
di Silverio Allocca
In questo senso l’analisi fatta dal Professor Valori è sicuramente condivisibile per tutto quanto riguarda la disamina socioeconomica della genesi del malessere sociale importato dagli immigrati giunti in Francia dalla Françafrique ed esperienzialmente ribadito e riconfermato dal fallimento delle politiche francesi di integrazione: un qualcosa che può sicuramente farci comprendere il perché delle rivolte del 2005 e del 2015.
Non così dicasi per tutto quanto è stato preso a prestito dalla disamina del Professor Valori, come del resto da quelle di altri insigni studiosi e commentatori, per cercare di comprendere ed illustrare le ragioni che hanno portato la Francia a vivere le terribili giornate della recente rivolta che ha visto entrare in gioco molti altri fattori troppo semplicisticamente trascurati, quando non volutamente omessi.
Fatti i debiti distinguo è a questo punto fondamentale considerare che:
- il fatto che il 40% delle armi sequestrate fossero di fabbricazione francese (che nulla ci dice del restante 60% né per quello che riguarda il luogo di fabbricazione e men che mai della provenienza) in mancanza di conferme basate su dati oggettivi non può essere assunto come prova di una surrettizio coinvolgimento di Parigi in oscure trame. La conferma a questa lettura giunge da quanto accaduto nel Dicembre 2019 in relazione ad un sequestro di armi avvenuto nel 2017 spacciate per francesi: un fatto questo rivelatosi una grossolana bufala come ampiamente dimostrato da quanto emerso grazie ad un reportage pubblicato da AFP Fact Check il 30 Dicembre 2019, intitolato “No, these pictures do not show weapons from France going to Boko Haram insurgents in Nigeria” a firma di Segun Olakoyenikan. Tutto avrebbe preso le mosse a partire dalla intercettazione operata dai funzionari doganali nigeriani il 23 Maggio 2017 di un di un container proveniente dalla Turchia carico di circa 440 fucili a pompa, (una delle numerose spedizioni di questo tipo sequestrate quell’anno) destinati al gruppo islamista nigeriano Boko Haram. La documentazione fotografica del sequestro è stata proposta in un Tweet di un certo Savn Daniel (poi rimosso ma prontamente archiviato da AFP Fact Check) pubblicato il 22 Dicembre 2019 e prontamente ritwittato più di 800 volte, nel quale si legge “La Francia è stata accusata di fornire armi ai terroristi di Boko Haram. Un container pieno di armi destinate alla setta Bokoharam è stato intercettato da uomini della dogana nigeriana. Chi sono i funzionari nigeriani che lavorano con la Francia, finanziando e armando Bokoharam?”. Peccato che questa notizia sia risultata forzatamente falsa non solo per via della provenienza del carico ma pure per il luogo di produzione delle armi che sono risultate essere perché di fabbricazione italiana e statunitense stando a quanto dichiarato dal Comandante zonale di Tin Can Island, Monday Abue, autore del sequestro. L’unico legame con Parigi alla fine è risultato essere contenuto nella dichiarazione dell’importatore che con riferimento al carico stoccato nel container in questione (numero di registrazione PONU 210024/1) aveva asserito trattavasi di gesso di Parigi: decisamente un po’ poco per muovere accuse alquanto gravi. Tutto quanto qui riportato è stato pubblicato il 24 Dicembre 2019 da Premium Times riprendendo un articolo del 24 Maggio 2017 a firma di Akin Oyewobi ed intitolato “PHOTO STORY: Pump action rifles intercepted at the Tin Can Island Port”, ma la storia non finisce qui –ed infatti
- se per un verso è cosa nota che il contrabbando di armi in Nigeria è un grave problema nonostante tutti gli sforzi del governo per limitarne il commercio illegale (un commercio agevolato dalla natura porosa dei confini del Paese che, secondo le stime ufficiali, rappresenta il punto di transito del 70% di tutte le armi leggere illegali presenti nell’area), è (volutamente?) meno noto che il primo fornitore di armi illegali è la Turchia (non la Francia) che tra le altre cose è stata accusata da autorevoli fonti governative nigeriane di rifornire gli jihadisti di Boko Haram allo scopo di destabilizzare la Nigeria ed i Paesi ad essa confinanti. Ed è in questo contesto che va inserito il sequestro, nel 2017, di ben 2.671 fucili a pompa (comprensivi dei già citati 400). Le false notizie relative alla intercettazione di armi di asserita provenienza francese si sprecano. Nel già citato articolo di AFP possiamo infatti trovare il riferimento alla notizia del sequestro di un altro container di nuovamente asserita provenienza francese ed imbottito di armi, notizia diffusa nel 2019 mediante un post pubblicato su Facebook in cui la presunta documentazione fotografica del sequestro era accompagnata da una didascalia che questa volta ci parla di armi da fuoco destinate a Kidal, nel nord del Mali, ma sequestrate in Burkina Faso. Peccato che le foto siano quelle dello dello stesso container di provenienza turca intercettato nel 2017 e contenente gli a questo punto famigerati 400 fucili di fabbricazione italiana e statunitense di cui sopra. A completare l’inquietante quadretto ecco che
- l’ultima mendace affermazione ci porta a prendere in esame un’altra bufala ampiamente diffusa sui social nel 2018: quella relativa alla presunta intercettazione da parte dell’esercito camerunense di un elicottero francese che consegnava armi a Boko Haram. Peccato che, come documentato da un report stilato dall’AFP, pubblicato il 12 Novembre 2018 a firma di Anne-Sophie Faivre Le Cadre ed intitolato “No, a French helicopter did not deliver weapons to Boko Haram”, anche la storia del 2018 è risultata falsa essendo stata costruita partendo dalla foto di un elicottero camerunese scattata durante un’esercitazione congiunta tra le truppe statunitensi e camerunesi il 18 marzo 2014.
