buco. Nonostante quell’incredibile visione, sicuramente causata dalla pesante botta ricevuta durante la caduta, la loro smania di buttarvisi dentro non mi apparteneva più. Ne avevo avuto abbastanza. Volevo solo andarmene, e questo era tutto. Punto.
Anche questo brandello di carta pareva raffigurare una mezza figura con un cane, o forse un grosso lupo, nell’atto di azzannare i polpacci di qualcuno. Mi soffermai un istante a osservarlo con più attenzione, notandone la vaga somiglianza con certe immaginifiche creature del bosco che, nelle fiabe o nei racconti illustrati per bambini, compaiono al solo scopo di spaventarli per cercare di placarne l’incontenibile irrequietezza. Più che una figura vera e propria, si trattava di uno schizzo abbozzato grossolanamente, sembrava a carboncino, senza troppo badare ai dettagli, tale da conferire al disegno un aspetto vago e indefinito, accentuato dalla mancanza della parte superiore.
Mi chiedevo cosa mai avrei potuto farne. D’altra parte, ragionai, da quando ero arrivato in questo posto, le carte ne erano state l’elemento fondamentale. Evidentemente avevano tutt’altra funzione rispetto agli usuali strumenti di svago da me conosciuti. Tutto lo lasciava supporre e, di conseguenza, a qualcosa mi sarebbe servita.
Sentii di nuovo addosso quella brutta sensazione di essere osservato, come se il bosco fosse intento a spiare le mie intenzioni. Ripresi a camminare a passo svelto, rimuginando tra me quale potesse essere la strategia migliore da adottare. Raggiunsi i margini della radura molto più in fretta del previsto e ciò che mi si parò davanti agli occhi mi restituì un’immagine da togliere il fiato. Ne rimasi talmente colpito che, per un istante, smisi davvero di respirare. C’erano centinaia di volti, tutti rivolti in un’unica direzione: la mia. Il cambiamento non poteva essere più radicale. E inquietante. Se ne stavano lì immobili, uomini e donne, vecchi, giovani e bambini, come tanti steli di pietra avvolti nel loro mutismo, quasi si fossero fermati apposta ad attendere il mio arrivo, celando dentro sé le più imperscrutabili intenzioni. Mi sentivo ancor più osservato, e questa volta fin nei recessi più intimi.
Poi, al centro della radura, vidi qualcosa che mi procurò un tuffo al cuore: il carretto del guardiano, con il grande specchio semicoperto dal tendone rosso. Un colpo di fortuna incredibile. Un’occasione da non perdere. Forse ce l’avrei fatta a fuggire.
All’improvviso la radura mi si frantumò davanti agli occhi in una miriade di schegge, trasformata in un labirinto con dentro decine di carretti e centinaia di figure, al punto da rendermi impossibile distinguere il vero, o meglio, l’immagine originale, da quella apparente. «Ricordati che ora sei visibile, e lo sono anche i tuoi pensieri.» Mi rammentai quanto mi era stato detto poco prima. «Non far capire le tue intenzioni.» Sì, dovevo pensare ad altro: solo così sarei riuscito a raggiungere quel maledetto specchio.
«Spade e denari, coppe e bastoni…» Sentii una voce provenire da dietro le spalle. Mi voltai di scatto: «Che dia… succede?» «Unisci il pensiero alla materia, le emozioni alla forza di volontà: falli camminare insieme.» Chi stava parlando? Socchiusi gli occhi e mi accorsi che, al mio fianco, si stava svolgendo una scena surreale che solo il turbinio di quelle immagini, apparse con tanta violenza, mi aveva impedito di notare. Delimitata rispetto al paesaggio circostante da una cornice di vetro smerigliato, a confonderne ancor più la figura già di per sé così irreale, rividi, tra abbracci e lacrime, quell’anziana salutare il giovanotto in procinto di andare. Una scena già vissuta. Un pezzo di passato piombato qui, ora, nel presente. Non era possibile. Sentivo la ragione vacillare, sicuro di essere ormai giunto alle soglie della follia.
Mi avvicinai alla sua figura, pronto ad aspettarmi chissà cos’altro ancora. Ma non questo. Non la cosa più importante. Notai subito qualcosa di nuovo nel suo sguardo: mi abbozzò un mezzo sorriso. Adesso quell’anziana mi vedeva. «Finalmente ti vedo» disse. Si sedette, afferrandomi la mano. Ne sentii la stretta salda e, soprattutto, reale. «Quindi te ne vuoi proprio andare?» Il rivederla in quel modo mi aveva talmente sorpreso che, di getto, riuscii solo a balbettare: «E… e, e alla svelta.» «E perché? Non ti piace stare qui?» domandò, scrutandomi dalla testa ai piedi con il solito fare interrogativo, così comune tra gli esseri, diciamo così, di questo luogo. «A vederti, non mi pare che neanche a te piaccia così tanto starci» risposi, in un tono un po’ irriguardoso.
