Urge ricostruire le basi perché la politica e il sociale ridiventino strumenti di partecipazione ed emancipazione civile, democratica e sociale
Nel lungo oblio della memoria storica nel nostro Paese, dopo aver seppellito tutto quello di buono che avevano realizzato i cosiddetti partiti della prima Repubblica, è stato coinvolto anche il sindacato, il suo ruolo offuscato e fatto diventare quasi un orpello inutile dell’attuale situazione politica, economica e sociale.
In questi anni, con e dopo la vicenda di Mani pulite, ha prevalso la cultura del sospetto sull’esigenza di individuare le prove della colpevolezza; la denigrazione dell’avversario fino all’annientamento finale è diventata confronto politico, invece che puntare sulla dimostrazione delle proprie ragioni; il dibattito è diventato offesa, schiamazzo, violenza verbale piuttosto che palestra dove il pluralismo potesse ancora dispiegarsi in tutte le sue forme e la democrazia facesse prevalere le ragioni della maggioranza e tutelato le minoranze. Ma dietro a questa intolleranza vi sono state forze economico- finanziarie che hanno voluto delegittimare l’intero sistema politico e dei suoi strumenti democratici, compreso il sindacato, per ridurre qualsiasi opposizione ai loro disegni.
In precedenza, Walter Tobagi, prima di essere assassinato dalle brigate rosse, scriveva nel suo ultimo libro “Che cosa contano i sindacati”: “Gli anni ottanta si aprono come una stagione difficile. Il sindacato è ancora una volta in campo aperto, non può vivere sul passato. Non può vivere sulla rendita del potere conquistato nell’autunno caldo. Non può vivere con le vecchie ideologie, superate sia dal mondo della produzione sia dal costume di tanta parte della classe operaia. La prospettiva più grama sarebbe quella di passare dal sindacato dell’autunno ad un bigio autunno del sindacato”.
Per evitare questa amara prospettiva ne faceva discernere la necessità di individuare una strategia adeguata di tipo riformista, che affermasse l’autonomia dai partiti e, nello stesso tempo, fosse capace di rapportarsi con la società in termini non più solo conflittuali, ma capendone, invece, la nuova complessità sociale, superasse la cultura massimalista e la sostituisse con quella riformista.
Questo avvertimento ha inciso dentro il sindacato, almeno in gran parte delle confederazioni, portando un grande cambiamento culturale non solo nel dibattito, ma anche nell’azione e nella strategia, infatti, la laicità ed il riformismo hanno prevalso tanto da determinare una profonda innovazione nel modo di fare sindacato, in Italia, attraverso varie fasi, dalla svolta dell’EUR a quella di San Valentino; dalla politica dei redditi alla politica di concertazione…
E, addirittura, venendo a oggi, in un sistema politico che comunque è restato bipolare, è difficile mantenere la rappresentanza unitaria, non solo di schieramento ma anche di contenuto.
Semplicisticamente, si valutano le proposte, i giudizi e il dibattito delle confederazioni, solo in una logica di schieramento, semplificando così l’attuale pluralismo sindacale.
Si pone anche il problema se in questa società profondamente cambiata se vi è ancora spazio per un impegno sindacale, essendosi modificata l’articolazione sociale, la composizione dei lavori e del mercato del lavoro, che hanno trasformato esigenze e bisogni della gente.
Il sindacato italiano di fronte a questi cambiamenti sociali e politici, nonché economici, alle guerre e alle crisi economiche, alle nuove forme di malessere che stanno emergendo, si trova nella necessità di interrogarsi e di riflettere, ancora una volta, su quello che può essere il suo ruolo e come rinnovare la sua funzione sociale.
È anche vero che il sindacato non può essere confinato in un ambito limitato, come tenta di fare la politica di qualsiasi colore. Un sindacato escluso dai processi economici e dalle riforme può essere tentato di rinchiudersi in una progressiva azione corporativa e aziendalistica, con il risultato di accentuare l’esasperazione conflittuale, determinandosi così un ritorno al passato, in cui il salario era una variabile indipendente, causando con ciò un possibile nocumento all’economia.
Il problema è come mantenere in questa società un equilibrio sociale adeguato, sapendo che convivono mille interessi segmentati e diversificati in parte sindacalizzati e in parte no. Senza organismi intermedi che rappresentino e garantiscano tutti gli interessi difficilmente l’attuale situazione politica è in grado di mantenere l’equilibrio necessario.
In tal senso, bisognerà che il sindacato valuti quale grado di modernità e di rappresentanza è in grado di promuovere oggi nel mondo del lavoro, nell’economia e nel sociale? Quale valore ha il ruolo del sindacato, oggi, in condizioni profondamente diverse dal passato?
Dalla tecnologia, sempre più condizionante fino all’intelligenza artificiale, dalla internazionalizzazione dell’economia finanziaria all’erosione dell’identità di classe, fino a scomparire, dalla problematica dei ceti intermedi al declino della militanza, alle perentorie rivendicazioni di corporazioni socioeconomiche, si delinea la condizione, nuovamente, di dover attualizzare la tradizione politica strategica del sindacato.
Le battaglie riformiste hanno prodotto in passato, risultati positivi, poi le impalcature strutturali sono rimaste inalterate, con tutte le loro ingiustizie e ambiguità, e le nuove situazioni dalla crisi economica a quella pandemica, alle guerre, a poco a poco, hanno ridimensionato le capacità di raggiungere nuove vittorie.
