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QUANDO GLI USA MINACCIARONO DI USARE LA CORRUZIONE

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Robert Rackmales, da incaricato d’affari al Dipartimento di Stato di stanza a Villa Taverna, rivelò che il suo più importante contatto col Pci fu Tonino Tatò braccio destro di Enrico Berlinguer e che, oltre a primo segretario all’ambasciata a Roma nei primi anni ’80, apparteneva alla forte corrente del Dipartimento di Stato molto favorevole all’ingresso del Pci al governo al di là che certa narrazione italica che è andata accreditando l’ipotesi opposta per decenni.

Il confine fra appartenenti alla “diplomazia” e alle “intelligence” è molto sottile se non proprio inesistente in tutte le ambasciate al mondo ed è lo stesso quello che adottano gli Stati Uniti con la CIA ed il Dipartimento di Stato.

Rackmales insieme al nuovo capo dell’Ufficio Politico dell’ambasciata USAa Roma D. Stout oltre a Keith Patrick Garland, nel frattempo promosso al Dipartimento di Stato nella veste ufficiale di “first secretary” a Roma, fece sapere a Luciano Barca, altro emissario di Berlinguer con gli USA, che gli Stati Uniti, puntavano su Bettino Craxi piuttosto che su Andreotti o De Mita. Quindi due correnti si misuravano sia nella CIA che nel Dipartimento di Stato: una che appoggiava Craxi e l’altra che voleva l’ingresso del Pci al governo. Risultò evidente a Barca che, pur mantenendo stretti rapporti col Pci, il tutto era stato superato dal ruolo primario che Craxi aveva assunto ai loro occhi. Non vanno dimenticate, come abbiamo prima ricordato, le due anime che vivevano negli Stati Uniti di cui una, in particolar modo, non apprezzava per niente l’autonomia di Craxi e dello stesso Andreotti come dimostrato da un report  dove si sottolineava l’accentuata autonomia dei due sia in politica estera che energetica. 

Il compilatore di questo report top secret sull’atteggiamento verso il PCI tenuto da Craxi parlò di una radicata sfiducia verso i comunisti dal 1948. Osservò, altresì, che i rapporti con i leader del PCI servivano solo a placare la sinistra interna del PSI e ad aumentare la sua influenza politica con la DC. Craxi sosteneva che il PCI si era di poco allontanato dall’Unione Sovietica. Questo concetto lo aveva ribadito con forza in un discorso tenuto a Genova in un meeting coi segretari regionali del partito socialista a marzo del 1983. Infine che da quando aveva assunto la leadership del PSI, Craxi aveva tolto la falce e il martello dall’antico e ormai superato simbolo sostituendolo con un garofano rosso. L’analisi del compilatore del report continuava sulla politica estera nel Medio Oriente e nel Nord dell’Africa. A tale riguardo il report sottolineava la forte autonomia di Craxi in politica estera quando affermava che l’Italia doveva espandere le sue relazioni sia sul piano economico che su quello politico con i paesi di tutto il Nord Africa e dell’intero bacino del Mediterraneo. Pur ribadendo l’amicizia verso Israele, Craxi si faceva portatore di un suo fondamentale convincimento: quello di sostenere pubblicamente la necessità della partecipazione palestinese ai negoziati di pace in Medio Oriente, la qual cosa non combaciava molto con la politica USA dell’epoca. Aveva anche pubblicamente sostenuto l’accordo dell’Italia con Malta, appoggiando la neutralità di quel paese. Sull’America Latina Craxi riteneva che gli Stati Uniti si erano concentrati troppo sul coinvolgimento sovietico nel Sud America e non abbastanza su quelli che lui considerava i veri problemi sociali dell’intera regione. Affermava che gli USA non riuscissero ad apprezzare il potenziale di instabilità insito nel ritardo dello sviluppo economico e sociale, non solo dell’America Latina ma anche in altre parti dei paesi in via di sviluppo in tutto il mondo. Sulla Comunità europea Craxi era sempre stato un tenace sostenitore dell’integrazione europea. Ma sosteneva, con forza e vigore, che l’Italia non avesse perseguito interamente i propri interessi nella CEE e in altri forum regionali e internazionali con sufficiente iniziativa ed aggressività. Il quadro che veniva fuori da queste due parti del report evidenziarono che il socialista alla guida dell’Italia era un convinto e forte assertore delle tesi filo occidentali ma che portava con sé il giusto carico di ragioni e profondi convincimenti sul ruolo da media potenza che l’Italia svolgeva e che, fino all’ insediamento a Palazzo Chigi, non aveva fatto e che lui, invece, intendeva far svolgere.

Intervistato in anni successivi a tangentopoli da Charles Stuart Kennedy, per il the Association for Diplomatic studies and training foreign affairs oral history project, l’11 maggio 1995, pag. 36 e 37 Rackmales dichiarò che:

 “eravamo preparati ad usare accuse di corruzione contro persone che pensavamo stessero mettendo a repentaglio aspetti della nostra politica, anche se erano il primo ministro e un membro di un partito che altrimenti sostenevamo.”

Rackmales brandì, in modo esplicito, l’uso della clava relativa alla corruzione come arma da tenere pronta nel caso soggetti politici italiani, rilevanti e di peso, avessero messo o stessero mettendo a rischio aspetti ed interessi della geopolitica americana.

Per chi volesse approfondire il mese prossimo sarà pubblicato il mio prossimo saggio: “Il Pci visto dalla CIA e dal suo interno” dove troverà il resto della storia e molto altro ancora.

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  • Redazione

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