
Vladimir Putin dice sì al bilaterale con Volodymyr Zelensky.
La strada aperta in Alaska, dopo il vertice di Washington tra Trump e Zelensky sembra portare verso il traguardo della pace in Ucraina.
Il faccia a faccia fra i due contendenti si terrà entro agosto in una località ancora da definire, e sarà seguito da un trilaterale con Donald Trump.
Secondo un’indiscrezione dovuta ad una fonte dell’Amministrazione Usa alla Reuters, l’incontro fra Vladimir Putin e Volodymir Zelensky potrebbe avvenire in Ungheria. Il governo dell’Ungheria, Paese che fa parte dell’Unione europea, mantiene stretti rapporti con la Russia e la sua scelta sarebbe un ulteriore schiaffo in faccia a Bruxelles, che nella partita conta come un pallone gonfiato di chiacchiere.
Ha ragione Dario Fabbri (Domino 7/2025) quando scrive delle “cancellerie europee, abituate all’ideologia, mai alla realtà, a disagio nel decrittare le manovre altrui”.
Poveretti: confusi, ciarlieri, inconsistenti.
In Ungheria Putin non rischierebbe di essere arrestato in base a una delle trovate europee che dimostrano l’insipienza di istituzioni che si sovrappongono agli Stati e alla diplomazia solo per far danno, in base alla logica, imposta da trent’anni dalle élite neocon che la magistratura deve sostituire la democrazia.
L’Ungheria ha infatti firmato e ratificato lo Statuto di Roma, il trattato che istituisce la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia. La firma è avvenuta il 28 dicembre 1998, e la ratifica il 6 dicembre 2001. L’Ungheria è quindi stata a lungo uno Stato parte della CPI, con obblighi giuridici di cooperazione, come previsto dall’articolo 127 dello Statuto di Roma. Tuttavia, è importante notare che nel 2025 l’Ungheria ha deciso di ritirarsi dalla CPI. Il 3 aprile 2025, il governo ungherese, guidato da Viktor Orbán, ha annunciato l’intenzione di uscire dallo Statuto di Roma, motivando la decisione con l’accusa che la Corte si fosse trasformata in un “tribunale politico”, in particolare a seguito del mandato di arresto emesso contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per crimini di guerra. Il 29 aprile 2025, il Parlamento ungherese ha votato a favore del ritiro, come riportato da diverse fonti. Secondo l’articolo 127 dello Statuto di Roma, il recesso diventa effettivo un anno dopo la notifica formale, quindi l’Ungheria dovrebbe rimanere formalmente vincolata fino al 2026, salvo ulteriori sviluppi. Comunque sia, l’Ungheria non ha mai pienamente integrato lo Statuto di Roma nel suo diritto interno, il che ha limitato l’applicazione pratica dei mandati della CPI nel paese, come evidenziato dal ministro Gergely Gulyás durante la visita di Netanyahu nel 2025.
La sede ungherese per il bilaterale e il trilaterale sarebbe una perfetta messa a cuccia dell’invadenza delle magistrature negli affari di Stato.
Come al solito, Emmanuel Macron deve dire la sua per dimostrare di esistere.
Secondo il presidente francese, l’incontro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin dovrebbe svolgersi in Europa, indicando Ginevra come sede auspicata per il colloquio. “Più che un’ipotesi, è addirittura la volontà collettiva” ha dichiarato Macron in un’intervista trasmessa sull’emittente LCI, quando gli è stato chiesto se l’incontro annunciato tra Donald Trump e diversi leader europei dovrebbe svolgersi in Europa. “Sarà in un Paese neutrale, e quindi forse la Svizzera, chiedo Ginevra, o un altro Paese. L’ultima volta che ci sono stati colloqui bilaterali, è stato a Istanbul”.
L’inquilino dell’Eliseo o è a corto di memoria, oppure intende considerare inutile la Corte Penale Internazionale dell’Aia, dal momento che la Svizzera ha firmato e ratificato lo Statuto di Roma, il trattato che istituisce la Corte Penale Internazionale (CPI) con sede all’Aia. La firma è avvenuta il 18 ottobre 1998, e la ratifica è stata completata il 12 ottobre 2001. La Svizzera è quindi uno Stato parte della CPI e sostiene attivamente il suo funzionamento.
Quando Putin arriverà a Ginevra vedrà i gendarmi elvetici arrestarlo? Oppure ci penseranno i Paesi europei che intercetteranno il volo presidenziale e lo costringeranno ad atterrare per eseguire l’arresto in base alle decisioni della Corte Penale Internazionale?
Troppo semplice. Ecco la soluzione uscire dai buchi dell’Emmental. Il ministro degli Esteri svizzero Ignazio Cassis ha affermato che la Svizzera offrirà “l’immunità” al presidente russo Vladimir Putin, nonostante la sua incriminazione dinanzi alla Corte penale internazionale, a condizione che venga “per una conferenza di pace”.
E che vuoi che vada a fare in Svizzera Putin? A comperare un orologio a cucù, un pacco di cioccolato, una riserva di Emmental? Se arrivasse a Ginevra ovviamente lo farebbe per incontrare Zelensky e Trump.
