Il paradosso del Pakistan e la nuova geografia del petrolio
C’è un paradosso che racconta meglio di qualsiasi analisi la complessità del nuovo ordine internazionale.
Il Pakistan, che nelle settimane più difficili della crisi tra Israele, Iran e Stati Uniti ha svolto un ruolo di primo piano nel mantenere aperti i canali di dialogo tra Washington e Teheran, contribuendo al percorso negoziale culminato nell’Islamabad Memorandum of Understanding, oggi è uno dei primi Paesi a pagare il prezzo economico e strategico di quella stessa crisi.
Con lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso diventati improvvisamente vulnerabili, Islamabad è costretta a cercare con urgenza nuove forniture di petrolio e gas dagli Stati Uniti e soprattutto dalla Nigeria per evitare una crisi energetica che rischia di compromettere la continuità della produzione industriale, dei trasporti e della rete elettrica nazionale.
La scelta della Nigeria non appare casuale, oltre a essere uno dei principali produttori africani di petrolio, Abuja è diventata negli ultimi mesi uno snodo sempre più rilevante nelle nuove dinamiche energetiche internazionali.
Il rafforzamento della cooperazione con la Russia e la crescente centralità del Golfo di Guinea mostrano come, mentre l’attenzione mondiale resta concentrata sul Medio Oriente, stiano emergendo corridoi alternativi destinati ad assumere un peso crescente qualora i tradizionali check point, a partire dallo Stretto di Hormuz, dovessero continuare a rimanere esposti alle tensioni geopolitiche.
È il paradosso della geopolitica contemporanea, chi contribuisce alla stabilità regionale non è automaticamente protetto dalle conseguenze dell’instabilità.
Non vediamo la questione solo come una emergenza energetica, in realtà, ciò che sta accadendo racconta una trasformazione molto più profonda. Per anni la sicurezza energetica è stata interpretata come la capacità di assicurarsi forniture di petrolio e gas.
Oggi questa definizione non basta più. La vera sicurezza dipende dalla possibilità di mantenere aperti i corridoi attraverso cui quell’energia viaggia.
La Nigeria sta assumendo un valore strategico che va ben oltre il suo ruolo di produttore di greggio.
Negli ultimi mesi il rafforzamento della cooperazione energetica tra Mosca e Abuja e l’apertura di una nuova direttrice marittima tra il porto di Novorossijsk in Russia e Lagos in Nigeria sono stati interpretati da molti come un normale sviluppo delle relazioni economiche.
Oggi, invece, quella rotta acquista un significato completamente diverso.
La geopolitica insegna che le rotte non si costruiscono durante una crisi, si progettano anni prima, quando sembrano persino superflue. Soltanto quando un conflitto interrompe i flussi tradizionali ci si accorge del loro reale valore.
È ciò che sta accadendo oggi con il Golfo di Guinea, destinato ad assumere un’importanza crescente nel nuovo equilibrio energetico internazionale.
Il Pakistan diventa così il simbolo di un cambiamento che riguarda l’intero sistema globale. È un Paese che dialoga con la Cina, mantiene rapporti con gli Stati del Golfo, ha una frontiera strategica con l’Iran, conserva relazioni con gli Stati Uniti e ha dimostrato di poter svolgere anche un ruolo diplomatico nelle fasi più delicate della crisi mediorientale.
Eppure, proprio questa posizione al centro delle grandi dinamiche regionali lo rende particolarmente esposto agli effetti delle tensioni sui corridoi energetici.
Ogni crisi regionale produce effetti globali e ogni nuova rotta commerciale modifica gli equilibri del potere internazionale.
Ancora una volta è la dimostrazione che il potere non scorre soltanto nei barili di greggio, scorre lungo le vie marittime che permettono a quei barili di raggiungere il resto del mondo.
È su quelle rotte, molto più che nei giacimenti, che si sta ridisegnando il nuovo equilibrio geopolitico internazionale.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