Come pure ha determinato l’attuale situazione difficile del sindacato anche affievolirsi di uno spirito della idealità solidaristica che costituiva la spinta profonda della forza del sindacato e dei lavoratori. Non parliamo della crisi della sinistra che sempre più ha rappresentato solo gli interessi della finanza.
Alla lunga questa mancanza di risultati ha prodotto nel mondo del lavoro una sorta di disinteresse e, nello stesso tempo, la convinzione che in questo Paese le battaglie riformiste non sempre siano vincenti, troppo più forti restano ed appaiono la conservazione, le lobbies, la forza delle multinazionali, che rappresentano ancora tanti poteri. A questo si aggiunge l’incapacità della politica e dei governi a risolvere i problemi, cambiando profondamente la situazione del mondo del lavoro e delle sue tutele.
Pertanto, bisognerà consolidare il rinnovamento del sindacato, che appare ancora troppo compromesso fra pregiudiziali ideologiche, caduta di autonomia e incapacità di assumere scelte più forti e flessibili che lo facciano diventare parte insostituibile di una società che ha bisogno di ritrovare di nuovo valori e cultura ideale.
Se questa è realtà, allora le cose non debbono restare come sono, perché se viene meno la carica riformatrice, vi è non solo un vuoto di partecipazione, ma anche di democrazia.
In questa situazione, una grande responsabilità tocca anche al sindacato che, ancora può stimolare la partecipazione.
Nel senso che è necessario un sindacato che ritorni ad essere un interlocutore capace di dialogare con le donne, gli uomini, i lavoratori, gli emarginati, i lavoratori immigrati e atipici e con gli anziani e i giovani. Cioè, torni ad essere un soggetto politico che proponga un modello che trasformi la società, l’economia, il welfare e le scelte politiche.
L’azione di un’organizzazione sociale si misura sul campo, sulla capacità di consenso che riesce ad aggregare, sulla mobilitazione dei lavoratori, su una spinta ideale che costituisca il cemento stesso della militanza e non sugli steccati che si vorrebbero costruire a tavolino.
Alla luce di queste valutazioni il sindacato deve impostare una strategia di rinnovamento e di modernizzazione che si indirizzi verso il mondo del lavoro e verso la società, attento alle aspirazioni che si presentano, dirette alla soddisfazione dei bisogni più vasti e diversificati del solo beneficio economico. Anche se anch’esso è una parte importante della qualità del lavoro e giustamente delle rivendicazioni di lavoratori.
Il sindacato può e deve svolgere, a parer mio, senza isolarsi dal contesto politico, una funzione maggiore rispetto al passato di forza che si batte per il rispetto delle regole democratiche, per dare certezze positive alle persone e incanalare la protesta in un rinnovamento che rafforzi gli strumenti di democrazia partecipata e di progresso.
Deve recuperare la sua anima ideale di strumento di cultura nel confronto politico e non di scontro, come ha fatto in passato, nella sua funzione sociale.
Tutto ciò presuppone la necessità di una strategia sindacale laica e riformista nell’attuale realtà della società moderna. Oggi, ancora più di ieri, questa società ha bisogno di rilanciare la cultura laica, una cultura senza dogmi, che valorizzi proprio le singole intelligenze e con forza si confronti liberamente con la realtà, traducendo le sue intuizioni in una politica riformista. Una politica che valorizzi le persone, i loro bisogni, le loro necessità e intorno ad essa si organizzi la società.
In questo contesto il sindacato deve trovare momenti di sblocco del conflitto, che pure è necessario nel bagaglio del sindacato, strumenti di partecipazione e di mediazione di carattere istituzionale, in quanto è solo in questa sede che si esprime la solennità della sintesi che è garante degli interessi generali.
Non bisogna mai dimenticare che la lotta sindacale e una lotta in cui le finalità sono esplicite, chiari gli interessi che si tutelano e quelli che si contestano, nella quale deve prevalere sempre la logica del confronto.
Sul piano strategico: bisogna che si torni a costruire ricchezza, e ridistribuirla. Anche attraverso un fisco più giusto rendendo i salari e le pensioni in grado di salvaguardare realmente il potere di acquisto delle famiglie.
Deve ricreare condizioni in cui il lavoro non sia sopruso, ma sia garantito, con contratti a tempo indeterminato, in modo da far emergere una nuova stagione di tutele, estirpando la piaga dei morti sul lavoro.
Deve contribuire a rilanciare lo stato sociale in modo da garantire i diritti e soddisfare soprattutto i più deboli. Deve continuare la sua opera per riaffermare un senso di solidarietà e non di divisione fra le diverse generazioni, dove le nuove abbiano consapevolezza di quello che è stato fatto.
Vi è bisogno, inoltre che il sindacato si confronti con la politica in modo che insieme si possa riprendere il cammino per ridare speranza e fiducia a tutto il Paese. Non debbono esistere avversari, nemici, ma interlocutori che, secondo i propri livelli di responsabilità, ricomincino a dialogare per trovare disegni più generali che siano in grado di rappresentare interessi di tutti e rimotivino tutti a impegnarsi per un futuro migliore.
Questo è il modo migliore di rispondere concretamente a chi attacca il sindacato o ne dichiara la marginalità nell’attuale società, e nello stesso tempo di ricreare condizioni per una nuova militanza.
Solo così e con un’azione coerente, si possono ricostruire le basi affinché la politica e il sociale ritornino ad appassionare le coscienze e ridiventino strumenti di partecipazione e di emancipazione civile, democratica e sociale.