E si fiderebbe Putin di chi fa dichiarazioni del genere? Parole che sono davvero Cassis.
Peccato che alla conferenza con Cassis ci fosse anche Antonio Tajani.
Se garantisci l’immunità vuol dire che mandi a quel paese la famosa Corte Penale Internazionale. Se ne rendono conto? Se sì, perché non chiuderla?
Il dramma è che questi europei sedicenti leader chiacchierano e non hanno più la minima idea delle conseguenze di quello che dicono.
Siamo alla farsa.
Gli europei non si capisce più se ci sono o se ci fanno, perché sembrano suonati come il tamburo della Banda d’Affori.
La frase: “La banda d’Affori cinquecentocinquanta pifferi” si riferisce alla canzone popolare “Il tamburo della banda d’Affori”, scritta da Panzeri e Restelli nel 1943. Il testo, in particolare il verso “L’è el tamburo principal de la banda d’Affori che el comanda cinquecentocinquanta pifferi”, alludeva ironicamente al numero dei membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, all’epoca 550, e al Duce, indicato come il tamburo principale che impartiva ordini.
Mutatis mutandis, la canzone popolare è applicabile alle élite europee.
Nel frattempo, incurante dei problemi europei, Donald Trump ha detto che “i preparativi sono in corso”, riferendosi al summit fra i due leader. Un incontro storico durante il quale – ha ammesso Zelensky – si affronterà la questione dei territori, tema che non è stato affrontato nella lunga giornata di incontri alla Casa Bianca, in quanto l’attenzione dei partecipanti è stata concentrata sulle garanzie di sicurezza.
“Abbiamo discusso delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, garanzie che saranno fornite da vari paesi europei, in coordinamento gli Stati Uniti”, ha spiegato Trump senza entrare nel dettaglio. “Stiamo valutando garanzie stile-articolo 5 della Nato”, ha messo in evidenza il segretario generale Mark Rutte in un’intervista a Fox, precisando che non si è parlato dell’eventuale dispiegamento di truppe americane. “Lavoreremo – ha aggiunto Rutte – nei prossimi giorni, abbiamo bisogno di discutere più dettagli”.
“Gli occidentali formalizzeranno le garanzie di sicurezza per l’Ucraina entro 10 giorni”, ha annunciato Zelensky, lasciando intendere che le trattative continueranno serrate.
I leader europei, incluso il presidente ucraino, hanno parlato di un incontro buono e costruttivo alla Casa Bianca con Trump. I colloqui sono stati “intensi”, ha messo in evidenza il cancelliere tedesco Friedrich Merz precisando che non possono essere imposte concessioni territoriali a Kiev. Merz ha comunque espresso apprezzamento per l’impegno americano a offrire garanzie di sicurezza.
Parlando di “progressi”, il presidente francese Emmanuel Macron, in veste di iettatore, si è detto comunque cauto: “Dubito che Putin voglia la pace”, ha detto chiedendo “un aumento delle sanzioni” contro la Russia se i negoziati falliranno.
IETTATORE
Nel frattempo si vanno precisando le linee di intervento del gruppo di consiglieri per la sicurezza nazionale e dei funzionari della Nato per sviluppare garanzie di sicurezza per l’Ucraina, che sarà coordinato dal segretario di stato americano Marco Rubio. Lo hanno concordato – come riporta il Wall Street Journal, citando alcune fonti – il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e i leader europei.
Le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, includeranno quattro componenti: presenza militare, difesa aerea, armi e monitoraggio della cessazione delle ostilità.
Zelensky, parlando ai giornalisti alla Casa Bianca, ha affermato che il suo Paese si è offerto di acquistare armi statunitensi per un valore di 90 miliardi di dollari.
L’annuncio arriva mentre i Paesi europei hanno recentemente confermato che investiranno miliardi di dollari per acquistare armi dalle aziende statunitensi per sostenere l’Ucraina, compresi i sistemi Patriot.
Il triobusiness è fatto: Usa produce, Ucraina compra, europei pagano.
E la Kallas? Canta. Il capo, si fa per dire, della politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, ha dichiarato ieri che l’UE continuerà a prendere di mira l’economia di guerra della Russia e che il prossimo pacchetto di sanzioni contro Mosca dovrebbe essere pronto entro il mese prossimo.
Kallas ha affermato che “l’unità tra i leader dell’UE nel vertice virtuale di oggi (ieri per chi legge) era palpabile” e che aveva posto i temi della sicurezza dell’Ucraina e delle sanzioni alla Russia in cima all’agenda dei colloqui della prossima settimana tra i ministri degli Esteri e della Difesa dell’UE. Putin – ha cantato la Kallas- non è affidabile nel rispettare alcuna promessa o impegno. Pertanto, le garanzie di sicurezza devono essere sufficientemente forti e credibili da dissuadere la Russia dal riorganizzarsi e attaccare nuovamente”.
Vaglielo a dire che nessuno l’ascolta. E se poi entra in depressione?





