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PUBBLICO QUINDI SONO, MA STAVOLTA CARTESIO NON SAREBBE D’ACCORDO

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di Marco Pugliese

Pubblico quindi sono: ricerche senza reale peso, male accademico e non…

Come giornalista scientifico leggo un sacco di pubblicazioni, vivo un’epoca in cui la produzione scientifica ha raggiunto numeri impressionanti: ogni giorno vengono pubblicati oltre 10.000 articoli scientifici. Un flusso continuo di nuove ricerche, analisi, dati. Eppure, sempre più spesso emerge una domanda scomoda: tutto questo sapere… ha davvero senso? O stiamo pubblicando tanto, ma scoprendo poco?

Il problema non è la quantità, è il vuoto.

Nel mondo accademico domina il principio del publish or perish. Non pubblichi? Sei fuori. Ma pubblicare è diventato, per molti, un fine in sé. Il risultato è una valanga di articoli che:
• confermano l’ovvio (es. “gli studenti dormono meno in periodo d’esami”);
• riciclano dati già noti;
• si basano su campioni troppo piccoli per trarre conclusioni solide;
• o, peggio, sono generati da intelligenze artificiali con dati falsi.

Tutto questo fa curriculum. Ma non fa conoscenza.

Alcuni casi reali (che fanno riflettere).

Uno studio del 2023 ha rilevato che il 30% degli articoli in neuroscienze non ha una base statistica adeguata.
Un’indagine del Center for Open Science ha tentato di replicare 100 studi psicologici: solo il 36% ha dato gli stessi risultati.
Nel 2022, una rivista scientifica ha ritrattato 20 articoli: erano stati interamente scritti da un bot IA, con esperimenti mai avvenuti.

Eppure, tutti questi articoli erano passati per la peer review. Alcuni erano stati anche citati. E questo ci dice molto sullo stato del sistema.

Il sistema delle metriche ha perso la bussola.

Impact factor, h-index, numero di pubblicazioni, citazioni… Oggi il valore di un ricercatore viene spesso misurato in base a indicatori quantitativi, facili da contare ma poveri di significato.

Il rischio? Che l’obiettivo diventi “essere citati”, invece di “essere utili”. Che la scienza si trasformi in una gara di numeri, invece che in un cammino collettivo verso la verità.  E allora, che si fa?

Non è una crisi d’incompetenza. È una crisi sistemica. E può essere affrontata.

Ecco alcune proposte per invertire la rotta:
• premiare la qualità sulla quantità, anche nelle carriere e nei finanziamenti;
• valutare la replicabilità, l’impatto sociale e la trasparenza dei dati, non solo le metriche;
• rendere il peer review più serio, selettivo e – perché no – anche compensato;
• contrastare le riviste predatorie che accettano tutto, purché si paghi.

Su LinkedIn e sui social  parliamo ogni giorno di AI, transizione digitale, sostenibilità. Ma quanto regge tutto questo se la base scientifica è debole, autoreferenziale o manipolata?

La ricerca è la radice del progresso. Ma se quella radice si svuota di senso, anche l’innovazione diventa solo una parola da convegno.

Forse non è questione di pubblicare meno. Ma sicuramente è ora di pubblicare meglio.

Perché la scienza è uno strumento straordinario. Ma solo quando è al servizio della realtà, non dell’ego.

Autore

  • Redazione

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