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PERCHÉ È NECESSARIO PARLARE CON LA RUSSIA

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Winston Churchill diceva che la “Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”.

Parto da questa considerazione dell’illustre statista inglese per svolgere alcune considerazioni sollecitate dall’articolo di Paolo Raffone, pubblicato ieri sul Nuovo Giornale Nazionale.

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/13196-il-piano-mattei-e-la-realta-dellafrica.html

Raffone svolge un’accurata disamina della situazione africana e conclude, riguardo al Piano Mattei, che dovrebbe trasformarsi in un grande progetto finanziato dai fondi europei dal titolo esplicito: “UE, Africa, India e Cina: verso un dialogo e una cooperazione quadrilaterale”.

Conclude Raffone che se gli Usa non saranno d’accordo se ne faranno una ragione.

Nel progetto di Raffone mi permetto di evidenziare alcuni punti deboli che ne mettono in discussione l’intero impianto.

Il primo punto debole è l’Unione Europea, soggetto inesistente, di fatto oggi mercato della Nato, megafono di idiozie green e climatiche, geopoliticamente succube in toto dell’Alleanza Atlantica, ossia degli Usa.

Il quadrilatero di Paolo Raffone si riduce a un triangolo dove sappiamo chi sono la Cina e l’India e molto meno cosa sia l’Africa.

L’altro punto di estrema debolezza è l’assenza della Russia, la quale ha importanti rapporti con molti Paesi dell’Africa e con la quale, ecco il punto, prima o poi, più prima che poi, si dovrà tornare a parlare.

Absit iniuria verbis alle sensibilità mainstream, ma si dovrà pur prendere atto che il capo della Cia Williams Burns incontra fin da metà novembre l’omologo russo SergeJ Nariskin e che due studi della Rand Corporation, come riferisce Virgilio Ilari (storico militare, Domino 7/2023) “si spingono fino a immaginare la cooperazione russo-americana nel dopoguerra”.

Si dovrà pur prendere atto dei colloqui di una diplomazia parallela e, aspetto significativo di come ciò che appare non è, del fatto che l’attacco ad una petroliera russa e l’annuncio che i porti russi del Mar Nero sono obiettivi bellici fa del male a Biden, il quale si lamenta (alla faccia delle sanzioni) perché inibire le esportazioni russe fa aumentare il prezzo della benzina alla pompa e crea problemi per la sua campagna elettorale.

Affondi una nave russa e colpisci Biden.

Forse c’è qualcosa che non va nella mente di Zelensky e dei suoi suggeritori.

“Gli oltre sei mesi di stallo con le operazioni concentrate a Bakhmut hanno fatto emergere – scrive Ilari – la profonda divergenza di interessi e obiettivi tra Kiev (appoggiata dal Blocco del Nord. Gran Bretagna, Canada, Polonia, baltici e scandinavi) e Washington (peraltro con posizioni non unanimi e oscillanti e senza potersi avvalere del sostegno in pectore dei vecchi alleati continentali, costretti a nuovi e umilianti abiure della passata politica di interdipendenza pacifica con la Russia)”.

Se Usa e Russia si parlano, per quale motivo non dovremmo parlare anche noi?

In questo quadro risultano quanto meno sghembi i colloqui sull’Ucraina, in corso a Gedda, senza la Russia, i quali, secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, che ha rappresentato la parte ucraina al summit, rappresentano “un passo avanti” verso l’attuazione concreta delle iniziative per la pace proposte da Kiev.

Yermak ha definito “molto produttivi” i colloqui sui principi fondamentali che devono stare alla base “della costruzione di una pace giusta e duratura. Tutti hanno mostrato il loro impegno verso la Carta delle Nazioni Unite, verso il rispetto del diritto internazionale e dell’inviolabilità dell’integrità territoriale”.

Tradotto nella realtà, a Gedda si è fatta accademia.

A dimostrare che a Gedda si è fatta accademia c’è la posizione del portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, il quale ha ribadito che “non ci sono motivi al momento per concludere un accordo con l’Ucraina che ponga fine al conflitto. “Continueremo – ha detto Peskov – l’operazione speciale nel prossimo futuro”.

