
di Angelo Giubileo
Il pensiero di Parmenide nei confronti di tutto ciò che: “è” è tautologico: lo stesso è pensare ed essere (fr. 3). A Mosè che chiedeva chi o cosa fosse, dal roveto ardente si ode una voce che dice: “Io sono colui che è” o meglio: “Io sono tutto ciò che è”. Che le vie siano una, due o tre dipende dal linguaggio. È sempre una questione di linguaggio, come afferma Emanuele Severino nella sua opera dell’inizio, “La struttura originaria”.
Per due millenni e più, si è letto il pensiero di Parmenide in contrapposizione con quello di Eraclito, ma oggi quasi tutti ritengono che si è trattato di una errata interpretazione. E comunque, nel merito del pensiero di Parmenide, oltre alla lettura di Severino, “Ritornare a Parmenide”; consiglierei la lettura di Semerano “L’infinito: un equivoco millenario”; di Heidegger “corso d’insegnamento a Friburgo semestre 1942-43”, “Carteggio con il fratello Fritz lettera n. 267 del 21/2/1946”, “Holzwege. Il detto di Anassimandro”; di Giorgio de Santillana “Prologo a Parmenide”; e, nello specifico di quanto concerne una errata interpretazione del linguaggio, conseguente alla teoria delle idee di Platone (di cui Reale è un epigono, e con lui circa due millenni di pensiero neoplatonico, cfr. Giorgio de Santillana, “Le origini del pensiero scientifico”), è utile leggere l'”adversus Colotem” di Plutarco.
In pratica, se si continua a opinare sul significato “aristotelico” dei termini, basato sui principi di identità e di non contraddizione, alla domanda “come egli (Parmenide) avrebbe potuto tralasciare la sensazione e l’opinione, se non aveva abbandonato né ciò che è oggetto di sensazione né ciò che è oggetto di opinione” – dice Plutarco: “A questa domanda non è possibile rispondere” (ibidem, 114 E). E allora un suggerimento, che è lo stesso di Giorgio de Santillana: “Suggerisco pertanto di trattare ovunque la parola come termine indefinito, sostituendo in tutto il testo con x.
È certo un buon metodo postulare la nostra ignoranza di una parola folgorante, familiare e tuttavia non compresa, trattandola formalmente come incognita e cercando di definirla dal contesto. Ora, se teniamo la mente monda di pregiudizi, come suggeriva Bacone, e cerchiamo di definire x unicamente dal contesto, troveremo che esiste un altro concetto, e solo quello, che può sostituirsi a x senza generare assurdità o contraddizioni, e questo concetto è il puro spazio geometrico stesso, per il quale i Greci non possedevano ancora un termine tecnico (è noto che i primi Elementi erano essenzialmente bidimensionali). Inoltre, come credo di poter dimostrare, esso è stato costruito mediante ciò che noi chiameremmo logica scientifica, laddove Platone e Aristotele discutono l’Essere usando strumenti logici diversi e tutt’altro che scientifici… ” (Prologo a Parmenide, op. cit.).





