Home Opinioni POLITICI O POLITICANTI DI STATO? SERVITORI DI STATO O BUROCRATI?

POLITICI O POLITICANTI DI STATO? SERVITORI DI STATO O BUROCRATI?

0

di Gianvito Caldararo

Ritorna sempre nelle discussioni politiche se siamo di fronte ad autentici politici oppure davanti a dei politicanti. Se siamo di fronte a coloro che hanno forte o meno il senso dello Stato. Quel senso dello Stato, sempre più difficile da definire e che in ultima analisi sta a significare avere attenzione all’interesse generale della collettività e non ad un interesse privato. Cosa significa avere senso dello Stato? La domanda posta sulla classe politica, dovrebbe intendersi farsi carico dei problemi della comunità.
A volte, però, come sottolineava lo storico Piero Melograni, anche una battuta può contenere una certa dose di verità. Ce ne è una che contiene la differenza esistente tra l’uomo di Stato e l’uomo politico. Il riferimento è alla nota frase detta da Alcide De Gasperi: “L’uomo politico è colui che pensa alle prossime elezioni, l’uomo di Stato è colui che pensa alle prossime generazioni”. E dal momento che la democrazia è sostenuta dalle elezioni, ci si può chiedere se questa democrazia non spinga alla degenerazione del senso dello Stato. E’ pur vero che in una democrazia tutti i politici debbono pensare alle prossime elezioni, infatti non tutti sono dei politicanti miopi e privi di adeguata preparazione e formazione, anche se costituiscono delle eccezioni, vi sono quelli che hanno forte il senso dello Stato.
Ma il sistema politico è andato sempre più degenerandosi anche per colpa di un sistema elettorale profondamente sbagliato e assurdo. Oggi, non siamo più di fronte a degli “eletti”, ma annoveriamo, purtroppo, solo dei “nominati”, che non avendo più rapporti con il territorio e gli elettori, hanno causato una profonda frattura della politica con i cittadini, i quali sempre di più disertano le urne.
D’altra parte, come ricordava lo storico Melograni, “si potrebbe sostenere che un sistema privo di elezioni favorirebbe il proliferare di uomini di Stato”. Lo storico Melograni, aveva seri dubbi in ordine a tale considerazione. E a sostegno dei suoi “seri dubbi” citava come esempio il regime di Mussolini, che privo di appelli elettorali periodici, la tendenza a diventare “uomini di Stato” non era poi così sviluppata.
In effetti, tutti i sistemi politici , perfino quello staliniano, hanno dovuto pur sempre reggersi sul consenso. Senza un consenso, sia pur effimero, nessun dittatore può durare a lungo. Il senso dello Stato deve appartenere ed essere posseduto anche dal burocrate, cioè dal servitore dello Stato. Il vero servitore è quello che ha il massimo rispetto verso la politica, esaltato dall’orgoglio della propria autonomia.
Politici e alti dirigenti lavorano assieme, ma hanno responsabilità che non dovrebbero mai incrociarsi o combinarsi. Niente intese, aiuti reciproci, promesse, la carriera domani per un favore oggi. Il vero servitore deve avere una preparazione straordinaria, sublime, vasta, da impiegare e spendere per la collettività e non per un interesse privato, di gruppo o peggio di clan. Non a caso la nostra Costituzione stabilisce che la Pubblica amministrazione deve assicurare “il buon andamento e l’imparzialità”.
E a proposito di riforma del sistema burocratico, lo storico Melograni, citava il caso di Mussolini, il quale un giorno decide di modificare la organizzazione del sistema burocratico pubblico, dato che quello in essere era poco efficiente e poco adatto ad un Paese che volesse competere con i paesi più sviluppati. Mussolini diede incarico ad una commissione di esperti di studiare una riforma della Pubblica Amministrazione.
Questi esperti, tra i quali c’era l’ex ministro Alberto De Stefani, prepara un progetto di riforma e lo portarono a Mussolini. Il duce lo lesse e disse che non se ne sarebbe fatto nulla perché un riordino della Pubblica amministrazione avrebbe creato una ribellione tra gli impiegati dello Stato tale da travolgere anche un regime dittatoriale.
De Stefani narrò l’intera vicenda in un libro che si intitolò “Una riforma al rogo”, proprio perché andarono al rogo, per volontà del duce, tutte le copie del progetto di riforma. Si salvarono solo una o due copie che permisero a De Stefani di pubblicare il libro dopo la caduta del regime.
Ciò sta a dimostrare che certe riforme diventano impossibile quando quel “senso dello Stato” si è trasformato in un vero e proprio potere, cioè in una vera e propria “casta”, che reagisce aspramente ad ogni tentativo di riforma che compromette, riduce o cancella privilegi, vizi, inefficienze e poteri consolidati. E quando certe riforme passano, corrono il rischio di essere sabotate.
Per tali ragioni, vi sono Paesi che adottano lo “Spoil System” e altri che si affidano al “merit system”. Il primo è un modello fiduciario di nomina dei dirigenti pubblici da parte del vertice politico. Il modello del “merit system”, invece, è un modello neutrale in cui i dirigenti sono selezionati e reclutati mediante concorso pubblico.
In questi ultimi anni, però, ha preso piede un sistema misto, cioè l’apparato burocratico è reclutato mediante concorso pubblico, mentre alcune particolari figure apicali della Pubblica amministrazione, quali segretari generali e direttori generali dei ministeri, sono designati mediante lo “Spoil system”. La verità è che la politica è sempre più subalterna e la causa principale è da individuare in una mancata selezione della classe dirigente, che prima avveniva mediante l’attività formativa dei partiti.
Tutti ricorderanno le famose scuole dei principali partiti della Prima Repubblica, che erano le seguenti: “La Camilluccia” scuola di formazione della Democrazia Cristiana; “Le Frattocchie”, noto come Istituto di studi del PCI – Partito Comunista Italiano – ed infine il “Centro di Mondoperaio”, la rivista fondata da Pietro Nenni, riguardante il PSI – Partito Socialista Italiano.
Spariti i partiti e le loro scuole, la classe dirigente è fatta in prevalenza di “improvvisati” e di “scappati di casa”, cioè di persone senza arte e ne parte, che ricoprono incarichi prestigiosi senza avere una adeguata preparazione.
Il caso più clamoroso è quello di Di Maio, che dal nulla ricopre il ruolo di ministro degli esteri, un ministero ricoperto in passato da personalità come Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Carlo Sforza, Gaetano Martino, Giuseppe Medici, Aldo Moro,
Giulio Andreotti, Emilio Colombo, Gianni De Michelis, solo per citarne alcuni.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui