Il timore di un riequilibrio di potere tra la magistratura e il potere esecutivo
La verità è che la magistratura – o meglio quel gruppo di potere che i padri costituenti di certo non immaginavano – ha sempre voluto che il potere politico fosse debole.
Si è sempre opposta a qualsiasi riforma costituzionale che ristabilisse il primato della politica.
Nel 1993 il Parlamento si apprestava a votare la riforma della Bicamerale.
In una vecchia intervista al Corriere della Sera, Ciriaco De Mita raccontò che quella stagione riformatrice fallì per una ragione semplice: “Ricordo che a un certo punto, quando eravamo al nodo giudiziario, arrivò un telegramma dalla Procura di Milano: era una diffida a proseguire”.
Stessa storia nel 1998, questa volta con un governo di centrosinistra.
A raccontarla è Marco Boato: “Nel gennaio del 1998, mentre si cominciava a discutere in Aula della riforma costituzionale e mentre da parte di Md giungevano critiche durissime, l’Anm organizzò un convegno contro le riforme costituzionali al Palazzaccio. La magistrata Elena Paciotti pronunciò una relazione violentissima contro la riforma, e Scalfaro intervenne dicendo di condividerla parola per parola”.
La storia si è ripetuta anche con Renzi, con Scarpinato nel ruolo di portavoce principale, che rispolverò – come accade oggi – la delirante tesi degli antichi gruppi eversivi contro la Costituzione e via discorrendo.
Oggi quella storia si ripete di nuovo, con una potenza di fuoco senza precedenti.
E il vero motivo – non le sciocchezze a cui purtroppo tutti abboccano, intellettuali e volti noti dello spettacolo compresi – è esattamente questo: la preoccupazione che un sistema istituzionale capace di rimettere al centro il primato della politica possa aprire la strada a un riequilibrio di potere tra la magistratura e il potere esecutivo.