Dopo essermi ripreso da quel primo momento di smarrimento, sebbene fossi contento di rivederla ancora tutta intera, non mi azzardo a dire “viva”, per quanto possa valere qui questa espressione, cominciavo ad essere infastidito da quell’atteggiamento di supponenza che tutti parevano tenere nei miei confronti. «E questo che c’entra? Tu lo sai perché ti trovi qui?» Aveva colto al volo il mio malizioso sottinteso. Parlava agitando pericolosamente in aria il suo bastone, forse sperando di togliermi dalla faccia quell’espressione di stupore, oscillante tra l’ebete e l’incredulo, che di fronte a certe incomprensibili situazioni era del tutto ovvio ci rimanesse stampato sopra. E in effetti ci riuscì, perché mi affrettai a replicare, acido: «Sì, sì, guarda, non si tratta di discutere che cosa ci faccia qui, ma semplicemente di non impazzire. Ero in una grotta quando qualcosa mi ha attaccato. E poi mi sono ritrovato in questo posto assurdo… forse sono già morto.» «Oh, quanto la fai tragica» rispose, colpendomi il braccio col bastone. «Ehi, vacci piano» protestai, lanciandole un’occhiataccia. Ridacchiò, divertita: «Be’, a me pare che tu sia ancora vivo, in fondo da qualche parte sei capitato, o sbaglio?»
Ridiventò subito seria, guardandomi di traverso: «Cosa ti aspettavi di trovare? Scommetto continue battute di caccia intervallate da sontuose feste a base di selvaggina, magari condite da qualche bella fanciulla pronta a condividere con te il suo talamo pur di accondiscendere alle insistenti richieste del miglior cacciatore della contea.» Intuivo dal modo in cui mi parlava come anche lei si aspettasse che capissi le sue parole. Pertanto, continuò: «Quando eri dall’altra parte, non erano certo rose e fiori, e questo è ciò che sei riuscito a creare qui, quindi, fattene una ragione.» Mi stava rimproverando di non capire perché mi trovassi lì? Aveva ragione. E del resto, come avrei potuto capirlo? Vedendomi massaggiare continuamente il braccio, notai come fosse dispiaciuta per avermelo colpito un po’ troppo forte. Cercò di rinfrancarmi: «Vedrai che quando tornerai la prossima volta sarai meno confuso», per poi aggiungere, davanti al mio persistente silenzio, unica reazione possibile a denotarne il comprensibile risentimento, un «…almeno spero», ma pronunciato in modo assai poco convinto, seguito da un rassegnato scuotimento del capo. In realtà, il suo atteggiamento aveva il solo effetto di confondermi ancor più le idee, spronandomi il desiderio di fuggire.
Mi sentivo sempre più a disagio, e la cosa cominciava a trasparire in modo così evidente da procurarmi un tale nervosismo nei suoi confronti, non tanto per la botta ricevuta, quanto per il fatto che insisteva nel dirmi cose incomprensibili, oltretutto infarcite di continue allusioni sbocconcellate a mezze frasi. Se ne accorse e, davanti all’evidenza, fu costretta ad arrendersi. Fece un gesto stanco con la mano: «Va’ be’, lasciamo perdere. Aiutami ad alzarmi, per favore.» Si rimise in piedi, sistemandosi la sgualcita vestaglia che le ricadde attillata lungo il corpo, accentuandone ancor più la magrezza. Gli occhi infossati, vigili e dal taglio sottile, posizionati sopra il naso adunco, a mo’ di grandi lenti atte a scandagliarne le cime degli alberi, parevano stessero cercando qualcosa. Che alla fine sembrarono trovare. «Uhi… stanno arrivando» disse, puntando il bastone verso il bosco. In effetti, vidi calare da un cielo sempre più sporco di nubi decine di macchie ancor più scure, che si posarono sugli alberi facendo un gran gracchiare. Forse dei grossi corvi. Poi lo sguardo le si fece di nuovo assente, perdendosi chissà dove, e, con un filo di voce, aggiunse: «Arriverà il momento per capire certe cose.»
