
di Antonio Foccillo
Ricordando la storia sappiamo che il capitalismo ha sempre avuto una relazione difficile con la democrazia.
Dal secondo decennio del XX secolo la Rivoluzione Russa e la crisi del ’29 spinsero le borghesie europee e nordamericane a stabilire un accordo sociale basato sull’ordine capitalistico con uno scambio rappresentato dal Welfare. Questo compromesso tra capitalismo e democrazia non è durato per sempre.
È entrato in crisi quando le conquiste sindacali nei paesi avanzati e il raggiungimento dell’indipendenza dei paesi del Terzo Mondo hanno ridotto il margine di profitto del capitale a causa dell’aumentare dei salari e anche dei prezzi delle materie prime.
Fatto che la Commissione Trilaterale definirà come “la crisi della democrazia” e che i mass media la spiegarono come una crisi di “governabilità”.
La soluzione a questa crisi è stata la controrivoluzione liberale con i suoi Pinochet, Reagan, Thatcher, eccetera.
I suoi strumenti sono stati la deregolamentazione finanziaria, il monetarismo, la sostituzione del contratto di lavoro e della contrattazione collettiva con il contratto non più a tempo indeterminato, la contrattazione individuale e la liquidazione progressiva dei diritti sociali.
Nel regime neoliberista che si è instaurato si sono mantenute le forme democratiche, ma la democrazia ha perso una parte dei suoi contenuti una volta introdotta la dottrina di Margaret Thatcher “TINA” (There Is No Alternative – Non c’è alternativa), visto che sono state praticamente abolite le politiche socialdemocratiche.
Successivamente anche il margine di trattativa dei diritti e degli interessi delle categorie sociali si è esaurito quasi completamente, quando il capitale finanziario è diventato un creditore esigente degli Stati che si sono indebitati per salvare le banche sconvolte dalla crisi dei subprime.
Risulta quindi evidente che essendo prioritario per gli Stati il pagamento del debito e il mantenimento della credibilità davanti ai mercati, i politici non possono più fingere di agire nell’ “interesse generale” e si rivelano essere ormai solo nelle mani del capitale finanziario.
Se allarghiamo un po’ il nostro orizzonte si può facilmente vedere che nel corso dei degli ultimi decenni, nella grande maggioranza dei paesi Ocse, i redditi di poche famiglie sono cresciuti rispetto a quelli delle famiglie povere, portando ad ampliare la disuguaglianza.
Gli incrementi di disuguaglianza del reddito familiare sono stati in gran parte determinati dai cambiamenti nella distribuzione dei salari che rappresentano circa il 75% del reddito familiare di adulti in età lavorativa.
La famiglia, in questo frangente, è stata l’unico e più efficace ammortizzatore sociale, anche se questo compito solidaristico è stato coattivamente ridotto dalle ultime manovre di tagli, operate dai Governi, sulla base delle direttive Ue che hanno continuato nell’opera di restrizione e di austerity.
L’effetto è che, nel contesto della crisi, è stata solo la finanza a crescere.
Di fronte a questo scenario, bisognerebbe sostituire le politiche neo liberiste e dell’austerity che hanno colpito direttamente i salariati, i ceti medi ed i più poveri con tagli degli stipendi, riduzione delle prestazioni sociali, allungamento dell’età legale per la pensione che di conseguenza significa concretamente diminuirne il suo ammontare.
In questi anni in Italia, questa politica ha fatto perdere la proprietà di moltissime aziende anche strategiche, che sono finite in mano ai capitali stranieri, e così facendo hanno privato il nostro Paese delle proprie ricchezze.
Sulla base anche dell’emergenza economica in Italia, si è riversato sui cittadini una bordata di tasse che ha prodotto un aumento esponenziale delle stesse, anche per l’aggiunta a quelle nazionali di quelle locali.
Inoltre, il nostro Paese ha dovuto fronteggiare la spesa per interessi più alta in Europa, nonostante il saldo primario dell’Italia continui ad essere sempre tra i più alti.
Per “entrare” e restare nell’Europa economica e monetaria il prezzo pagato è stato comunque troppo alto: aumento dei ritmi di lavoro, tagli ai salari reali, disoccupazione, lavoro precario, sottopagato, senza diritti, tagli allo stato sociale, aumento della povertà, emarginazione e peggioramento delle condizioni di vita.
La crescita economica, secondo i sostenitori dell’austerità, sarebbe stata trainata da politiche favorevoli alla ‘libertà d’impresa’, cioè politiche che annullano i vincoli relativi ai diritti dei lavoratori, alla tutela dell’ambiente, agli oneri burocratici, alla tassazione.
Le politiche di austerità, invece, sono, al tempo stesso, dannose e producono impoverimento dell’intero sistema. Sono dannose, in primo luogo, perché la contrazione della spesa pubblica, riducendo la domanda aggregata, riduce l’occupazione; e, a sua volta, la riduzione dell’occupazione, in quanto riduce il potere contrattuale dei lavoratori, riduce i salari e, dunque, i consumi.
In secondo luogo, in assenza di iniezioni esterne di liquidità, politiche di bassi salari e alta disoccupazione su scala globale restringono i mercati di sbocco per la produzione, riducendo – per le imprese nel loro complesso – i margini di profitto e gli investimenti. Quindi le politiche di ‘austerità’ accentuano la crisi perché contribuiscono ad accelerare la caduta della domanda aggregata.
Se si vuole uscire da questa situazione in cui aumenta la povertà, occorrono nuove forme di politica democratica che riscrivano le regole per combattere la bibbia del neo liberismo e della politica monetarista.
Bisogna, quindi, invertire le scelte di politica economica puntando sulla crescita e sullo sviluppo.
È, questo, l’unico modo per rilanciare l’economia e abbattere il debito.
Inoltre non si può pensare che il Paese, dividendosi con l’autonomia differenziata, esca dal limbo. Si esce tutti insieme e il Mezzogiorno, non può essere considerato solo un simulacro di assistenzialismo.
Ha grosse potenzialità, eccellenze produttive e chiede lavoro e investimenti nelle infrastrutture materiali e immateriali, per poter competere e per avere pari opportunità. Se lo si fa, può essere un’opportunità importante per questo cambio di scenario economico.
Allora per ritrovare un forte ottimismo sul futuro bisogna lavorare tutti insieme, come si fece durante la concertazione e la politica dei redditi, con una nuova progettualità di politica industriale; del terziario; di potenziamento del territorio; di investimenti nelle opere pubbliche e nelle infrastrutture materiali e immateriali; di rilancio del welfare.
Non è impossibile, c’è la possiamo fare, recuperando quelle strategie e quelle politiche che in passato hanno già dato i loro frutti e hanno permesso una eccezionale crescita delle economie occidentali e del nostro Paese.
Per farlo deve ritornare la Politica con la P maiuscola, si deve creare una nuova classe dirigente, ed una nuova partecipazione democratica. Nel Paese si sono intelligenze, capacità, conoscenze, professionalità, anche nella politica, vanno solo stimolate e fatte impegnare, abbattendo apatia e disinteresse.





