
di RAFFAELE ROMANO
Come ogni anno per Falcone, Piazza della Loggia, Piazza Fontana e quant’altro la sedicente classe politica nostrana di quest’ultimo tragico trentennio, accompagnata dalle fanfare delle Tv radio e giornali nessuno escluso, si sbizzarrisce nell’enfasi delle frasi fatte per rendere omaggio quest’anno in modo speciale a Giacomo Matteotti. In questo guazzabuglio mal recitato e nel goffo tentativo di appropriarsene per usarlo come loro icona hanno aperto una vera e propria gara. Una vera ed inaccettabile vergogna in cui una ben precisa “Narrazione” ha sostituito la vera “Storia” di Matteotti. Partiamo storicamente da un dato ben preciso: Giacomo non fu solo il grande oratore dell’ultimo suo discorso contro il fascismo, anche se fu un gran bel discorso ma ridurlo, come è stato fatto solo a quello, è cosa negativa e significa falsare la realtà. Oltre al bel discorso va ricordato e sottolineato che si scagliò contro Arnaldo Mussolini, fratello di Benito, accusato di essere il terminale delle esclusive concessioni petrolifere della Sinclair Oil americana del settore e contro Benito a cui lanciò e dimostrò l’accusa di falso in bilancio: un bilancio dello Stato dichiarato in pareggio quando il buco era di oltre due miliardi di lire dell’epoca ecc.
Una prima verità storica che questo centenario avrebbe dovuto sottolineare è proprio la solitudine in cui anche gli stessi compagni di partito lo lasciarono abbandonandolo al suo destino. Una seconda, invece, riguarda l’espulsione, a pochi giorni dalla marcia su Roma, di Matteotti assieme a Turati, Treves, D’Aragona e Modigliani, da parte dell’ultra massimalista Giacinto Menotti Serrati, perché Giacomo era favorevole a un governo coi popolari e i liberali democratici che sbarrasse la strada al fascismo. Una terza e scomodissima verità storica furono i solidi legami del governo di Mosca con il governo di Roma dell’epoca che incisero sulla condotta dei comunisti italiani. La quarta verità storica, anch’essa appositamente nascosta, fu l’odio che i comunisti italiani scatenarono contro Matteotti, Sturzo e Turati, tutti e tre strumentalmente accusati di essere al traino del fascismo perché immaginavano delle irrealizzabili soluzioni parlamentari per defenestrare Mussolini. Quinta ed ultima verità storica fu l’invenzione, a lui rivolta, del termine social fascista coniata proprio in quei tragici giorni. Il tutto perché i neonati comunisti italiani fedeli al bolscevismo di Stalin considerarono il governo del Duce come l’ultimo stadio del governo della borghesia in Italia, fallito il quale ben presto sarebbe toccato a loro impossessarsene.
La perla finale dei comunisti contro Matteotti fu coniata, invece, da Gramsci allorchè in un articolo intitolato “il destino di Matteotti” pubblicato sul settimanale “Stato operaio” il 28 agosto in cui fu affondato politicamente con una frase ad effetto come il “pellegrino del nulla”. Il tutto perché nella visione riformista del Matteotti risuonava blasfema la sua visione politica: “Restiamo ognuno quel che siamo: voi siete comunisti per la dittatura e per il metodo della violenza delle minoranze: noi siamo socialisti e per il metodo democratico delle libere maggioranze. Non c’è quindi nulla di comune tra noi e voi”.
Un bel ricordo del martire, dell’eroe, senza riflettere su chi fu davvero, sull’uomo che si oppose ripetutamente al fascismo e che non credette nell’illusione della rivoluzione bolscevica è il dato caratterizzante di Matteotti. La cosa quasi irreale e comica, se non fosse divenuta tragica, è stata nel vedere oggi gli eredi politici di quelle due barbarie come il fascismo ed il comunismo celebrare il centenario dell’omicidio. Allo stesso tempo nel silenzio della casa madre socialista a cui apparteneva in quanto, insieme ai laici ed ai democristiani, espulsi dal proscenio nazionale da un trentennio. A nulla sono valsi gli sforzi della signora Schlein di vestire i panni del socialismo europeo in un perfido gioco delle parti per cui si “recita” il ruolo dei socialisti a Bruxelles ma si guarda bene dal rifare lo stesso verso in Italia. Non va dimenticato, altresì, che il Pd non perde occasione per chiedere abiure del fascismo agli avversari di oggi. Se a sua volta avesse fatto lo stesso esame di coscienza nel rinnegare quella scuola politica avrebbe compiuto un atto di onestà intellettuale ma, alla storia, a loro conviene la narrazione in cui hanno il ruolo principale.
E a 100 anni dal bosco della Quartarella, dove venne ritrovato il cadavere, all’aula di Montecitorio ieri Fontana, Meloni e La Russa lo hanno ricordato e, addirittura, celebrato.





