In Europa non è un conflitto tra culture, è un conflitto tra civiltà
Partiti musulmani vietati per Costituzione. Mai più sulle schede elettorali. Questa è la proposta che arriva da Vienna. Una città che nella storia è stata assediata due volte.
Lì sanno riconoscere un assedio quando lo vedono. Il resto d’Europa lo sa ancora?
Nelle stesse settimane a Birmingham il Consiglio comunale si apre con un rito islamico, la bandiera inglese sparisce dai lampioni per divieto e quella della Palestina resta a sventolare.
Stessa Europa, due civiltà che si guardano dalle due sponde di un fossato.
Il cancelliere austriaco non ha girato intorno alle parole: “Se l’Islam viene interpretato in chiave politica, è incompatibile con la nostra democrazia”.
La fede resta libera, lo ha detto chiaramente: ognuno può credere in quel che vuole. Ma “laddove uomini e donne non sono uguali, laddove le nostre istituzioni e i nostri tribunali non vengono rispettati, quella libertà finisce”.
E in un video di pochi giorni dopo: “Siamo padroni in casa nostra”.
Fede vostra, codici nostri. È la differenza tra ospitare qualcuno e cedergli la casa.
Diciamo subito quello che un’Europa abituata a scusarsi non riesce più a dire: non è un conflitto tra culture, è un conflitto tra civiltà.
Le culture si mescolano: la cucina, la musica, la lingua, i vestiti. Le civiltà no, perché una civiltà è il rapporto tra Dio, la legge e lo Stato e lì la mescolanza non esiste.
O le leggi le fanno gli uomini o le fa Allah.
La prova è nella vita di tutti i giorni. Nessun cinese, nessun filippino, nessun peruviano, nessun indù, nessun ucraino ha mai chiesto a un Consiglio comunale europeo di aprire la seduta con un rito, di togliere una bandiera, di riconoscere un tribunale parallelo.
Zero. Stessa condizione di immigrati, stessa distanza da casa, zero conflitti. La variabile che cambia è una sola e non è il colore della pelle, ma la religione.
L’Occidente ha impiegato otto secoli, guerre di religione, concordati e costituzioni, per separare l’altare dal trono.
L’Islam ha risolto la questione nel Medioevo e, da allora, non l’ha più riaperta. I suoi stessi giuristi parlano di “chiusura della porta dell’interpretazione”, avvenuta mille anni fa.
Niente Riforma, niente Illuminismo, niente Stato laico.
Un libro che è già la Costituzione.
“Il Corano è la nostra Costituzione” non è un’accusa, è lo slogan dei Fratelli Musulmani.
E non è nemmeno un’ideologia da seminterrato.
Ad Amburgo, nell’aprile 2024, più di mille persone hanno sfilato con i cartelli “Il califfato è la soluzione”, chiedendo la sharia al posto della Legge fondamentale tedesca.
Non era una deduzione dei giornalisti: l’avevano scritto loro sui cartelli. Due settimane dopo, l’11 maggio, sono tornati in piazza in duemilatrecento.
Ecco perché nessuno ha mai dovuto scrivere una legge contro il buddismo politico o il cattolicesimo politico. Non perché siano innocui, ma perché hanno accettato da secoli che la legge civile sia un’altra cosa.
L’Islam è l’unica religione al mondo che si presenta come sistema giuridico completo.
Vienna, che riconosce l’Islam da più di un secolo e ha già messo fuorilegge la Fratellanza, non parla per pregiudizio: parla per esperienza.
E il modello ce l’ha già in casa. Dal 1947 l’Austria ha una legge che si chiama Verbotsgesetz, legge di divieto. Ha messo fuorilegge il partito nazista e tutte le sue organizzazioni, ma non si è fermata alle sigle.
Punisce il singolo. Chi fa propaganda, chi si riattiva, chi cerca di ricostituire quelle strutture sotto un altro nome finisce davanti a un giudice, con pene da uno a dieci anni. Non serve una tessera: basta il comportamento.
È esattamente la legge che serve contro l’Islam politico.
Fuorilegge le organizzazioni, i Fratelli Musulmani, Milli Görüs, i circoli che ne diffondono l’ideologia.
