
“Caron, non ti crucciare:
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.
Nel terzo canto dell’Inferno, Virgilio si rivolge al traghettatore infernale Caronte.
Virgilio ripeterà l’identica espressione anche nel Canto V dell’Inferno, rivolgendosi a Minosse:
“Non impedir lo suo fatale andare:
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.
Nella Divina Commedia colà indica la dimora di Dio, il quale puote ciò che vuole.
In un delirio di onnipotenza a Milano c’è chi ha pensato di essere direttamente Dio e conseguentemente di poter fare quel che voleva.
Giancarlo Tancredi, ormai ex assessore della giunta meneghina, ha concesso alla giornalista Giovanna Boursier di La7, ben cinque mesi fa, un’intervista mai andata in onda, nella quale, parlando della legge del 1942 che impone la concessione edilizia e i piani attuativi, afferma: “Quella legge è disapplicata perché e del 1942”.
Se è del 1942 ha anche il difetto di essere “fassista” e quindi evaderla è un atto antifascista? Che facciamo? Cantiamo Bella ciao?
Per Tancredi le norme urbanistiche degli anni Quaranta e Sessanta sono vecchie e quindi si devono disapplicare.
Inutile entrare nei dettagli. Non sono particolarmente interessato alla vicenda giudiziaria in sé.
Vanno evidenziati, invece, due punti politici essenziali.
Il primo è che il centro sinistra a Milano, ossia quella ratatouille progressista che ancora tenta di farsi chiamare sinistra, se ne infischia delle leggi dello Stato, in una deriva sovversiva che evidenzia un retroterra tipico di certi ambienti per i quali la legge vale se va bene a loro e non vale se non va bene a loro.
Anzi, la legge sono loro. Loro sono Dio. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. Loro vogliono e possono. Loro vogliono che le case si possano occupare? Si può. Si può a tal punto che si manda in Parlamento chi teorizza l’occupazione abusiva.
E’ la logica dell’esproprio proletario degli anni Settanta del secolo scorso, con i gruppettari che si sono messi in giacca e cravatta, hanno cambiato l’abito, ma non hanno cambiato mentalità.
“Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia”, slogan dei gruppetti rivoluzionari degli anni ’70, è stato aggiornato, dopo che i gruppettari si sono infilati nelle file del progressismo. Tolto l’aggettivo borghese, perché i gruppettari sono rientrati nell’alveo dal quale sono usciti, ora lo slogan è: “Lo Stato si aggira e non si cambia”.
Le leggi dello Stato ci sono, ma se il Progressismo Divino (in sigla PD), ossia il pateracchio ulivista in azione da decenni, ritiene che le leggi non vadano bene si aggirano.
La logica di fondo è comunque eversiva. Lo Stato non va preso in considerazione come autorità. Il Parlamento vara le leggi a nome del popolo sovrano? E chi se ne importa. Le élite borghesi pitturate da progressismo se ne fanno un baffo.
Vuolsi così colà, dove colà sono i luoghi delle decisioni delle coalizioni progressiste. Al posto del Paradiso il Campo Largo, che a Milano è diventato il Campo dei Miracoli.
Alla giunta meneghina non vanno bene le leggi urbanistiche? Perfetto, si aggirano, si scavalcano, si ignorano.
“L’État, c’est moi”, frase celebre attribuita al Re Sole, Louis XIV, è il motto della logica urbanistica meneghina del centro sinistra.
Con un tempismo che la proietta nell’empireo dell’opportunità politica, la segretaria del Pd Elly Schlein, come riferisce Linkiesta.it “sale sulle barricate: linea dura, durissima contro «una destra che pensa di essere al di sopra della legge». La scia delle polemiche sulla separazione delle carriere dei magistrati arroventa il clima e ormai, tra Giorgia Meloni e Viktor Orbán, o Donald Trump, non c’è differenza, «vogliono riscrivere la Costituzione minandone gli equilibri fondamentali»”.
Ovviamente la battaglia della Schlein è a difesa della democrazia. Peccato che le regole democratiche siano state stracciate nel capoluogo lombardo che non è un paesetto qualsiasi, ma una delle capitali europee.
“Ai fianchi di Schlein – ci informa Linkiesta – picchiano e picchieranno Nicola Fratoianni a sinistra e Matteo Renzi a destra, e l’avvocato farà da contorno”.
Arrosto con patate. Si, arrosto, perché ormai i capponi meneghini, imitanti quelli del povero Renzo Tramaglino, non hanno altro destino che lo spiedo.
C’è chi chiede a gran voce una sanatoria, ma il Salva Milano si è arenato in Senato.
Come si fa a sanare una vicenda che è, per confessione pubblica, una decennale evasione della legge?
Chi la sana? Il Parlamento? Come?
Rivolgersi al noto Azzeccagarbugli. Renzo Tramaglino può essere una risorsa.
E la magistratura, nel frattempo, si metterà ad aspettare la sanatoria, sbloccando i cantieri abusivi?
Ogni giorno che passa la voragine si allarga e la matassa si aggroviglia.
Chi si mette a fare il risanatore di una evasione decennale delle leggi dello Stato, confessata dall’ex assessore?
E qui arriviamo al punto numero due.
Con quale logica censoria La7, che fa il pelo e il contropelo al mondo, non ha pubblicato l’intervista a Tancredi? Intervista nella quale confessava la pratica eversiva che aggirava l’autorità dello Stato e delle sue leggi?
La vicenda milanese mette allo scoperto non solo una pratica politica, ma una logica in base alla quale se sei parte del grumo di potere progressista sei “colà ove si puote ciò che si vuole” e se osi porre domande, il Virgilio progressista, ossia la censura dei media asserviti, ti risponde: “e più non dimandar”.
O mia bela Madunina che brillavi de lontan
tuta d’ora e piscinina, non te dominet Milan.





