Una teoria, ancora attuale, su come ogni organizzazione tende a concentrare il potere nelle mani di pochi
Esiste una teoria politica nata tra Italia e Germania più di un secolo fa che continua a descrivere, con sorprendente precisione, partiti, sindacati, associazioni, imprese e perfino movimenti nati per contestare le élite: la legge ferrea dell’oligarchia.
A formularla fu il sociologo Robert Michels nel 1911, studiando soprattutto il funzionamento dei grandi partiti di massa.
Michels partiva da una formula: più un’organizzazione cresce e diventa complessa, più ha bisogno di strutture professionali, dirigenti, funzionari e competenze specialistiche. Ma, proprio questa necessità organizzativa, finisce per concentrare il potere nelle mani di pochi.
È il celebre principio secondo cui, nelle grandi organizzazioni, chi controlla l’apparato tende progressivamente a controllare anche le decisioni.
Il meccanismo è sistemico. All’aumentare del numero degli aderenti cresce la complessità informativa. Non tutti possono partecipare continuamente a ogni decisione.
Diventa quindi necessario delegare: chi riceve la delega acquisisce esperienza, informazioni, relazioni, capacità comunicativa e controllo delle procedure. Nasce, così, un’asimmetria tra base e vertice.
E l’asimmetria tende ad autoalimentarsi. La teoria di Michels appartiene alla grande stagione della teoria delle élite, insieme a Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto.
Mosca parlava di classe politica: in ogni società una minoranza organizzata riesce a prevalere sulla maggioranza disorganizzata.
Pareto studiò, invece, la circolazione delle élite, mostrando come le classi dirigenti non siano immobili: decadono, vengono sostituite e assorbono nuovi gruppi.
Usciamo dal fraintendimento.
Queste teorie non sostengono semplicemente che «comandano sempre gli stessi» ma ci fanno capire qualcosa di più interessante: anche quando cambia il regime, tende a ricostituirsi una struttura minoritaria del potere.
Michels porta il ragionamento dentro le organizzazioni democratiche. Un movimento può nascere orizzontale, partecipativo e persino rivoluzionario. Crescendo, però, deve organizzarsi.
E organizzandosi produce gerarchie, ovvero l’organizzazione necessaria per rendere efficace la democrazia può diventare uno dei fattori che ne limitano la partecipazione.
La ricerca contemporanea ha naturalmente discusso e ridimensionato il carattere davvero “ferreo” della legge. Elezioni interne competitive, limiti di mandato, trasparenza, decentralizzazione e controllo degli iscritti possono contrastare l’oligarchizzazione.
Ma il problema individuato da Michels rimane.
Questo è il lascito più moderno della scuola elitista: il potere non va studiato soltanto chiedendosi chi governa, ma osservando i meccanismi organizzativi che permettono ad alcuni di governare gli altri.
Attenzione, cambiare l’élite non significa necessariamente cambiare la struttura che produce le élite.





