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A quando i programmi e non gli slogan?

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quando i programmi

Schlein durante l’intervista rilasciata a Cerasa per Il Foglio glissa e cerca una via di fuga

Leggo l’intervista di Claudio Cerasa a Elly Schlein su Il Foglio e, alla fine, mi sono posta una domanda molto semplice: ma dov’è il progetto di governo?
Per quasi due ore Cerasa prova a fare quello che un giornalista serio dovrebbe sempre fare: non chiedere soltanto cosa non va del governo, ma costringere chi aspira a governare a spiegare cosa farebbe concretamente.

Ed è qui che, a mio giudizio, emerge il vero problema.

Schlein ripete che “l’alternativa c’è”, che “sono pronti a governare”, che il governo è alla fine del suo ciclo. Ma quando Cerasa entra nel merito, le risposte diventano spesso prudenti, evasive o rinviate.

Sulla sicurezza dice che servono più poliziotti, più presidi sul territorio e più prevenzione. Benissimo.

Ma allora dov’è finita quella sinistra che per anni ha guardato con sospetto qualunque proposta sulla sicurezza, liquidandola come propaganda della destra?

Oggi scopre che la repressione serve, che gli agenti vanno assunti e che il territorio va presidiato. È una conversione tardiva o un’improvvisa necessità elettorale?

Sull’economia parla di crescita, semplificazione burocratica, investimenti e riduzione dei costi energetici. Ottimo. Ma sono anni che il Partito Democratico governa regioni, comuni e ha governato il Paese.

Perché molte di queste semplificazioni non sono state realizzate quando ne aveva la possibilità?

Poi arriva il tema del nucleare. Cerasa le ricorda che il tanto citato modello spagnolo funziona anche grazie ai suoi reattori nucleari.

Lei risponde che in Italia ci vorrebbero quindici anni.

È una risposta politica, non tecnica. Non dice se il nucleare sia giusto o sbagliato: semplicemente sposta il problema.

Sul Superbonus il direttore le pone una domanda chiarissima: potete garantire che non rifarete una misura senza limiti e senza coperture?

La risposta è uno slalom: “io non c’ero”, “tutti lo votarono”, “impareremo dagli errori”.

Ma un leader che vuole governare dovrebbe dire un sì o un no, non cercare una via di fuga.

La parte che mi ha colpito di più, però, è quella sulla politica estera.
Schlein conferma il sostegno all’Ucraina e dice, giustamente, che Putin è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredita.

Finalmente una posizione chiara. Ma subito dopo ammette, con una sincerità quasi disarmante, che nella sua coalizione non sono tutti d’accordo.

Ed è questo il cuore del problema.

Come si governa un Paese con una coalizione dentro la quale convivono il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, pezzi del centro, Renzi, forse Calenda, ciascuno con idee profondamente diverse su energia, Ucraina, NATO, difesa, economia, giustizia, infrastrutture e politica industriale?

Il cosiddetto “campo largo” sembra sempre più una fotografia di famiglia dove ognuno guarda in una direzione diversa.

Cerasa insiste persino sulle primarie. Le chiede più volte se le vuole oppure no. La risposta? Decideremo con gli alleati. Le chiede di Calenda. Risposta: nessun veto. Le chiede del programma. Risposta: lo faremo dopo.

Alla fine dell’intervista, la sensazione che ho avuto è questa: non ho letto il programma di un futuro governo. Ho letto il tentativo di tenere insieme una coalizione che ancora non sa cosa vuole essere.

L’opposizione ha il dovere di criticare il governo. È la sua funzione in una democrazia. Ma se ogni giorno alzi il dito contro tutto e tutti, arriva inevitabilmente il momento in cui qualcuno ti chiede: “Va bene, adesso tocca a te. Cosa proponi?”

E lì gli slogan non bastano più.

Su questo, credo che Claudio Cerasa abbia fatto un buon lavoro giornalistico: non si è limitato a fare da megafono, ma ha incalzato la segretaria del PD sulle contraddizioni, sui punti deboli e sulle ambiguità del suo progetto politico.

Ed è proprio da quelle domande, più ancora che dalle risposte, che emerge quanto la strada tra il dire “siamo pronti a governare” e il dimostrarlo sia ancora molto lunga.

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