E fuorilegge pure la persona che, chiusa l’associazione, si presenta da “indipendente” o si fa imbarcare in una lista di sinistra in cerca di voti nei quartieri giusti. La legge segue l’uomo non la sigla. E la fede resta libera.
Nessuno ha mai chiesto al cattolico di rinnegare il Vangelo per giurare sulla Costituzione.
Con i nazisti l’Austria non ha fatto distinzioni tra idea e militante. Vediamo se avrà lo stesso coraggio con chi vuole che a decidere sia un predicatore e non il Parlamento.
Birmingham, intanto, ci mostra cosa succede quando quel coraggio manca.
Nella seconda città d’Inghilterra i musulmani sono il 30% e a maggio hanno votato come un popolo, non come una minoranza.
Una lista che si chiama “indipendenti”, conta tredici consiglieri ed è l’ago della bilancia di un consiglio senza maggioranza.
Si scrive indipendenti, si legge umma. La comunità dei fedeli musulmani.
In lista c’era pure un uomo condannato per aver progettato di far saltare in aria il Consolato britannico, una chiesa e un albergo nello Yemen, che in campagna elettorale chiedeva ai musulmani di boicottare gli ebrei.
E nel giorno dell’insediamento del nuovo Lord Mayor, di origine pakistana, la seduta si è aperta col canto di un celebrante islamico. Nessuno ha battuto ciglio.
Ora il Comune manda gli operai a togliere dai lampioni la croce di San Giorgio per “motivi di sicurezza”, mentre le bandiere palestinesi sventolano da tre anni nei quartieri musulmani. E agli operai, per rimuovere quelle, serve la scorta.
Ci ripetono che la maggioranza dei musulmani europei è laica.
Sarà.
Ma è laica malgrado l’Islam, non grazie all’Islam.
Il cristiano tiepido ha alle spalle un Vangelo che separa il Regno dal mondo, un Papa, dei concili, una Chiesa che può dire “la legge civile non è nostra”.
Il musulmano tiepido ha dalla sua solo il buon senso che, però, resta a casa, quando la moschea va a votare.
Quando la moschea chiama, in cabina elettorale non entra il laico. A Birmingham si è visto chi entra.
Del resto, quando mai avete sentito parlare di un induista moderato? L’aggettivo si aggiunge solo quando la norma è il contrario.
“Musulmano moderato” è una confessione. Ammette che la versione integrale è quella pericolosa e che l’eccezione va segnalata a parte, come sui farmaci si indica il dosaggio sicuro.
Perché l’Occidente ci casca? Perché chi azzera la propria storia lo chiama accoglienza, ma è disprezzo di sé.
Otto secoli dalla Magna Charta all’habeas corpus, per arrivare a considerare la bandiera un rischio per l’ordine pubblico.
E gli ultimi venuti lo leggono benissimo. Chi non rispetta la propria bandiera non può chiedere rispetto per le proprie leggi. Il vuoto non viene percepito come generosità, viene occupato.
Da noi va così: il maiale che sparisce dalle mense scolastiche, il presepe che diventa “festa d’inverno”, il crocifisso che imbarazza.
Piccole cose. Sommate, fanno un Paese che si vergogna di sé e che nei salotti della sinistra chiama tutto questo “dialogo”.
L’Italia ha fatto un Risorgimento per unirsi, ha scritto una Costituzione dopo una dittatura e una guerra, ha un codice civile e uno penale pagati col sangue.
Niente di tutto questo è negoziabile con chi è arrivato l’anno scorso. Nemmeno con chi è qui da vent’anni; sono un soffio davanti a secoli di costruzione civile e sociale.
Perché un Paese che svende la propria storia non ha più niente da offrire nemmeno a chi arriva.
L’Austria non difende una religione contro un’altra. Difende una civiltà, con una legge che ha già usato una volta.
Birmingham la sua l’ha messa in soffitta, insieme alle bandiere.
E noi, che non abbiamo visto l’assedio e non abbiamo una Verbotsgesetz, aspettiamo di scoprirlo alle prossime comunali.





