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QUANDO PERTINI NON PERDONO’ LEONE

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di Gianvito Caldararo

Si narra che nel lontano ottobre del 1984, provocato da una battutaccia di Leone con l’andreottiano Franco Evangelisti, mutuata fra l’altro da un giudizio del socialista Lombardi e reso pubblico da un giornale, su una presunta  “ignoranza” di Pertini, anche se contraddetta da due lauree.
 
Nonostante la smentita di Leone, il presidente Pertini replicò con una lettera di “improperi” che i suoi consiglieri tentarono invano di fermare. Il 31 ottobre 1984, indirizza a Leone la lettera nella quale scrive: “Ti ho sempre difeso, sempre, da accuse infamanti, da maldicenze che toccavano anche i tuoi familiari. Nel mio discorso di insediamento con parole umane, fraterne, ti ho inviato la mia solidarietà. E tu, invece, non fai che della maldicenza idiota nei miei confronti. Questa maldicenza degrada te, non tocca me. Sputi su un’amicizia ch’era sincera, Non la meriti, come non meriti più da parte mia alcuna umana considerazione. Da oggi non ti difenderò più ma ti abbandonerò ‘ad bestias’. Questo e solo questo meriti”.
Non basta, in un post scriptum, il “partigiano Sandro”( perché adesso si esprime in quella veste) aggiunge: Analfabeta? Se tu avessi letto solo una parte di quello che ho letto io per vincere la solitudine del carcere e il peso del confino ti sentiresti una biblioteca ambulante. Quattordici anni di detenzione, sopportati anche per la tua libertà di dire sciocchezze degradanti”, La conclusione evoca il fascismo ed è davvero “abrasiva”, quando afferma: “Allora tu marciavi fieramente in orbace e se i tuoi allievi non si presentavano in camicia nera, rifiutavi di esaminarli. Mentre gente come me sacrificava la giovinezza anche perché tu ti sentissi libero e più uomo..ma in piedi e non in ginocchio”.
Il socialista Pertini, era un uomo intransigente, permaloso, rigoroso e anche fumantino. Ma quando c’erano di mezzo il fascismo o la mafia diventava inflessibile e durissimo con chiunque. Secondo Guido Ceronetti, con l’avanzare dell’età ha addolcito il suo temperamento, agendo “con il candore di un bambino e come un fanciullo non si vergogna di mostrarsi in lacrime se è emotivamente scosso”. Fu visto come un “Giovanni XXIII della politica”, con la sua icona di santo laico della Repubblica, contribuendo così a renderlo il  “presidente più amato dagli italiani”. In fondo, piaceva agli italiani anche per questo, per la sua schiettezza e la sua forte intransigenza. Celebri sono rimaste alcune sue frasi, come:
“Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”. Quella sui giovani: “I giovani non hanno bisogno di sermoni. I giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. Oppure quella di: “Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie”.
Indimenticabile Pertini.

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  • Redazione

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