Il nostro dialogo si interruppe, presi com’eravamo ad osservare silenziosi la radura, riempita da quella moltitudine di figure immobili che se ne stavano lì, raggruppate nel mezzo, come tanti pali conficcati nel terreno, ad aspettare che accadesse qualcosa, o forse l’arrivo di qualcuno. Vedevamo la stessa immagine? Sicuramente sì. Ne attribuivamo lo stesso significato? Non saprei dire. Dopo un lungo attimo, fui io a rompere il silenzio, sfiorandole leggermente la spalla: «Capire cosa?» Si scosse. «Oh, bene: se riprendi a parlare, vuol dire che l’arrabbiatura ti è passata e sei pronto a scendere in mezzo a loro… io invece è meglio che vada prima che inizi a piovere. Aspetta però: prima voglio darti una cosa.» Rovistò nelle tasche, traendone un usurato borsellino. Ne cavò un brandello di carta. «Questa è per te: fanne buon uso, mi raccomando.» Lo presi tra le mani, capendo al volo che combaciava alla perfezione con il mio. Una volta accostati, i bordi si saldarono immediatamente. La carta aumentò di spessore, diventando talmente pesante e dura da ricordarmi la pietra preziosa che un giorno vidi nella cassaforte del governatore della contea e che si diceva fosse capace di scalfire qualsiasi oggetto. «Ecco: ora hai lo strumento che ti serve per infrangere lo specchio. Abbinalo agli altri che già conosci e buona fortuna.»
Notai sulla carta, posta in rilievo, la figura di un uomo con un fagotto legato ad un bastone che camminava spensierato, seguito dal suo cane, o forse da un lupo, intento a mordergli i polpacci. L’immagine adesso era completa. Ma ciò che più m’interessava, al di là dell’incomprensibile simbologia, era la sua consistenza e, soprattutto, gli acuminati angoli, sicuramente in grado di infrangere la superficie di quel vetro. Ora sapevo a cosa mi sarebbe servita la carta. Prese a massaggiarmi leggermente il braccio: «Contento, adesso?» Pareva soddisfatta nel vedere finalmente disegnata sul mio volto un’espressione così raggiante. «Ti ringrazio veramente tanto per l’aiuto che mi stai dando.» Mi interruppe subito: «Però ti manca ancora una cosa, che è altrettanto importante.» «E quale sarebbe?» domandai incuriosito. «Pensaci bene e avrai la risposta, ma non dove credi di trovarla tu.»
Mi invitò ad avvicinare l’orecchio alle sue labbra grinzose. Poi, dopo avermi insufflato in modo leggero dell’aria al suo interno, mi parlò con voce roca: «Non pensare a come arrivarci, allo specchio, ma piuttosto fatti crescere dentro qualcosa di talmente grande da riempire ogni angolo della tua mente. Rendi impermeabili i tuoi pensieri. Impediscigli di trovare anfratti in cui potrebbero infilarsi per scrutare le tue intenzioni. Pensa a ciò che ancora ti manca.» La pregai di essere più chiara, implorandola di smetterla di parlarmi per enigmi, combattuto tra il fastidio che questo suo atteggiamento continuava a suscitare e la riconoscenza per avermi dato lo strumento che forse, con un po’ di abilità e fortuna, mi avrebbe permesso di andarmene da lì. Ma non ci fu niente da fare. «È inutile che insisti: questo è tutto, almeno per il momento. Continuerei solo a farti innervosire dicendoti cose che ancora non arrivi a comprendere. Forse ci si rivede, ma per adesso… addio.» Per la prima volta sentii i nostri ragionamenti coincidere alla perfezione.
Prima di incamminarsi verso il bosco, l’anziana mi esortò: «La prossima volta, da bravo, cerca di non ritornare in queste condizioni». E chi mai ci sarebbe voluto ritornare, pensai tra me, mentre il lieve solletico all’orecchio provocatomi dalle sue parole si stava tramutando in un sordo ronzio simile al volo di un calabrone.
Mi domandavo dove fosse diretta. Ne vidi la figura curva confondersi con l’ambiente circostante, divenendo albero tra gli alberi, foglia tra il fogliame, ora più che mai rigoglioso nel suo verde così intenso, scortata dal volo di quegli uccelli che, dopo essersi staccati dai rami, presero a volteggiare silenziosi sopra le cime degli alberi, osservandone dall’alto il lento incedere. Alzai gli occhi al cielo. Lì vidi dileguarsi tra le nubi. Avrei voluto seguirne il volo, dileguandomi però verso il mio di mondo.
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