In precedenza il Cremlino aveva fatto sapere che non ci sono prerequisiti per il passaggio della situazione in Ucraina a un corso pacifico e che la priorità assoluta per la Russia è raggiungere gli obiettivi dell’operazione speciale. La Russia, ha continuato il portavoce del Cremlino, vuole controllare solo quei territori che sono russi in base alla sua Costituzione: “Ciò significa il pieno controllo di tutto il territorio che ora abbiamo definito nella nostra Costituzione come nostro”.

Le posizioni sono chiare: Kiev vuole indietro Donbas e Crimea, mentre la Russia le vuole tenere per sé, anche se dice agli Usa che non ha alcuna intenzione di andare oltre Crimea e Donbas.

La risposta alle due inconciliabili posizioni è nella vittoria, assai improbabile, di Kiev sul campo, in una situazione dove la Russia è attestata in difesa dei territori conquistati, mentre Kiev li deve riconquistare. Dato l’andamento della cosiddetta controffensiva è assai improbabile che si vada oltre una continuo logoramento di uomini e mezzi su un fronte sostanzialmente fermo.

Veniamo all’Africa.

Un intervento della Nigeria alla testa di Ecowas aprirebbe un conflitto devastante nel Sahel, atteso che Mali e Burkina Faso hanno già fatto sapere che si schiererebbero con il Niger e, soprattutto, che la coalizione ha dietro di sé la Wagner.

Qui va ricordata l’iniziale affermazione di Churchill.

Wagner e Russia fino a che punto sono, nei fatti, la stessa realtà e fino a che punto non lo sono?

Rimane il fatto che Wagner non è un insieme di mercenari, ma una macchina complessa, capace di attuare le “Misure attive” che i sovietici elaborarono all’inizio del secolo scorso e di condurre una guerra ibrida.

“Si va – scrive l’africanista Matteo Giusti – Domino 7/2023 a proposito di Wagner – dalla presenza militare, geopolitica ed economica con migliaia di uomini a un semplice ufficio di rappresentanza, comunque pronto a fare affari e a far confluire uomini e mezzi in quantità. […]. Bisogna tenere a mente che Evgenjj Progozin, prima di creare una compagnia di mercenari, si era specializzato nella guerra della fake news e dei troll, nati per influenzare i processi elettorali”.

Wagner si fa pagare in oro, che trasferisce nei caveau delle banche emiratine, creando una riserva aurea che potrebbe usare in proprio o mettere a disposizione della Madre Patria. Elemento da tenere in considerazione in epoca di Brics e di dedollarizzazione.

L’Occidente in Africa è mal visto da una popolazione che ha un’età media di 20 enni e che assiste alla finanziarizzazione dell’economia (neo colonialismo) che impedisce il sorgere di un’industria di trasformazione.

Il cancro finanziario corrode i rapporti con gli africani e favorisce le politiche della Russia, della Cina e dell’India.

Veniamo al punto.

E’ pensabile che gli Usa intendano insabbiarsi in una guerra nel Sahel, ancora una volta per procura contro la Russia, mentre tentano di sganciarsi da quella attizzata in Ucraina?

Ecco che, ancora una volta, è necessario parlare con la Russia.

Parlare con la Russia significa aderire alla linea politica di Kissinger del multipolarismo, in parte attuata da Trump, e sconfessare quella del Clan Clinton e dei Rino (repubblicans in name only).

All’ordine del giorno la questione è questa e un Piano Mattei potrebbe avere fortuna in un mondo multipolare dove ognuno, concordate le regole, gioca con le carte che ha e secondo il proprio ruolo.

Oggi, attesa l’inesistenza dell’UE e il fatto che l’Italia è incardinata nella Nato, grandi spazi di manovra non ci sono.

Ci sono, però, spazi tattici da occupare con attenzione e pazienza, senza farci mettere nella contesa saheliana. Ci pensi la Francia, se ne è capace.

Gli spazi tattici riguardano i Paesi costieri: Tunisia, Algeria, Marocco, Libia, Egitto e i Paesi del Corno d’Africa: Somalia, Etiopia, Eritrea.

L’Egitto, in questo spazio tattico, è elemento decisivo.

Per ora lo spartito è questo, ma anche per la tattica, soprattutto nel Mediterraneo, è necessario parlare con la Russia, presente in Tunisia, Egitto, Algeria, Libia.

Per la strategia è necessario un mondo multipolare, ma perché ci sia devono cambiare molte cose negli Usa e in Europa.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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