A questo punto viene naturale domandarci da dove abbia preso le mosse la narrativa scevra da dubbi delle forniture francesi di armi al jihad di Boko Haram e del perché il Niger non abbia mai ritrattato le proprie affermazioni in merito nonostante le esplicite richieste provenienti da Parigi, soprattutto a fronte di quanto or ora evidenziato e delle dichiarazioni di non poco conto quali quelle riportate in un interessante articolo a cura di Emergency Digest, datato 26 novembre 2019, e dal significativo titolo “FG INVESTIGATES ALLEGED TURKISH SUPPORT FOR BOKO HARAM, SAYS DHQ” nel quali si legge testualmente: “Una notizia secondo cui la Turchia starebbe fornendo armi sofisticate al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram è oggetto di attenzione ad altissimo livello strategico da parte del governo federale, ha dichiarato ieri (nota: il 25 Nobembre 2019) a THISDAY il Quartier Generale della Difesa. La televisione egiziana Ten.tv, citata dal canale CBN News, ha recentemente riferito che la Turchia è un importante fornitore di armi a Boko Haram, mentre la Turkish Airlines è stata accusata in passato di aver spedito armi in Nigeria”.
A tale proposito sono estremamente importanti le dichiarazioni in merito rilasciate dal Portavoce del Quartier Generale della Difesa, il generale di brigata Onyema Nwachukwu, che con riferimento alla notizia della fornitura di armi a Boko Haram da parte della Turchia ha definito la cosa una seria questione di sicurezza nazionale con le seguenti testuali parole che danno non poco da pensare: “La veridicità delle affermazioni contenute nel video non può essere accertata immediatamente. Tuttavia, si tratta di una seria questione di sicurezza nazionale e credo che stia ricevendo la necessaria attenzione a livello strategico nazionale”, parole cui, nonostante il rigetto sdegnato delle accuse da parte di Erdogan, conferiscono un peso non indifferente le parole (riportate in un video pubblicato su YouTube) pronunciate da un assistente esecutivo della compagnia aerea turca, Mehmet Karatas, che avrebbe detto a Mustafa Varank, consigliere del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, di sentirsi in colpa per la spedizione di armi della compagnia di bandiera in Nigeria (testualmente “Non so se queste armi uccideranno musulmani o cristiani. Mi sento in colpa”).
Nello specifico il conduttore di Ten.tv, Nasha’t al-Deyhi, ha riferito di una fuga di notizie che avrebbe confermato una telefonata intercettata qualche anno prima e che a sua volta confermava il traffico di armi: “La fuga di notizie di oggi conferma senza ombra di dubbio che Erdogan (presidente della Turchia), il suo Stato, il suo governo e il suo partito stanno trasferendo armi dalla Turchia a – questo è uno shock, dove vi chiederete – alla Nigeria; e a chi? – All’organizzazione Boko Haram”.
Una notizia, questa, che Raymond Ibrahim, Shillman Fellow in Journalism presso il David Horowitz Freedom Center ed esperto di Medio Oriente e Islam, parlando durante l’intervista al CBN’s Newswatch, ha commentato dichiarandosi per nulla sorpreso della cosa in quanto “(…) ora che abbiamo visto Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo dello Stato islamico dell’ISIS, ucciso di recente e trovato a soli tre chilometri dal confine turco, che è, di fatto, l’ultimo bastione dei cosiddetti ‘combattenti per la libertà’ jihadisti che attaccano il governo siriano” il tutto “Ha riportato alla ribalta il fatto che lui (Erdogan) sostiene l’ISIS”.
Quello che emerge da questa analisi, che non vuole essere in alcun modo una difesa d’ufficio di Parigi, per altro non richiesta, pone l’accento sulla voluta costruzione di prove a carico esclusivo della Francia omettendo di chiamare in causa altri soggetti il cui coinvolgimento appare alquanto ben documentato: il tutto per giustificare, pur condannandola, una rivolta popolare pretestuosamente vista come frutto di una reazione in primis di emarginati carichi di un giusto risentimento (male espresso) verso quel Macron di cui evidentemente era gradita una ulteriore perdita di credibilità dopo quella già maturata ai tempi della rivolta dei Gilets Jaunes.
Interessante notare –ed a questo punto oltremodo comprensibile– come mentre i media transalpini nei giorni passati siano apparsi, comunque andassero le cose, più che altro preoccupati (almeno in apparenza) della sicurezza a Mosca, la stampa internazionale per lo più è sembrata essersi divisa tra coloro che hanno ascritto tutto quanto stava accadendo alla morte di Nahel (il ragazzo di 17 anni ucciso a sangue freddo da un agente di polizia a Nanterre per non aver rispettato un fermo in macchina) –e coloro che si sono limitani a sottolineare come il tutto sia stato ‘solo’ il deprecabile frutto della tensione caratterizzante da mesi una Francia esasperata da quella politica di Macron che a più riprese ha dato luogo a manifestazioni e scioperi segnati da violenze che racchiudono più problematiche tra le quali troviamo pure, in un certo qual modo, le critiche che parecchi vertici militari, memori degli insegnamenti di De Gaulle, hanno mosso all’Eliseo con riferimento alla gestione della crisi ucraina.





